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Sei Personaggi in cerca d'autore - Commedia in tre atti -
1921
Andrea Camilleri

Il Padre nei Sei Personaggi e il padre di Pirandello
da Biografia del figlio cambiato
L'ARRIVO DI DON STEFANO
Morta la moglie, don Stefano è rimasto solo i suoi figli
si sono fatte le loro famiglie.
In più, la sua salute è peggiorata: mezzo cieco, cammina
con difficoltà, ha bisogno d'assistenza. Certamente ci
saranno stati scambi di lettere tra i figli per trovare
una sistemazione decorosa al vecchio padre, ma alla fine
si risolve di seguire la consuetudine siciliana che è
quella che il padre, quando rimane vedovo ed è malato,
vada ad abitare in casa della figlia maggiore, magari se
questa è maritata. Così don Stefano, facendosi
accompagnare dal figlio Giovanni, va da Lina a Roma dove
lei si è trasferita con la famiglia. Lina gli mette a
disposizione una stanzetta del suo appartamento che è
proprio sotto a quello dove abita Luigi. Sicuramente ci
sarà stato un diverbio tra Luigi e la sorella: Lina non
è in condizioni economiche da far fronte ai bisogni di
don Stefano e Luigi si sarà impegnato a dare un
contributo alle spese. E una partecipazione alla quale
non può sottrarsi anche se lo volesse: gli "tocca", come
si dice dalle sue (e mie) parti, è un atto dovuto. Ma si
viene a creare una situazione logistica che, di certo,
nei primi tempi, avrà messo a disagio Luigi che col
padre aveva da tempo interrotto i rapporti. La villetta
pigliata in affitto si trova in via di Pietralata, è
circondata da un giardinetto e vi si arriva per una
fangosa impraticabile viuzza quasi campestre. Una foto
di quegli anni ci mostra don Stefano nel giardino,
tutt'e due le mani serrate attorno al bastone, la
coppola, gli occhi stretti darrè gli occhiali, magro di
vecchiaia e di malattia, e dietro si scorge la villetta
dove abita coi familiari. Diventano quindi inevitabili
gli incontri col padre, soprattutto quando egli va a
scambiare quattro chiacchiere con la sorella Lina alla
quale è sempre stato legatissimo. E spesso avrà visto,
dalle finestre di casa, don Stefano aggirarsi con passo
malfermo nel giardino, avrà visto la profonda
trasformazione fisica di quell'uomo che nella sua
memoria vive ancora giovane, attivo, violento. E qualche
altra volta l'avrà visto addormentato sulla panca del
giardinetto o su una poltroncina di vimini portata lì
apposta.
Dormiva... col capo calvo, incartapecorito, reclinato
indietro penosamente... Ma era un sonno ben diverso, il
suo. Sonno a bocca aperta, di vecchio stanco e malato.
Le palpebre esili pareva non avessero più forza neanche
di chiudersi sui duri globi dolenti degli occhi
appannati. Le narici s'affilavano nello stento sibilante
del respiro irregolare che palesava l'infermità del
cuore. Il viso giallo, scavato, aguzzo... con quel filo
di bava che pendeva dal labbro cadente... Che crudeltà,
che crudeltà di spettacolo, quel sonno di vecchio! Era
pure nella miseria infinita di quel corpo stremato in
abbandono la dimostrazione più chiara delle verità nuove
che gli s'erano rivelate.
La citazione è tratta da una novella intitolata La fede,
raccolta in volume nel 1922. Racconta di un giovane
prete che sente di aver perduto la fede e vuole andarlo
a dire a un vecchio sacerdote dal quale dipende, ma lo
trova addormentato. E le verità nuove che gli s'erano
rivelate nella novella si riferiscono naturalmente alla
crisi di fede del giovane prete. Ma l'amaro sonno del
vecchio don Stefano non avrà a sua volta rivelato una
verità nuova a Luigi? Del resto, la madre-personaggio
glielo aveva già detto nel Colloquio del 1915:
Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le
vedono più! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le
renderà più sacre e più belle.
E prima aveva raccontato, parlando del marito:
Avevo già ventisette anni e non volevo più sposare; mi
toccò sposare perché lui lo volle, lui che poteva
imporsi al mio cuore con la bella persona e più, in quei
fervidi anni, con l'animo che voi figliuoli gli
conoscete, per cui ancora, vecchio, esulta e si commuove
come un bambino per ogni atto che accresca onore alla
patria...
E certamente Luigi l'avrà visto commuoversi e piangere,
lì, nel giardinetto per le belle notizie della guerra
vittoriosa.
Ecco, taliàrlo e ritaliàrlo, quel padre, soprattutto
lui, come una delle cose che vanno guardate con altri
occhi: forse con gli occhi coi quali un autore guarda un
probabile personaggio. Come, del resto, è già capitato
con la madre.
IL CONFRONTO
Del resto, personaggio don Stefano lo era già stato nei
tre atti della Ragione degli altri, incentrati sul
rapporto del padre con la cugina ex fidanzata. Nella
realtà, quell'episodio era indissolubilmente legato a un
gesto: quello di Luigi che sputa in faccia all'amante
del padre mentre questi se ne sta nascosto dietro una
tenda e se ne vedono solo le punte delle scarpe. Ora si
tratta di strappare quella tenda, portare alla ribalta
colui che vi sta dietro, ricrearlo come personaggio
visto non più con gli occhi allora offesi di figlio, ma
con quelli di autore, altri occhi. Per fare ciò però,
più che una lunga e attenta osservazione, occorre un
confronto continuo, quotidiano. Ed è un confronto che si
svolge su due piani: quello della realtà del padre
vecchio e di Luigi padre a sua volta e quello della
memoria, quando Luigi era il figlio che non voleva
riconoscersi come tale, un figlio cambiato. È di quegli
anni una novella dal titolo emblematico, Quando si
comprende. Si svolge in uno scompartimento ferroviario,
è il dialogo tra una coppia di genitori che vanno a
salutare il figlio che parte per la guerra e gli altri
viaggiatori. A un certo momento uno di questi dice:
I figliuoli vengono, non perché lei li voglia, ma perché
debbono venire; e si pigliano la vita; non solo la loro,
ma anche la nostra si pigliano. Questa è la verità. E
siamo noi per loro; mica loro per noi. E quand'hanno
vent'anni... ma pensi un po', sono tali e quali eravamo
io e lei quand'avevamo vent'anni. C'era nostra madre;
c'era nostro padre; ma c'erano anche tant'altre cose, i
vizii, la ragazza, le cravatte nuove, le illusioni, le
sigarette...
E siamo noi per loro; mica loro per noi: l'ha duramente
sperimentata sulla propria pelle la verità di
quest'asserzione. Si è impegnato fino a mettere a
rischio la sua dignità perché Stefano fosse liberato dal
campo di concentramento boemo; si è reso quasi ridicolo
agli occhi di un generale protestando a favore del
figlio Fausto; ha dovuto spedire in esilio Lietta per
salvarla dalla furia della madre... Ma cosa ne ha
ottenuto? Avverte già da adesso che Fausto saprà sempre
mettere una certa distanza tra lui e le cose che fa sia
come uomo che come pittore, prescindendo dall'affetto
filiale; sa che Lietta è pronta ad abbandonarlo perché
sente ingiusto l'esilio al quale l'ha costretta. E
Stefano ha seguito i consigli che lui gli ha mandato per
posta, soprattutto quello di non pensare? O forse questa
invadente, amorosa paternità sempre presente non solo
negli atti ma magari nei pensieri dei figli è una forma
di violenza simile nella sostanza, anche se diversa
nella forma, a quella che don Stefano era abituato a
esercitare nella sua famiglia? Domande, dubbi,
perplessità.
E gli torna insistente alla memoria l'episodio chiave
della rottura col padre, quando lo sorprese con
l'amante. "Rimase in lui un segreto cruccio di colpa e
di rimorso", scrive Gaspare Giudice. E lo stesso
Pirandello, tornando sull'episodio nella novella del
1923, intitolata Ritorno, dice che da un pezzo si
sentiva pungere segretamente dal rimorso d'aver lasciato
il padre... senza volersene curare.
E adesso che se lo vede davanti ogni giorno, così
malridotto, a che livello sale il disagio, il "segreto
cruccio"?
E poi, soprattutto: perché allora il quattordicenne
Luigi non strappò la tenda limitandosi a sputare sulla
donna? Sarebbe stato così facile e anche logico,
naturale, in preda come era al disgusto e alla crudele
intransigenza della giovinezza.
Non lo fece per non incontrare gli occhi del padre?
Perché quel corpo nascosto dalla tenda restasse senza un
volto che etemamente si stampasse nella memoria? Intuiva
già da allora che un giorno sarebbe arrivata l'ora della
ragione, l'ora di quando si comprende?
IL PADRE
Il dramma per me è tutto qui, signore: nella
coscienza che ho, che ciascuno di noi - veda - si crede
"uno" ma non è vero: è "tanti", signore, "tanti",
secondo tutte le possibilità d'essere che sono in noi.-
"uno" con questo, "uno" con quello - diversissimi! E con
l'illusione, intanto, d'esser sempre "uno per tutti", e
sempre "quest'uno" che ci crediamo, in ogni nostro atto.
Non è vero! Non è vero!
Ce n'accorgiamo bene, quando in qualcuno dei nostri
atti, per un caso sciaguratissimo, restiamo
all'improvviso come agganciati e sospesi: ci accorgiamo,
voglio dire, di non esser tutti in quell'atto, e che
dunque un'atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da
quello solo, tenerci agganciati e sospesi, alla gogna,
per una intera esistenza, come se questa fosse tutta
assommata in quell'atto!
È la battuta nodale del Padre nei Sei personaggi in
cerca d'autore. Certo, i motivi necessari all'abolizione
della figura paterna sono stati tanti, ma non c'è dubbio
che il punto forte è rappresentato dall'avere Luigi
agganciato e sospeso il padre nell'atto d'averlo
sorpreso con l'amante. E subito dopo questa battuta, il
Figlio (che qui in parte è lo stesso Luigi) ripropone la
sua estraneità dalla famiglia, il suo essere diverso,
cambiato, come ancora credeva allora:
IL FIGLIO (scrollandosi sdegnosamente) Ma lascia star
me, ché io non c'entro!
IL PADRE Come non c'entri?
IL FIGLIO Non c'entro, e non voglio entrarci, perché sai
bene che non son fatto per figurare
qua in mezzo a voi!
IL GRANDE PUZZLE
Lo scrittore Amaldo Frateili ricorda che Pirandello,
appena finito di scrivere i Sei personaggi in cerca
d'autore radunò, molto emozionato, gli amici per leggere
loro il lavoro. Nessuno ne sapeva niente o quasi, lo
stesso autore pareva sorpreso dalla violenza e dalla
rapidità con la quale l'opera aveva voluto imporre la
sua nascita. Dice Frateili:
"Appena finito di scrivere i Sei personaggi Pirandello
venne a leggere il lavoro a casa mia.
C'era il figlio Stefano, Silvio D'Amico, Alberto Cecchi,
mi pare Mario Labroca e due o tre altri...
fummo presi e sconvolti non solo dalla commedia, ma
anche dalla passione che Pirandello metteva nel
recitarla... Quella era una recitazione nella quale egli
sosteneva la parte di tutti i suoi personaggi e viveva
intensamente, quasi dolorosamente, tutte le loro
passioni, amore e odio, gioia e dolore, estasi e
ironia... la sua voce a udirla da un'altra stanza,
pareva non di una, ma di dieci persone... Alla fine...
discutevamo come energumeni intomo a Pirandello".
Certo, su quest'opera che rappresenta "la quintessenza
del dramma moderno" (Szondi), è quasi ridicolo spendere
qui parole. Ci limitiamo a dire che forse essa segna la
ricomposizione di quel gigantesco puzzle che è stato
l'intreccio tra la vita di Pirandello e la sua opera di
scrittore in un continuo va e vieni dalla realtà alla
sua trasfigurazione. Nell'acuta commemorazione che di
Pirandello fece Massimo Bontempelli all'Accademia
d'Italia il 17 gennaio 1937, è detto che "tutto il
teatro di Pirandello è una denuncia di conseguenze". E
aggiunge: "Molti anni prima, notate, molti anni prima
dei Sei personaggi, egli aveva già scritto queste chiare
parole: La natura si serve dello strumento della
fantasia umana per proseguire la sua opera di creazione.
E chi nasce mercé questa attività creatrice che ha sede
nello spirito dell'uomo, è ordinato da natura a una vita
di gran lunga superiore a quella di chi nasce dal grembo
mortale di una donna. Chi nasce personaggio, chi ha la
ventura di nascere personaggio vivo... Insomma, i
personaggi sono le sole verità. Col personaggio
l'umanità ha ritrovato l'inconfondibile,
l'immodificabile, l'indistruttibile, l'eterno. Cioè, la
certezza. Il Padre dei Sei personaggi, lui che come
persona è il più sbattuto degli uomini, può alzare il
capo con supremazia quando dice al Direttore: Io sono
vero, voi no".
Già, il Padre è vero, una certezza appunto, perché
diventato personaggio, mentre il Direttore vive
solamente sulle tavole del palcoscenico. Questo
personaggio del Padre nel quale "si esprime la verità
più intima di Pirandello" (Szondi), verità resa più
forte da una sorta di commistione, di osmosi tra
l'autore e il personaggio del Padre. Sotterranei,
profondi, esili canali che trasportano linfa vitale
dall'uno all'altro, e rendono difficile, nel loro
intrecciarsi, l'identificazione dell'appartenenza.
E, sotto questa luce, la Premessa scritta a posteriori
appare come un malriuscito tentativo di depistaggio,
come se l'autore volesse lavarsene le mani, addebitando
tutto alla Fantasia con la "F" maiuscola. Ma non serve,
quella Premessa, non basta.
IL CAPOCOMICO E dov'è il copione
IL PADRE È in noi, signore.
Battute come queste:
IL PADRE ... Guardi - la mia pietà, tutta la mia pietà
per questa donna (indicherà la Madre) è
stata assunta da lei come la più feroce delle crudeltà!
LA MADRE Ma se m'hai scacciata.
IL PADRE Ecco, la sente? Scacciata! Le è parso ch'io
l'abbia scacciata!
LA MADRE Tu sai parlare; io non so... Ma creda, signore,
che dopo avermi sposata... chi sa perché! (ero una
povera, umile donna ... )
IL PADRE Ma appunto per questo, per la tua umiltà ti
sposai, che amai in te, credendo...
(S'interromperà alle negazioni di lei; aprirà le
braccia, in atto disperato, vedendo l'impossibilità di
farsi intendere da lei, e si rivolgerà al Capocomico)
No, vede? Dice di no! Spaventevole, signore, creda,
spaventevole la sua (si picchierà la fronte) sordità,
sordità mentale! Cuore, sì, per i figli! Ma sorda, sorda
di cervello, sorda, signore, fino alla disperazione!
Quale memoria reale si portano appresso? Più che al
momento di crisi coniugale tra donna Caterina e don
Stefano quando questi si mise nuovamente con l'ex
fidanzata, esse sembrano riferirsi, sia pure in una
diversa situazione, al rapporto tra Antonietta e Luigi
quando, scoperta l'incapacità della moglie a seguirlo
sulle vie dell'Arte, la «scaccia», ossia la relega alle
sole funzioni di madre.
E ancora, questa battuta del Padre: Ora lei intende la
perfidia di questa ragazza? M'ha sorpreso in un luogo,
in un atto, dove e come non doveva conoscermi, come io
non potevo essere per lei; e mi vuole dare una realtà,
quale io non potevo mai aspettarmi che dovessi assumere
per lei, in un momento fugace, vergognoso, della mia
vita! Questo, questo, signore, io sento soprattutto!
non è certamente un rimprovero che Luigi rivolge a se
stesso per avere per anni e anni inchiodato, crocefisso
il padre a un solo gesto, a un momento fugace della sua
vita, a un errore?
E
nella battuta della Figliastra: Grida, grida, mamma!...
Grida, come hai gridato allora! quell'allora certamente
si riferisce alla vicenda vissuta dai personaggi nella
fantasia dell'autore, quando stavano in una sorta di
limbo della creazione, ma forse c'è nel grido della
Madre che sorprende la Figliastra tra le braccia del
marito una terribile eco del grido disperato di
Antonietta allorché la follia le fece supporre un legame
incestuoso tra Luigi e la figlia.
"Il fine dei Sei personaggi" ha affermato Jean-Michel
Gardair "consiste in questo processo di discolpa del
Padre per incriminazione del Figlio, attraverso la
sovrapposizione fantasmatica di due scene: l'incesto e
l'adulterio. Se questo testo è, in effetti, fondamentale
nell'opera di Pirandello, è per ragioni opposte a quelle
che egli elabora consapevolmente. Pirandello finge di
credere che egli ha 'rifiutato' questi personaggi perché
non lo interessavano e perché non avevano nulla a che
fare con il suo dramma personale, per insistere, invece,
sulla novità teorica e sulla maestria della sua
creazione.
Ora confessa egli stesso di aver scritto questa pièce in
stato di trance e sotto il peso della necessità.
Infatti, tutto l'apparato concettuale della pièce
(conflitto attori-personaggi, impossibilità di
drammatizzazione dei fantasmi in assenza dell'autore
ecc.) non serve qui che a mascherare il desiderio (di
Pirandello) di accusarsi (di discolpare il Padre) in
pubblico. Desiderio che sfociò nel memorabile gesto con
il quale Pirandello getta la maschera in occasione della
prima (catastrofica) dei Sei personaggi: per la prima
volta nella sua vita si presenta in scena a salutare il
pubblico, ed è proprio per affrontare i fischi."
Continua ancora Gardair a proposito della morte della
Bambina e del suicidio del Giovanetto: "Non si può non
sottolineare che l'età dei due fanciulli, quattordici e
quattro anni, corrisponde, da una parte, all'età in cui
morì una sorella minore di Pirandello, dall'altra, alla
stessa età che aveva egli stesso all'epoca della scena
trasposta in Ritorno, all'indomani della quale un'altra
delle sue sorelle minori era diventata improvvisamente
demente. Infine, con il sinistro scoppio di risa della
Figliastra, con la quale termina la pièce, Pirandello
attira su di sé per sempre la vendetta di Antonietta,
troppo sagace Erinni, che ha espiato con la follia il
terribile privilegio della chiaroveggenza".
Le tessere di un puzzle che miracolosamente si
compongono in un disegno unitario dopo anni di sofferte
prove, lampi di luce che tornano a innestarsi nella loro
origine prismatica.
Tanti, troppi i sotterranei legami, talvolta espliciti,
talvolta appena accennati, altre volte solo intuiti e
non si sa se valga la pena di portarli tutti alla luce.
Ma una cosa mi pare certa: il colpo di rivoltella col
quale il Figlio giovinetto pone fine ai suoi giorni,
uccide anche un'illusione giovanile voluta perpetuare a
lungo negli anni con ostinazione, con caparbietà: quel
colpo di pistola fa scomparire il figlio cambiato, se è
mai esistito; ora Luigi sa con dolorosa certezza che il
sangue che scorre nelle sue vene è quello di suo padre.
Lo scambio del figlio nella culla non c'è mai stato: se
adesso Luigi volesse raccontare nuovamente la storia che
da picciliddro gli contò la cameriera Maria Stella,
quella storia la chiamerebbe, senza esitazioni, una
"favola".
LA SERA DELLA PRIMA
Il mutupèrio che si scatenò al romano Teatro Valle la
sera del 9 maggio 1921, in occasione della prima
rappresentazione dei Sei personaggi da parte della
Compagnia diretta da Dario Niccodemi, è stato raccontato
e descritto decine e decine di volte. Annotò Adriano
Tilgher nella sua recensione apparsa sul quotidiano "Il
Tempo" del giorno appresso: "Moltissime chiamate alla
fine del primo e del secondo atto, alla fine del quale
Pirandello fu evocato alla ribalta, non so più quante
volte. Ma, a dir vero, fu successo imposto da una
minoranza ad un pubblico disorientato e perplesso, e, in
fondo, voglioso assai di capire. Al terzo atto però, il
più fiacco di tutti, e che finisce in modo assurdo, si
scatenò una tempesta cui i fautori del lavoro tennero
validamente testa. E così finì una serata che fu
veramente di battaglia per tutti, per l'autore, per gli
attori, pel pubblico e, anche, pei critici".
Chiaramente, Tilgher assegna la responsabilità della
caduta al terzo atto, che giudica fiacco e assurdo e
oltretutto ripetitivo: " ... il terzo atto in fondo, non
fa che 'piétiner sur la place' del secondo, che questo
si risolve tutto nella discussione prolissa di una tesi
estetica non troppo brillante di novità: che la vita non
è il
teatro".
A molti anni di distanza, e dal suo punto di vista,
anche Peter Szondi scriverà che il terzo atto è una
"conclusione pseudodrammatica". Ci sarebbe molto da
ragionarci sopra, sul discusso terzo atto, ma non è
questo il posto. In realtà, scrivendo di un pubblico
"disorientato e perplesso", Tilgher (che sarà colui che
vestirà di una teoria filosofica il teatro di
Pirandello) ci racconta la mezza messa.
Gli spettatori sì rimasero disorientati inizialmente
quando, entrando nella sala, videro che il sipario era
aperto e che sul palcoscenico non c'era traccia di
scenografia, alcuni si fecero persuasi che lo spettacolo
era stato rimandato, anche perché c'era un macchinista
che inchiodava qualcosa. A quei tempi, vedere
dall'interno la macchina teatrale, osservare ciò che
succede dietro le quinte non incuriosiva, ma disturbava,
dava disagio. Gli spettatori dall'iniziale
disorientamento passarono sì alla perplessità quando
sentirono dire al Capocomico la provocatoria battuta:
Che vuole che le faccia io se... ci siamo ridotti a
mettere in iscena commedie di Pirandello, che chi
l'intende è bravo, fatte apposta di maniera che né
attori né critici né pubblico ne restino mai contenti?
L'atteggiamento del pubblico mutò in peggio all'entrata
dei sei personaggi. Gli spettatori, a sentirli entrare
dalla porta di fondo sala, la stessa dalla quale erano
entrati loro, dovettero voltarsi indietro dalle poltrone
sulle quali erano seduti, furono costretti cioè ad
andare contro all'orientamento stesso della sala, come
se fossero stati obbligati a leggere un rigo di un
romanzo fatto stampare a bella posta a rovescio
dall'autore. E ancora: questi personaggi stavano
occupando lo spazio riservato agli spettatori,
camminavano nel corridoio tra le poltrone, si fermavano
a discutere con gli attori quasi sui piedi degli
spettatori seduti in prima fila. Le prime violente
reazioni nacquero da quegli spettatori che volevano
difendere il loro "territorio", era una rivoluzione, il
sovvertimento di un ordine stabilito.
A un certo punto lo scontro tra la minoranza dei
sostenitori e la maggioranza dei dissenzienti si fece
anche fisico, volarono cazzotti, si distinse il
giornalista Orio Vergani, pugile dilettante, amico di
Pirandello e la cui sorella, Vera, interpretava la parte
della Figliastra (splendidamente, ricordano le
cronache), si distinse anche un poeta, Arnaldi, che
sfondò a spallate la porta di un palco nel quale stavano
alcuni fischiatori. Molte le grida di "buffone", di
"manicomio".
Pirandello, che si era portato appresso la figlia Lietta,
sembrava scialarsela di quello che stava capitando,
tanto che alla fine del terzo atto si presentò alla
ribalta, quasi a ringraziare per i fischi e i dissensi.
Pare gli abbiano lanciato contro delle monetine.
Siamo più che convinti che la maggioranza degli
spettatori dissenzienti oscuramente intuì che qualcosa
d'irreversibile stava succedendo quella sera al Valle,
che da lì a poco o a molto il teatro non sarebbe più
stato uguale a prima. La loro fu la difesa di un'idea di
teatro che quella sera veniva scardinata.
Pirandello attese un'ora a uscire con la figlia dal
Valle, molta gente lo aspettava fuori e non pareva
animata da intenzioni amichevoli. Quando si decise, uscì
"per la porta di servizio, sul vicolo, un losco vicolo
di gatti morti" (Vergani). Voleva raggiungere
inosservato la fermata del tram, l'arrivo di un tassì
avrebbe potuto insospettire i facinorosi. Andò
diversamente. Scrisse Orio Vergani: "Uscì, con la figlia
a braccetto. Nella luce del primo lampione fu
riconosciuto. Lo si circondò per difenderlo. Belle dame
ridevano ripetendo, con le bocche laccate: 'Manicomio!'.
Eleganti giovani incravattati di bianco sghignazzavano e
insultavano. La figlia, al braccio del padre, tremava e
non riusciva quasi a muovere un passo. Altra gente
accorreva, fischiando e ridendo. Anche i pizzardoni non
sapevano se dovevano intervenire per 'quel matto di
Pirandello'. Un tassì si avvicinò.
Pirandello, nella luce della piazzetta, riceveva in
viso, con le labbra appena toccate dall'ironia, gli
insulti. Noi si doveva evitare di venire alle mani,
finché non fosse partita l'automobile. Fece salire la
figlia. Poi montò a sua volta e nel quadrato del
finestrino mentre dava l'indirizzo della casa lontana e
mesta dove, all'indomani, avrebbe ripreso a lavorare, si
vide ancora il suo viso. I giovanotti eleganti
lanciavano delle monetine. E le signore anche, aprendo
in fretta le loro preziose borsette.
Odo ancora il rumore del rame sul selciato, il riso e
l'oltraggio". Va detto che a Milano, la sera del 27
settembre dello stesso anno, la commedia, recitata dalla
stessa compagnia, venne seguita dal pubblico con intensa
concentrazione e terminò con un trionfo. I milanesi
avevano avuto tutto l'agio per prepararsi avendo potuto
nel frattempo leggere il testo stampato.
Quella sera, nella piazzetta dietro il Valle, tra coloro
che circondano Pirandello e la figlia per proteggerli
dagli eccessi degli spettatori inferociti, c'è un
giovane che scambia qualche occhiata con la
scantatissima Lietta. È Manuel Aguirre, addetto militare
all'Ambasciata cilena di Roma.
note:
macari, magari - anche
taliàrlo e ritaliàrlo – guardarlo e riguardarlo
mutupèrio – offese urlate da una massa che inveisce
contro qualcuno
picciliddro – piccolino, bambino
racconta la mezza messa – dice le cose a metà
scantatissima - spaventatissima
© Rizzoli RCS
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