Il doppio mondo di Serafino Gubbio
di Giancarlo
Mazzacurati
Gentilmente fornitoci da Alessia Gambineri - Salerno
Giancarlo Mazzacurati (1936-1995) ha insegnato Letteratura italiana nelle Università di Napoli e di Pisa. Le sue ricerche si sono rivolte a Boccaccio e alla tradizione della novella, alla cultura del Cinquecento e al romanzo europeo tra Settecento e Novecento. Principali pubblicazioni sono: Misure del classicismo rinascimentale, Napoli 1967; Forma & ideologia, Napoli 1974; Conflitti di culture nel Cinquecento, Napoli 1967; Il Rinascimento dei moderni, Bologna 1985; Pirandello nel romanzo europeo, Bologna 19952, All’ombra di Dioneo, Firenze 1996; Rinascimenti in transito, Roma 1996; Stagioni dell’apocalisse, Torino 1998.
1- IL ROMANZO DELLE ANAMORFOSI
Si gira .... primo titolo
e prima redazione del romanzo pirandelliano Quaderni di Serafino
Gubbio operatore, appare come un romanzo di metamorfosi, anzi di
metabolizzazioni, prodotte da un enorme apparato digerente (il
mercato) che si ciba di una realtà naturale (le passioni, gli
istinti, i sentimenti, la coscienza, la memoria, i valori) e la
trasforna in merce attraverso le « macchine voraci », simbolo
dell'era industriale. La metafora affiora frequentemente nel romanzo
e ne sigilla infine la conclusione : « In qualità d'operatore -
annota Serafino Gubbio - ho il privilegio d'aver un piede in questo
reparto e l'altro nel Reparto Artistico o del Negativo. E tutte le
meraviglie della complicazione industriale e così detta artistica mi
sono familiari. Qua si compie misteriosamente l'opera delle
macchine. Quanto di vita le macchine han mangiato con la voracità
delle bestie afflitte da un verme solitario, si rovescia qua, nelle
ampie stanze sotterranee, stenebrate appena da cupe lanterne rosse,
che alluciano sinistramente d'una lieve tinta sanguigna le enorme
bacinelle preparate per il bagno. La vita ingojata dalle macchine è
lì, in quei vermi solitarii, dico nelle pellicole già avvolte nei
telai. Bisogna fissare questa vita, che non è più vita, perché
un'altra macchina possa ridarle il movimento qui in tanti attimi
sospeso. Siamo come in un ventre, nel quale si stia sviluppando e
formando una mostruosa gestazione meccanica ». Questo laboratorio di
sviluppo sotterraneo, tenebroso come i romantici gabinetti della
scienza folle o come le fumose fucine alchemiche del Settecento «
nero », è il luogo simbolico centrale del testo, l'imbuto che ingoia
vita e restituisce artificio, finzione, simulazione di vita. Da
questo ventre affamato di immagini sarà inghiottita, alla fine,
anche l'estrema incarnazione tragica di un'istanza naturale. Il
groviglio di passioni filmato dalla mano automatizzata di Serafino
Gubbio, quando vendetta, amore tradito, assalto belluino mettevano
in scena l'estrema rivincita dell'autenticità, attraverso
l’impassibile mediazione della macchina offrirà all'industria la più
compiuta vittoria della merce. Forse più che di metamorfosi,
occorrerà allora definire i Quaderni di Serafino Gubbio come un
romanzo di anamorfosi : perché il meccanismo dominante (l'illusione
cinematografica) non produce tanto trasformazione quanto
sostituzione della realtà naturale con una realtà artificiale, di
secondo grado, che si nutre della prima e la assorbe entro i
circuiti totalitari dello spettacolo-merce. La ribellione
dell'autentico, congelata in prodotto, può divenire così, per la
natura occlusiva e onnivora degli apparati industriali, un fortunato
oggetto di consumo. Il mondo pirandelliano delle macchine e delle
riproduzioni estetiche meccanizzate, più che trasformare,
sostituisce ogni elemento di vita in « cosa ». Su questo punto, le
recenti analisi del romanzo convergono ormai significativamente.
Quel che forse non è stato ancora colto esplicitamente è che il
meccanismo di sostituzione o d'anamorfosi non è un processo che si
conclude nell'ultima scena ma un'affermazione simbolica compiuta fin
dall'autoritratto iniziale di Serafino Gubbio. A leggerne con
attenzione i tratti, ci si rende conto che la scelta finale di
aderire alla macchina da ripresa come un qualsiasi ingranaggio
accessorio, poiché (secondo la sua estrema riflessione) « il tempo è
questo ; la vita è questa », in realtà l’autore l'aveva già compiuta
quando il personaggio entra in scena. Quella reificazione o
riduzione a funzione mercificata degli estri, delle passioni, dei
bisogni, che il romanzo racconta come sequenza di vite raccolte e
condensate nella forma della prima industria cinematografica,
subisce qui una sorta di prolessi simbolica fortemente mimetizzata,
ma non per questo indecifrabile. Basta scorrere i segni qualificanti
di quell'autoritratto e come si sgranano nella prima pagina della
seconda edizione (quella che assunse appunto il titolo definitivo di
Quaderni di Serafino Gubbio operatore) : « Studio la gente nelle sue
più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri
quello che manca a me per ogni cosa ch'io faccia : la certezza che
capiscano ciò che fanno. In prima, sì, mi sembra che molti
l'abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano,
correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro
capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po’ addentro negli
occhi con questi miei occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s'aombrano.Taluni
anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per
poco io seguitassi a scrutarli, m'ingiurierebbero o m'aggredirebbero
». Il silenzio degli occhi di Serafino deriva per sinestesia
dall'occhio della macchina da presa, dall'obbiettivo. E questo
schiacciamento, questa compenetrazione della sua immagine nello
strumento definisce anche l’alone semantico dell'aggettivo intenti :
un'immobilità senza emozione, che scruta senza lasciarsi scrutare e
perciò dissemina inquietudine, incertezza, infine reazioni adirate,
perché non dà luogo a scambio, assorbe soltanto e dunque domina,
irretisce, imprigiona, proprio come la macchina assorbe gli attori e
la loro vita nel proprio ventre oscuro. Anche per questo, gli attori
appunto hanno antipatia per Serafino Gubbio : ma lui sa bene
d'essere soltanto un bersaglio deviato : « Non è tanto per me
-Gubbio - l'antipatia, quanto per la mia macchinetta. Si ritorce su
me, perché io sono quello che la gira ». Del resto, tracce di una
anamorfosi già subita sono disperse per tutto il testo, come quando
(poco dopo un passo già citato), Serafino Gubbio dichiara : « Vado
dal magazziniere a provvedermi di pellicola vergine, e preparo per
il pasto la mia macchinetta. Assumo subito, con essa in mano, la mia
maschera d'impassibilità. Anzi, ecco : non sono più. Cammina lei,
adesso con le mie gambe. Da capo a piedi, son cosa sua : faccio
parte del suo congegno. La mia testa è qua, nella macchinetta, e me
la porto in mano ». E ancora prima, questo corpo e quest'anima
divenuti strumento e sensi della macchina s'erano presentati come
forme compiute di reificazione : « Già i miei occhi, e anche le mie
orecchie, per la lunga abitudine, cominciano a vedere e sentire
sotto la specie di questa tremula, ticchettante riproduzione
meccanica ». Una simile anamorfosi non è che l'affiorare sintomatico
di un processo di sostituzione profondo che trova nel corpo di
Serafino un varco simbolico per emergere in superficie, da quando
(attraverso la macchina e l’artificio industriale) la natura è stata
esiliata, in un oltre, al di là della vita sociale metropolitana, al
di là della storia visibile, dove si potrà forse ritrovare soltanto
dopo la catastrofe : « ...Mi domando se veramente tutto questo
fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in
giorno sempre più si complica e si accelera, non abbia ridotto
l’umanità in tale stato di follia, che presto proromperà frenetica a
sconvolgere e distruggere tutto ». Tutto gioca intorno ad un
principio di opposizione invalicabile : l’avvicendarsi del dominio
industriale ai regni della natura non dà luogo a trasformazioni ma a
cancellazioni, non è un confronto né una modificazione dialettica (i
principi dialettici di linea hegelo-marxiana sono sempre stati del
resto estranei ed avversi alla cultura critica pirandelliana) ;
l'avvento della macchina prelude ad un gorgo di smarrimenti e
stordimenti, in fondo al quale non può che esserci un urto di forze
inconciliabili, un'apocalisse : « Il battito del cuore non
s'avverte, non s'avverte il pulsare delle arterie. Guai se
s'avvertisse! Ma questo ronzìo, questo ticchettìo perpetuo, sì, e
dice che non è naturale tutta questa furia turbinosa, tutto questo
guizzare e scomparire d'immagini ; ma che c'è sotto un meccanismo,
il quale pare lo insegua, stridendo precipitosamente. Si spezzerà
?.. ». « C’è sotto un meccanismo ... » : tutto il primo « fascicolo
» o « quaderno » del romanzo è di fatto un prologo alla perdita di
identità attraverso la macchina. Perché, se Serafino trasformato in
obbiettivo scompiglia col proprio sguardo le certezze precarie di
chi attraversa il suo campo visivo, è anche vero che proprio lui è a
sua volta già oggetto ovvero parassita, accessorio di un oggetto. E
fa smarrire le identità altrui perché ha già smarrito la propria
forma originaria, nel grande strappo che l'ha portato dalla campagna
alla città, dall'arte e dalle scienze umane coltivate per passione
all'industria praticata per sopravvivere, dal protagonismo sia pure
dimesso del pensiero alla servitù strumentale di una produzione per
le masse diseredata d'ogni « valore » : dalla « cultura » alla «
civilizzazione », insomma, per ripetere la vecchia antitesi già viva
nella cultura filosofica tedesca di fin de siècle. Per questo è
importante sottolineare, come documento di una progettazione del
personaggio, che l’anamorfosi di Serafino Gubbio precede il suo
avvento nel testo, che insomma la sua autorappresentazione è già l'autorappresentazione
(ovviamente ironica) di un ordigno. È un disegno originario (questo
di Serafino/macchina), che però tecnicamente cioè figuralmente si
viene precisando nel succedersi delle redazioni. Un'escursione
rapida attraverso le poche ma significative varianti intercorse tra
la prima edizione e la definitiva (1915-25) può dare perciò qualche
ulteriore prova circa il consapevole processo di materializzazione
anamorfica cui Pirandello sottopose l'autoritratto di Serafino. Le
varianti, di fatto, sono soppressioni ; e quel che è soppresso, nei
primi due capoversi del Quaderno I, è ogni segno di animazione
dialogica e di descrizione psicologica, insomma ogni segno di vita
passionale attiva, nel personaggio dalla meccanica arcimboldesca di
cui si disegnano i tratti. Cade un accenno di monologo (« Dico :-L'hanno
; eh si, l’hanno… ») ; cade ancora prima, una catena di
qualificazioni che fendevano l'interno buio dell'occhio e gli davano
vita psicologica (« Studio la gente nelle sue più ordinarie
occupazioni, con una curiosità sempre viva, con un'attenzione sempre
vigile... » ). Lo sguardo di Serafino perde così ogni designazione
di modalità, di soggettività ; nella seconda e ultima redazione, il
suo occhio « silenzioso », come i tanti specchi di cui era e ancor
più sarà cosparsa la poetica pirandelliana, riflette, rifrange ma
non dialoga né comunica più : per questo, prima paralizza, poi aizza
le paradossali difese di chi si sente all'improvviso frugato,
deformato, espropriato dalla lente scura che incamera immagini. L'io
sorpreso e denudato nel corso dei propri riti, mentre è immerso
nella propria velleitaria totalità, si sente privato della propria «
aura » come gli attori pirandelliani reinterpretati venti anni dopo
da Benjamin), allontanato dalla propria « storia naturale »,
senz'altro scambio che non sia (nell'occhio/obbiettivo) il balenìo
di un enigmatico oltre. Questo oltre, già presente negli sviluppi
della poetica pirandelliana almeno fin dal Fu Mattìa Pascal,
malgrado abbia talvolta l'aria di un indizio metafisico, nella
trafila dei testi pirandelliani è quasi sempre un al di là rispetto
alla sfera antropologica vigente, una macrosfera senza indicazioni
di tempo che contiene tutti i piccoli universi e la loro storia
ovvero (di fronte a lei) la loro cronaca. Così era 1'universo
copernicano che si apriva sopra la testa di Oreste, quando si
squarciava il cielo di carta del teatro dove recitava la sua
tragedia (nella favola scenica inmaginata dal Paleari per Mattia
Pascal) ; così è l’oltre che produce smarrimento, vertigine e infine
difese rabbiose, nei soggetti che lo incontrano attraverso lo
sguardo di Serafino Gubbio : « C’è un oltre in tutto. Voi non volete
o non sapete vederlo. Ma appena quest'oltre baleni negli occhi di un
ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi
turbate o irritate » Rispetto all'economia del presente, dei
bisogni, delle funzioni produttive, questo oltre si traduce però
anche in una nozione di superfluo e di trasgressivo : può essere
cioè il mondo dei desideri anarchici, delle nostalgie, delle utopie,
dell'anima in fuga dalla legge e dagli ordini, dalle forme sociali
dominanti. Di quest'oltre come riserva segreta, come scatola cinese
piena di devastanti sorprese per ogni « verità » dei soggetti e del
tempo, occorrerà più tardi riparlare. Per concludere invece
l’inchiesta intorno alla costruzione di Serafino come
personaggio/macchina, basterà soffermarsi sull'interrogatorio cui lo
sottopone una strana controfigura di Pirandello, al termine del
paragrafo 1 del I Quaderno : non è un segnale emesso dal testo,
piuttosto una confessione, un'ammissione di fronte al giudice
supremo dell'opera, l'autore, già polemicamente contumace, anche se
perennemente nascosto dietro i paraventi, le quinte, le siepi di
folla che circondano i suoi personaggi. Tra le tante apparizioni,
metamorfosi, anamorfosi che fanno dei simboli di questo romanzo una
catena di tropi avvolti nelle proprie spire, c'è infatti (a mio
avviso) un ironico autoritratto di Pirandello in veste di voyeur dei
teatri di posa. Il turista delle nuove scene e dell'industria
spettacolare di massa, di cui Serafino Gubbio ricorda con dovizia
sospetta di particolari la faccia « ... gracile, pallida, con radi
capelli biondi ; occhi cilestri, arguti ; barbetta a punta,
gialliccia, sotto la quale si nascondeva un sorrisetto che voleva
parer timido e cortese, ma era malizioso », per chi abbia avuto
sott'occhio una fotografia di Pirandello cinquantenne, non dovrebbe
serbare troppo a lungo l'anonimato. La minuziosa silhouette è
insomma una di quelle firme figurali con cui talvolta gli scrittori
(come i pittori) si rappresentano ai bordi d'una scena di gruppo o
dentro le vesti di qualche personaggio-alibi. L'autore-inquirente
non è però, questa volta, l'analista causidico addetto allo
svelamerto dei segreti o dei moventi inconsapevoli : qui non fa che
sollecitare confessioni ed agnizioni che il personaggio ha già
compiuto e compirà, con un'insistenza masochistica sul proprio ruolo
di servo provvisorio e accessorio della macchina, utile soltanto
finché non saranno compiuti i già prevedibili processi di
automazione : « Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi?
Una mano che gira la manovella. Non si potrebbe fare a meno di
questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche
meccanismo? Sorrisi e risposi : -Forse col tempo, signore. A dir
vero, la qualità precipua che si richiede in uno che faccia la mia
professione è l'impassibilità di fronte all'azione che si svolge
davanti alla macchina. Un meccanismo, per questo riguardo, sarebbe
senza dubbio più adatto e da preferire a un uomo [ ... ] Non dubito
[…] che col tempo – sissignore – si arriverà a sopprimermi. La
macchinetta - anche questa macchinetta, come tante altre macchinette
- girerà da sé. Ma che cosa poi farà 1'uomo quando tutte le
macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da
vedere ».. È l’interrogativo che domina implicitamente il romanzo e
forse l'intero ultimo ventennio di produzione artistica
pirandelliana, fino a I giganti della montagna : ma nel testo una
risposta affiora già, proprio nell’identificazione subalterna di cui
l’anamorfosi iniziale è segno, nel farsi macchina dell'uomo ed in
particolare di quel dimesso intellettuale idealista che Serafino fu.
Del resto, tutto il ritratto dello spazio metropolitano che egli
attraversa ed interpreta sembra ricalcare e insieme rovesciare
simmetricamente i luoghi, i miti, le immagini dell'apologetica
futurista (e in parte anche d'annunziana). La macchina come
liberazione e nuovo ordine della razionalità, l'epica delle nuove
forme esaltate dalla velocità, l'estetica tecnologica e i suoi
paradigmi, insomma l'intero programma dell'avanguardia « storica »
sembra avvitarsi in una spirale di incombente catastrofe della
natura e dell'anima. Al punto che si può definire Si gira... (ediz.
1915-16), mentre trionfa l’interventismo e con lui il bellicisrno
futurista, il primo romanzo anti-futurista, una risposta al Mafarka
e alle imminenti Alcove d'acciaio marinettiane : tale è la frequenza
con cui affiorano dalla trama segnali allusivi di una programmatica
vertenza antifrastica contro i miti del tempo nuovo e degli automi
asserviti agli eroi. Il congegno centrale del romanzo è infatti
(come abbiamo visto già altrove) una sgomenta immagine della vita
collettiva come « meccanismo » agito dalle macchine, governato dalla
loro « fame », che dalla parte di Pirandello è sinonimo di
alienazione, mentre da parte futurista diventava sinonimo di
dominio, pronostico di una stagione di rivincite per i nuovi «
barbari » della fantasia tecnocratica ; e per entrambi, invertiti i
segni algebrici, sinonimo o equazione di morte e di cancellazione
del passato, di abbattimento dell'idillio naturale e del laboratorio
naturalistico, nonché dell'anima romantica che in misura diversa
essi contenevano.
Inizio pagina
2- IL REGISTRO DELLA NATURA
La natura esiliata, la cui perpetuazione vitale, fatta di inerzia
ripetitiva, di strati segreti, si rivela in Pirandello o sotto od
oltre la coltre della storia, nella vicenda di Serafino Gubbio non
sembra aver spazio declinabile al presente. I suoi luoghi, che sono
anche i luoghi dei sentimenti e della vita semplice, i luoghi
dell'anima insomma, riaffioreranno infatti soltanto lungo i
tracciati della memoria, come frammenti edenici di una alterità
irrecuperabile. La sua voce viene da un tempo che non esiste più,
più lontano perciò anche di quell'infinito futuro in cui altre volte
la proietta l'utopia pirandelliana : come nel romanzo breve (o
racconto lungo) contemporaneo, Berecche e la guerra, dove le resta
almeno qualche segno di compresenza sotterranea, che per riemergere
attende i cicli lunghi del tempo. Là i galli di Belgrado (la sola
voce, secondo la stampa contemporanea, che si era levata nel
silenzio della città distrutta dalla guerra) sembravano ancora
predire, dopo la furia e dopo l'apocalisse, una rigenerazione
istintiva della vita. Qui invece l'apocalisse tecnologica ha già
corroso ogni germe, ogni istinto sopravvissuto ; la resistenza delle
passioni, la « storia naturale » della vita sociale, appare
stremata, quasi raccolta in teche per nature morte, in reliquiari
della memoria colmi di immagini crepuscolari. L'anima naturalmente
(quasi Pirandello fosse stato precoce lettore e non solo un
connivente contemporaneo del giovane Lukacs di Die Seele und die
Formen) rimane l’ultima riserva asseragliata, l’estremo bunker di
questa vita naturale aggredita dall'universo meccanico, dal suo
mercato e meglio dalla forma-merce che qui fatalmente assume ogni
produzione. Ma, parafrasando Manzoni, in fondo che sa l'anima ? «
Appena un poco di quello che è accaduto... » : così anche l’anima di
Serafino, esautorata dalla macchina, fagogitata dalle « scatolette »
che lei stessa contribuisce a produrre e a nutrire, non può che
tornare a riempirsi del proprio passato, dandogli compiuta figura di
antitesi, rispetto al precipitare vorticoso di immagini
ingovernabili in cui si configura il presente. Fin dal paragrafo 2
del Quad. I, del resto, Serafino annuncia : « Soddisfo, scrivendo,
un bisogno di sfogo, prepotente. Scarico la mia professionale
impassibilità e mi vendico, anche ; e con me vendico tanti,
condannati come me a non essere altro, che una mano che gira una
manovella ». Questa scrittura come vendetta privata, risarcimento e
terapia dell'intellettuale preso negli ingranaggi di un universo
mercificato, era già un'ipotesi racchiusa allora nel segreto dei
quaderni sveviani, negli anni del « silenzio » creativo, quando
l'esito della futura silhouette charlottiana di Zeno era ancora in
bilico tra soluzione tragica e soluzione umoristica, prima della
mediazione tra i due poli costituita dalla pratica testuale del
romanzo, coi suoi movimenti di elusione e di fuga da ogni
dichiarazione paralizzante di conflitto. In Pirandello, almeno in
questo Pirandello degli anni bellici, la bipolarità è invece tra
elegia e tragedia e non si media, ma si stratifica,
nell'accavallarsi di cronaca e memoria, di società industriale e
natura, finché l’ultimo simbolo di libertà dell'istinto e delle
passioni, la tigre, non sarà « tragicamente » inghiottito dalla
macchinetta impazzita di Serafino Gubbio e rivenduta comemerce. Fin
qui, cioè fino alle pagine finali, il romanzo è costruito a
scomparti, spesso rigidamente separati da griglie che scandiscono la
reciproca impermeabilità di mondo interiore e cronache della vita
attiva : il primo è il regno dell'anima e della memoria, il mondo di
ieri con tutti i corredi e gli arredi retorici d'epoca ; le seconde
sono invece il regno del caos meccanico, delle immagini spezzate,
delle strutture veloci che colgono « attimo per attimo, questo
rapido passaggio d'aspetti e di casi, e via, fino al punto che il
ronzìo per ciascuno di noi non cesserà ». Là, anche sotto il profilo
della selezione verbale e delle tecniche retoriche, sopravvivono i
barlumi di storia culturale e sentimentale del soggetto che possono
ancora filtrare sotto la maschera dell'impassibilità e
dell'automazione ; qui invece si condensano altri procedimenti
formali, più scabri, spesso essenziali come prototipi di
sceneggiatura o dotati di ritmi spezzati che quasi sembrerebbero
voler ingaggiare una competizione mimetica al negativo con i
montaggi ad asindeto dell'avanguardia « storica ». Convivono insomma
nel Serafino Gubbio, con i loro peculiari moduli contrapposti, due
forme del romanzo post-naturalistico : quelle che mi è capitato
altrove di definire tipiche del romanzo antropomorfo ed
antropocentrico, dove si esprime ancora, sia pure in esiti desolati
o totalmente interiorizzati, la resistenza del ceppo narrativo
ottocentesco ; e quelle del romanzo tecnomorfo, dove si dissolve la
centralità e l’integrità figurale, la linearità o meglio il
continuum esistenziale consecutivo del soggetto e la mimesi si
sposta dai paradigmi della biografia e della storia ai paradigmi
delle scienze nuove, con vari esiti di dissolvenza, che nel romanzo
« cinematografico » di Pirandello, ad esempio, sembrano spiegare una
costruzione del testo protesa (come talvolta appare) verso le
tecniche della sceneggiatura e del montaggio a quadri rapidamente
sovrapposti. La duplicità che fende il testo, con scansioni a
macchie abbastanza compatte, oppone i luoghi del Bildungsroman ai
luoghi della sua devastazione, i tempi dell'apprendistato
sentimentale a quelli della macchina onnivora che lo ha cancellato o
reso inutile. Nei primi, resta depositato e sigillato appunto quel «
superfluo » (secondo l'espressione dell'amico Simone Pau, che
Serafino fa sua), quel lusso della coscienza che sono, rispetto all'economicità
arida dell'universo metropolitano e delle sue funzioni produttive,
gli estri, le passioni, le nostalgie, il sapere astratto e infine
l’arte ancora fornita d'aura. Parafraso riflessioni del
protagonista, mentre separa il proprio essere (radicato nel passato)
dal proprio apparire nel presente : « La Nestoroff ha per me, come
tutti i suoi compagni d'arte, un'avversione quasi istintiva. Non la
ricambio affatto perché con lei io non vivo, se non quando sono a
servizio della mia macchinetta, e allora, girando la manovella, io
sono quale debbo essere, cioè perfettamente impassibile. Non posso
né odiare né amare la Nestoroff, come non posso amare né odiare
nessuno. Sono una mano che gira la manovella. Quando poi, alla fine,
sono reintegrato, cioè quando per me il supplizio d'esser soltanto
una mano finisce, e posso riacquistare tutto il mio corpo, e
meravigliarmi d'avere ancora sulle spalle una testa, e
riabbandonarmi a quello sciagurato superfluo che è pure in me e di
cui per quasi tutto il giorno la mia professione mi condanna a esser
privo ; allora ... eh, allora gli affetti, i ricordi che mi si
ridestano dentro, non sono tali certo, che possano persuadermi ad
amare questa donna. Fui amico di Giorgio Mirelli e tra le più care
rimembranze della mia vita è la dolce casa di campagna presso
Sorrento, ove ancor vivono e soffrono nonna Rosa e la povera
Duccella ». L'intreccio di risentimenti qui descritto nasce, in
entrambi i casi, da una sottrazione : l'astio degli attori sarà
spiegato da Serafino/Pirandello, nel paragrafo 6 del III Quaderno (e
circa venti anni dopo, come si è visto, splendidamente commentato da
W. Benjamin) come un trasferimento o un'attribuzione indebita di
responsabilità per quel furto d'immagine e d'aura che essi subiscono
attraverso la riproduzione meccanica ; l'astio o almeno la
diffidenza di Serafino nasce invece della catastrofe del proprio
mondo adolescenziale (dove tuttavia egli era ancora una volta più
testimone che attore), attraversato dalle scorribande voraci e
tragiche della « donna di lusso » divenuta diva del cinema. A lei ed
agli altri Serafino ruba, attraverso la macchina, quello che gli è
stato rubato, la condizione naturale, la forma integrale, la couche
in cui vagheggia d'essere vissuto come soggetto pieno, prima della
scissione e della reificazione, tra metropoli, tecnica e mercato.
Paradossalmente, la macchina lo vendica mentre lo divora. Ora,
poiché questa tutto vuol essere fuorché una lettura onnisciente e
onniavvolgente del romanzo pirandelliano, è tempo tuttavia di
precisare i confini e i caratteri di quel doppio registro, retorico
e figurale, cui abbiamo più volte alluso, descrivendone appena le
condizioni di impiego e le morfologie più generali. È noto (e
recentemente è stato ribadito magistralmente da Macchia) che
Pirandello è un « ruminatore » di forme, nel senso che attinge
continuamente ai propri depositi, li tritura e li rimpasta ; e
proprio questo suo carattere di bricoleur, votato al montaggio e
allo smontaggio insoddisfatto di materiali domestici ed anche di
poveri stereotipi di tradizione, rende più facile il riconoscimento
dei due universi retorici che si avvicendano, incastrati o
sovrapposti come faglie di materiali geologici scistosi. La
rievocazione del tempo naturale, prima dell'avventura metropolitana,
è di fatto un breve « romanzo nel romanzo », disegnato nel modo più
convenzionale e fondato sugli archetipi tardo-ottocenteschi
(particolarmente verghiani, se si pensa ad un testo come Eva e di
quello sterminato sotto-genere che fu il romanzo d'artista. È la
storia di Giorgio Mirelli e della sua perdizione, dell'Eden
provinciale sconvolto e profanato, dei sentimenti allusivi e pieni
di pudore, con tutto il loro kitch ancora inavvertito, il loro
tradizionale décor da salotto buono, la loro oggettistica da
rigattiere feticisticamente assaporata e minuziosamente enumerata da
un Gozzano senza ironia. Questo romanzo si distende per quasi tutto
il secondo Quaderno, con un'appendice (e un ribaltamento) nel
paragrafo 4 del Quaderno VI, dove il tempo reale, il presente delle
cose e delle figure evocate prende la sua rivincita sul tempo
immobile del mito e della memoria, facendo trovare sfigurate e
grottesche le ombre del vecchio dagherreotipo mentale, che era stato
fino ad allora il serbatoio di vita interiore, l’oltre, il
superfluo, alibi in cui l'identità perduta di Serafino si
ricomponeva. Ora, a parte il rilievo del tutto oleografico dei
sentimenti e delle atmosfere, le tonalità esclamative che circondano
questa enclave colma di idilli minacciati, colpisce subito, in
quelle pagine, un'inversione di ritmo, un rallentamento descrittivo
di tipo accumulativo, un indugio riflessivo, che ha sapore di
innesto per contrasto, rispetto alla retorica della velocità, della
scena interrotta, del dialogo spezzato, dell'argomentazione
ellittica, con cui si cimenta il diario urbano di Serafino. Domina
su tutta la descrizione della « dolce casa di campagna presso
Sorrento » una semantica dell'immobilità, del segreto, della vita
defilata, che vuole esorcizzare la morte, ma in realtà accumula
immagini da museo delle cere, tonalità da acquario, sulle quali più
tardi si eserciterà la scrittura pirandelliana a descriverne, con
strana, implacabile crudeltà, la deformazione e il disfacimento (Quad.
VI, par. 4). L'Eden rivisitato, dopo la caduta, svelerà insomma gli
effetti devastanti del tempo, 1'impossibi1ità dei miti rassicuranti
e protettivi legati ai cicli della natura. Ma quello che qui conta
sottolineare è, da una parte, la doppia mimetica, che
nell'evocazione del passato richiama un genere, un apparato
retorico, un dispositivo figurale già visibilmente logoro ; e nella
descrizione del presente compete invece coi ritmi incalzanti,
frammentari, coi rapidi spostamenti di quadro voluti dalla nuova
retorica della macchina. E d'altra parte, questa catena oppositiva,
insieme concettuale e formale, che disegna il tempo della natura,
dei riti semplici, della vita non alienata come silenzio, lentezza,
fissità d'immagini, ripetizione ; mentre il tempo della storia
(ormai identificato col tempo dell'industria e della merce) appare
quasi febbricitante, disegnato come mobilità convulsa, rumore,
consumazione esteriore, vertigine insensata.
Inizio pagina
3- IL REGISTRO DELLA MACCHINA
È proprio su questa opposizione, condensata nelle figure metaforiche
del cavallo e dell'automobile, che si apre ad esempio il III
Quaderno : « Un lieve sterzo. C'è una carrozzella che corre davanti.
- Pò, pòpòpòòò, pòòò. Che ? La tromba dell'autombile la tira
indietro ? Ma si ! Ecco, pare che la faccia proprio andare indietro,
comicamente. Le tre signore dell'automobile ridono, si voltano,
alzano le braccia a salutare con molta vivacità, tra un confuso e
gajo svolazzìo di veli variopinti ; e la povera carrozzella, avvolta
in una nuvola alida, nauseante, di fumo e di polvere, per quanto il
cavalluccio sfiancato si sforzi di tirarla col suo trotterello
stracco, séguita a dare indietro, indietro, con le case, gli alberi,
i rari passanti, finché non scompare in fondo al lungo viale fuor di
porta. Scompare ? No : che ! È scomparsa l'automobile. La
carrozzella, invece, eccola qua, che va avanti ancora, piano piano,
col trotterello stracco, uguale, del suo cavalluccio sfiancato. E
tutto il viale par che rivenga avanti, pian piano, con essa. Avete
inventato le macchine ? E ora godetevi questa e consimili sensazioni
di leggiadra vertigine. Nella carrozzella ci sono io. M'han veduto
scomparire in un attimo, dando indietro comicamente, in fondo al
viale ; hanno riso di me ; a quest'ora sono già arrivate. Ma ecco
che io rivengo avanti, care mie. Pian pianino, si ; ma che avete
veduto voi ? Una carrozzella dare indietro, come tirata da un filo,
e tutto il viale assaettarsi avanti in uno striscio lungo confuso
violento vertiginoso. Io, invece, ecco qua, posso consolarmi della
lentezza ammirando a uno a uno, riposatamente, questi grandi platani
verdi del viale, non strappati dalla vostra furia, ma ben piantati
qua, che volgono a un soffio d'aria nell'oro del sole tra i bigi
rami un fresco d’ombra violacea : giganti della strada, in fila,
tanti, aprono e reggono con poderose braccia le immense corone
palpitanti al cielo » . Si confrontano qui, evidentemente, due
visioni : una proviene dall'occhio delle signore in automobile,
voltate a salutare (e sfidare) il 1oro conoscente in carrozza,
1'altra è ovviamente quel1a « naturale » di Serafino Gubbio dalla
carrozza. Nella prima (lo denuncia anche 1'avverbio « comicamente »
ripeturo due volte) si intersecano probabilmente anche i ricordi di
certi effetti comici, nelle prime gags cinematografiche, ottenuti
attraverso gli effetti di dissolvimento e di schiacciamento di una
ripresa effettuata dalla macchina in corsa : l'artificio della
velocità travolge rapporti di spazio e di tempo, logiche
consecutive, in una rivoluzione dello sguardo che ha molte affinità
paradigmatiche con le nuove forme della rappresentazione
d'avanguardia. Nell'altra visione, ancora una volta, lentezza
equivale invece a simbiosi con la natura e (come si sarà notato in
questa essenziale condensazione dei due mondi a contrasto) ad un
recupero della sua retorica descrittiva. Si osserverà, ad esempio,
la fitta aggettivazione lirico-idillica che infiora la descrizione
naturalistica dei platani lungo il viale : una provocazione del
protagonista e della sua anima romantica ancora immersa
unitariamente tra le cose, una controsfida della logica analitica e
classificatoria del sapere antico contro la simbolica velocità
dell'auto, che produce emulsioni decomposte e fratture dell'ordine
visivo, effetti di trompe-l’oeil, vertigini dello sguardo, inganni e
cecità. L'automobile (come la macchina da presa cui è così
visibilmente assimilata) affolla le immagini in un coacervo confuso,
indecifrabile, che non sopporta più distinzione degli oggetti,
attribuzioni qualificative scandite, assorbimento e rielaborazione
interiore della realtà : è la fenomenologia del movimento,
l'estetica e la conoscenza sintetica esaltate negli stessi anni dai
futuristi, viste da un ironico avversario che si attarda, in
carrozzella, a distinguere le specie botaniche e il colore delle
stagioni. Questi frammenti di conflitto estratti dal romanzo
pirandelliano sono come scaglie relativamente omogenee di un vasto
sistema di contrapposizioni che affonda le radici nella
trasformazione tecnologica e, ancora prima forse, nella crisi
metropolitana delle forme, a partire da Baudelaire. È una
costellazione di antagonismi che si espande a macchia sulla vita
intellettuale europea fin de siècle, fino a ricadere, coi propri
meteoriti, nei contesti più remoti e più divaricati ; ma in ogni
contesto, nella critica della tecnica pura, della riproduzione
meccanica, della consumazione veloce di forme stereotipe, scopre la
stessa preoccupazione per la salvaguardia del soggetto, per la
specificità e unicità della vita interiore e delle sue funzioni
estetiche, antropologiche, filosofiche, scientifiche. Talvolta è il
diffuso orrore verso l'arte di massa che si fonde, si identifica con
i diffusi pronostici circa la fine dell'arte ; altre volte è il
rigetto di un'arte (non importa se di scrittura o di visione)
programmata, a tesi, con tutto il suo corredo di formulari e di
procedimenti dell'oggettività, nemici del gesto imprevidibile e
d'ogni originale avventura della memoria. Per riconoscere altri
risvolti estetici di questa paura dell’espropriazione, spesso
ideologicamente ambigua e tuttavia dotata di una carica critica
corrosiva nei confronti di tutta l’apologetica industriale del
progresso e dei suoi automatismi scientifici, varrà forse la pena
ricordare una serie di pagine proustiane quasi coeve, quando, più o
meno al centro del cuore saggistico de Le temps retrouvé, la tecnica
cinematografica diventa il negativo dell'arte, ma anche un terreno
aperto, insistentemente riproposto, di competizione. Come (nello
stesso contesto) i fantasmi de « l'art populaire » o de « l'art
patriotique » (destinate entrambe piuttosto « aux membres du Jockey
qu'à ceux de la Confédération générale du Travail »), così anche il
cinema sembra segnare una sorta di confine ostile, che tuttavia
aiuta a riconoscere e a recingere quanto resta di autonomo, di
naturale e perciò anche di antico e inalienabile nella
forma-letteratura, nelle tecniche della scrittura, nella funzione
figurale e negli orizzonti di rappresentazione del romanzo. Qualche
citazione, un po’ alla rinfusa, per ritrovare provvisorie o meglio
apparenti sintonie : « Quelques-uns voulaient que le roman fût une
sorte de défilé cinématographique des choses. Cette conception était
absurde. Rien ne s'éloigne plus de ce que nous avons perçu en
réalité qu'une telle vue cinématographique ». E più oltre : « Une
heure n'est pas qu'une heure, c'est un vase rempli de parfums, de
sons, de projets et de climats. Ce que nous appelons la réalité est
un certain rapport entre ces sentiments et ces souvenirs qui nous
entourent simultanément - rapport que supprime une simple vision
cinématographique, laquelle s'éloigne par là d'autant plus du vrai
qu'elle prétend se borner à lui - rapport unique que l'écrivain doit
retrouver pour en enchaîner à jamais dans sa phrase les deux termes
différents [ ... ]. Mais il y avait plus. Si la réalité était cette
espèce de déchet de l'expérience, à peu près identique pour chacun,
parce que nous disons : un mauvais temps, une guerre, une station de
voitures, un restaurant éclairé, un jardin en fleurs, tout le monde
sait ce que nous voulons dire ; si la réalité était cela, sans doute
une sorte de film cinématographique de ces choses suffirait et le
"style", la "littérature" qui s'écarteraient de leurs simples
données seraient un hors-d'oeuvre artificiel. Mais était-ce bien
cela, la réalité ? ». A partire dalla stessa insidia, è evidente, il
cinema esalta in Proust la letteratura (il romanzo) quanto in
Pirandello la deprime, mettendo in azione gli anticorpi dello «
stile », dell'unicità sentimentale e formale della visione, contro
una presunta oggettività del significato (cioè della macchina che
riprende per tutti, impassibilmente, il reale) : mentre questa
oggettività, questa reificazione ovvero riduzione a merce sembra
dominare fino in fondo i fantasmi e le fobie pirandelliane. Perciò
parlavamo prima di convergenze apparenti, maturate sotto la cappa
minacciosa delle rivoluzioni tecnologiche e delle riproduzioni
estetiche per un mercato di massa, che poi lungo i sentieri
dell'arte si interrompono divaricandosi : da una parte (dalla parte
di Proust) il giardino delle forme minacciate, delle sintonie
spezzate tra esperienze e memoria, viene più accuratamente cintato e
diserbato, rinnovando, dall'interno delle sue proprietà
inalienabili, la sua sfida all'universo novecentesco della velocità
e della consumazione passiva. Egli giunge anzi, sull'onda di quella
febbrile felicità del ritrovamento e delle agnizioni che percorre
tutto il testo de Le temps retrouvé, a farsi gioco dei predicatori
di catastrofe, con una ironica confutazione dei loro umori saturnini
(o, per rovescio, dei loro entusiasmi iconoclasti) che sembra quasi
il preludio, la previsione ottimistica di una potenziale società
estetica di massa, fondata sul l'asservimento della tecnica alla
bellezza. Al centro, anche qui, c'è sintomaticamente l'automobile,
pendant necessario, come si è visto, di quella complessiva
apocalisse dello sguardo interiore e della riflessività profonda che
era per Pirandello il cinema e la sua manifattura « Certains
disaient que l'art d'une époque de hâte serait bref, comme ceux qui
prédisaient avant la guerre qu'elle serait courte. Le chemin de fer
devait ainsi tuer la contemplation, il était vain de regretter le
temps des diligences : mais l'automobile remplit leur fonction et
arrête à nouveau les touristes vers les églises abandonnées ».
Dall'altra parte invece, dalla parte di Pirandello, il tempo della
memoria resta inesorabilmente travolto né si concilia col tempo
della macchina, se non nella forma della resa e della paralisi, cioè
(come avviene nei regni dei grandi tiranni) o con l’integrazione o
con la censura delle voci interiori e di tutti i loro simulacri,
dalla passione alla creazione, dall'innocenza alla poesia,
dall'istinto alla libertà estetica. Il giardino di Sorrento
distrutto, i fantasmi familiari non 18 più evocabili, le
coltivazioni del sentimento deformate dall'involgarimento e dalla
senilità, sono l'opposto simmetrico della matinée dai principi di
Guermantes ; e costituiscono il prologo necessario all'anamorfosi
finale di Serafino, ormai votato anche al silenzio della memoria e
fatalisticamente ricomposto, dal suo iniziale dualismo tra forma e
coscienza, nell'unità muta dell'ordigno. Dopo, non resterà (a parte
il grande gioco sterniano con l’io frantumato di Uno, nessuno e
centomila) che lo spazio aperto dell'avventura teatrale, dove la
forma non si lascia consumare senza mutare e rinascere in sempre
nuove epifanie.
Giancarlo
MAZZACURATI