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7. Il tramonto e il mito - testamento -
7c. Il declino |
Ai primi di gennaio del ’35, convocato da
Chiavolini, viene ricevuto in udienza privata da Mussolini: ci
sono le congratulazioni del Regime, si parla del Nobel, si
ritorna a parlare del progetto del Teatro Nazionale di Prosa e
Pirandello promette di presentargli quanto prima il progetto. Si
reca quindi a Parigi, dove lo raggiungono Marta e sua madre,
trascorrendovi quasi tutto il mese. La serie dei festeggiamenti
non è ancora finita, Parigi gli riserva ancora sorprese. Così
Silvio d’Amico descrive la serata del 17 gennaio:
« ... Pirandello è tornato a Parigi, per
assistere a quel che l’Intransigeant gli aveva preparato,
il grande gala al teatro dei Mathurins; dove Pitoëff ha
messo in scena Ce soir on improvise, seguito da un
insolito, bizzarro e gentilissimo omaggio di tutti gli
interpreti parigini di Pirandello all’insigne autore, e dalla
consegna della rosetta della Legion d’onore al festeggiato,
fatta dal Ministro dell’Educazione Mallarmé... ». (Infatti
Pirandello non si era occupato di ritirare la prima « rosetta »
assegnatagli tanti anni prima). « ... All’annuncio di Gaston
Baty si son visti sfilare a uno a uno, ciascuno col suo trucco e
pronunciando parole appropriate,
la Madre (Marie Kalff) e il Capocomico
(Michel Simon) dei Sei personaggi,
Baldovino (Dullin) del Piacere
dell’onestà,
la signora Frola (Madame Dullin) di Così
è (se vi pare),
Ersilia (Madame Simon) e i suoi compagni di
Vestire gli ignudi,
Fulvia (Paulette Pax) e Mauri (Clariond) di
Come prima, meglio di prima,
la Madre e la Suora (la Rivorin e la Bing)
de La vita cbe ti diedi,
Frida (Ludmilla Pitoëff) di Enrico IV,
l’Incognita (Marguerite Jamois) di Come
tu mi vuoi;
e infine la nostra Marta Abba - che recitò
a Parigi, in francese, L’uomo, la bestia e la virtù -
nelle vesti della signora Perella, insieme con Paolino e col
capitano Perella (Lefour e Pauley)... ».
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Il 27 gennaio Marta parte per Londra, per
studiare e perfezionare la conoscenza dell’inglese con la
prospettiva di recitare appunto in questa lingua, come già aveva
fatto a Parigi. Pirandello resta di nuovo solo, si getta nel
lavoro, ma è distratto dai tanti impegni “rappresentativi”;
anche il Ministero degli esteri cerca di prenderne per lui, ma
quasi sempre riesce a sottrarsi: ormai la sua figura è divenuta
un simbolo, e il viale del tramonto lo rende un monumento da
ammirare senza condizionamenti, anche se l’arte e il mondo del
teatro hanno imboccato strade che ormai gli sono estranee.
Nel mese di febbraio due sono gli eventi
importanti, che sembrano vicini alla conclusione ma che si
riveleranno ancora una volta deludenti e privi di sbocchi. Il
primo riguarda la possibilità di stringere un ricco contratto
con un certo Reece ideatore di una società anonima, che si
sarebbe chiamata “Compagnia Pirandello” con sede a Londra, con
capitali di importanti finanziatori inglesi, con lo scopo di
diffondere in traduzione inglese nel mondo l’opera del Maestro
che si sarebbe visto garantire un introito eccezionale, come
scrive a Marta il 3 febbraio:
Io ho avuto qua a Parigi tre giorni di
conferenza con Reece e alla fine s’è messo su il progetto che
egli presenterà a Londra a Sir Edmond Davis. Questo progetto è
per una Compagnia Pirandello, compagnia nel senso commerciale e
inglese della parola, cioè Società per lo sfruttamento
dell’opera, passata presente e futura, di Pirandello, con
capitale di 4 milioni, di cui tre andranno a me, alla firma del
contratto, e un milione servirà per le spese d’esercizio. Io
cederò tutto, libri, teatro, cinematografia, finché
l’anticipazione globale di tre milioni non sia recuperata; poi
avrò il 60% dei proventi e lascerò alla Società il 40%. Ma
l’organizzazione della Compagnia, che sarà presieduta e diretta
dal Reece stesso, sarà complessa, perché avrà tante branche sia
in Europa, sia in America. Siamo stati a lavorare in questi tre
giorni più di 8 ore al giorno e spero che nel progetto si sia
contemplato tutto; naturalmente, prima di passare alla firma del
contratto consulterò un avvocato di prim’ordine, come Marchesano.
Reece ha già chiesto da qui udienza al Davis; ma per raccogliere
tutti i finanziatori del suo gruppo ci vorrà per lo meno una
settimana; quando tutti potranno riunirsi il Reece sarà
avvertito a Grasse e si recherà a Londra per trattare; ma egli è
già sicuro dell’affare, perché il Davis è già prevenuto in
massima e disposto a trattarlo. Tu capisci, Marta mia, che per
me sarebbe una vera fortuna, mettermi tranquillo per questi
ultimi anni che mi restano da vivere (seppure saranno “anni”),
senza più pensieri, a lavorare a ciò che più mi piace!
Il secondo riguarda l’ormai annoso Progetto
Pirandello per il Teatro: il 18 febbraio viene ricevuto dal Duce
a Palazzo Venezia per la presentazione del progetto, al quale si
era dedicato molto nelle ultime settimane, dall’ultimo
colloquio, ed ormai pronto nei minimi dettagli, con tutti i
costi ben dettagliati, la formazione della compagnia, perfino i
nomi già pronti. Così ne scrive a Marta il giorno dopo:
Ma veniamo alla grande notizia. Dunque,
jeri, alle 17 e 30, sono stato a Palazzo Venezia col mio bravo
progetto sotto il braccio per l’istituzione d’un teatro
nazionale di prosa in Roma. Sono stato introdotto subito, e
subito il Duce, con la sua solita mirabile prontezza di spirito,
s’è interessato alla “premessa” introduttiva, intitolata “Il
teatro al popolo”, senza perder tempo in disquisizioni inutili.
Ha cominciato subito ad approvare quanto man mano leggeva; ha
scorso tutto il progetto, intramezzando qua e là, qualche
osservazione, qualche rilievo, per esempio, se non conveniva
meglio chiamare l’istituzione “Teatro Reale di prosa”, anziché
“Teatro Nazionale di Prosa” e poi osservando lui stesso “ma
forse ’Reale di prosa’ suona male” e troncando: “basta,
studieremo"; disse a un certo punto ch’era bene si trovasse oggi
al posto di Governatore il Bottai che sarà certamente un
collaboratore adattissimo al progetto; insomma ho avuto la
precisa impressione che la cosa è fatta; figurati che alla fine
mi disse: “Sarebbe bellissimo cominciare quest’anno stesso, ad
ottobre!” Ora questa è perfettamente nel Suo stile, quando vuol
fare una cosa. Oggi stesso Egli vedrà Bottai, e son sicuro che
ne parlerà con lui e studierà con lui, se sarà possibile, dati i
lavori di riadattazione che ci saranno da fare al Teatro
Argentina, cominciare veramente in ottobre. Gli è piaciuta
moltissimo l’idea di iniziare l’anno comico il 28 ottobre,
anniversario della Marcia su Roma, con un lavoro vincitore d’un
concorso internazionale, per far che Roma ridiventi centro
mondiale delle arti e della coltura.
Appena ritornato, felicissimo, a casa, mi
sono attaccato al telefono per comunicare la notizia a Bottai,
che se ne mostrò entusiasta: “tanto per il teatro” disse “quanto
per te”. Insomma, Marta mia, pare che al nostro sogno siamo
finalmente arrivati! jeri sera erano tutti in gran festa da me,
D’Amico e tutta la redazione di “Scenario”, Bontempelli, Alvaro,
e tutti parlavano di Te e dicevano che senza Te, costituire la
compagnia, non sarebbe in alcun modo possibile. Il problema da
risolvere sarà trovare qualcuna che possa starli accanto! Ma di
tutto questo parleremo prossimamente nell’occasione della mia
venuta a Londra, che è stata rimandata circa al 9 o 10 di Marzo.
Mi ha scritto il Reece che la conferenza dei banchieri
finanziatori dell’affare non potrà aver luogo costà prima del 4
o 5 Marzo; che in seguito a questa prima conferenza egli il
giorno 8 al più tardi mi telegraferà da Londra e che intanto io
mi tenga pronto a partire per il 9 o il 10. Forse, verso la fine
di Marzo, con l’affare concluso e con la prospettiva dei grandi
lavori per il prossimo Teatro di Stato, formazione della
Compagnia, formazione del repertorio, noi, Marta mia, potremmo
ritornare insieme in Italia.
E ovunque giri la mente, il suo obiettivo è
sempre lo stesso: Marta e la possibilità di vivere “insieme” a
lei: anche il progetto del teatro di Stato aveva questa nascosta
finalità: “potremmo ritornare insieme in Italia”. Subito dopo
l’incontro, con Bottai e altri gerarchi fascisti si getta nei
preparativi per la realizzazione del progetto. Ma dopo le prime
speranze (finalmente siamo sulla via di fondarlo sul serio e
per sempre. Per incarico del Capo, Bottai già ne studia la
fondazione sulle basi del mio progetto, senz’altre persone di
mezzo, né Ciano, né la Corporazione, né la Società degli Autori,
né l’Accademia. Così lo stesso Bottai m’ha annunziato per
telefono. 4 marzo) contrari ai desideri e ai voti furono i
fatti: già da metà aprile, pur rimanendo una certa fiducia nella
positiva soluzione del progetto, i desideri cominciarono a
sgonfiarsi, quando cominciano a verificarsi rinvii e dilazioni
(realizzati perfino con la nomina del responsabile - prima
Bottai, poi De Pirro poi Ciano - o col coinvolgimento prima solo
di Roma e poi anche di Milano e Torino, che lentamente tirano
per le lunghe la situazione e portano infine all’accantonamento
stesso del progetto.
Alla fine di Marzo Pirandello va a Londra,
per curare alcuni affari e incontrarsi con Marta restandovi per
una settimana. Al ritorno a Roma lo aspettano grandi
festeggiamenti: il 24 aprile a Palazzo Ruspoli, nel cui salone,
su un palco improvvisato, viene recitato L’uomo dal fiore in
bocca; alla sera, banchetto in suo onore con la
partecipazione di Galeazzo Ciano, al quale era stato dato dal
“Capo” l’incarico d’occuparsi della fondazione del Teatro di
Stato. Due giorni dopo nel Salone dei Duecento di Palazzo
Vecchio di Firenze inaugura il ciclo di Conferenze
Internazionali d’Alta Cultura con una Introduzione al teatro
italiano, presenti anche l’Ambasciatore e il Ministro della
Cultura francesi.
L’avvenimento più importante è senza dubbio
il viaggio negli Stati Uniti. Parte il 13 luglio a bordo del
Conte di Savoia e dopo una settimana di traversata giunge a
New York, dove si trattiene per due mesi e mezzo. Grandi
festeggiamenti ufficiali sia da parte della folta comunità
italiana che da parte del mondo culturale americano, ma il tutto
è condito da una certa freddezza dovuta da un lato all’appoggio
che apertamente Pirandello - con interviste pubblicate sui
maggiori quotidiani locali - dà al Regime fascista, che in
America non gode di alcuna simpatia e che si era giocato la sua
credibilità colla guerra di conquista dell’Etiopia, dall’altro
la resistenza degli americani a firmare contratti per un
“prodotto” che non avrebbe incontrato facilmente il favore delle
masse. A questo si aggiunge l’atteggiamento generale tenuto da
Pirandello nel suo rapporto con gli americani e con la cultura
locale, soprattutto quella teatrale, che si era apertamente
schierata contro ogni forma di fascismo e in particolare contro
l’impresa etiopica. La speranza di stringere accordi e firmare
vantaggiosi contratti va delusa, e cade il mito di una America
come fonte di quella ricchezza sempre sognata negli ultimi anni
e mai raggiunta.
Molte trattative imbastite, - scrive a
Marta il 30 Agosto, - ma nulla di concluso finora! E già anche
il mese d’Agosto è passato. Adesso è qui Talberg. Alloggia in
questo stesso albergo, ma ancora non l’ho visto. Forse lo vedrò,
uno di questi giorni; ma ormai non spero più nulla, tanto è
lontano dalla mente di tutti questi produttori di film ch’io
possa dar materia adatta al genere della loro produzione. Mi
ammirano troppo, capisci? ammirano troppo l’altezza della mia
arte e temono che non si possa abbassare fino alla mediocre
comprensione delle “masse”.
Amareggiato, si “abbandona a
generalizzazioni che tradiscono la sua superficiale conoscenza
della complessità del grande continente”. Doveva sentirsi un
po’ disgustato e molto avvilito, quando decide di riprendere la
strada per l’Italia. Avrebbe voluto partire già il 24 settembre,
ma rimane ancora una settimana sempre nella speranza che
qualcosa potesse succedere. Intanto i giorni passano inutilmente
e nulla accade. Parte così il 5 ottobre e il 12 sbarca a Napoli,
dopo una traversata tranquilla, ma viene colpito da un serio
attacco cardiaco:
Proprio la mattina stessa dell’arrivo,
quando eravamo già fermi nel porto di Napoli, dopo una magnifica
traversata, e dal ponte del “Conte di Savoja” vedevo sulla
banchina Stefano, Fausto, Francesco venuti ad accogliermi con un
gruppo di giornalisti e d’amici, mi son sentito male
improvvisamente: un dolore bruciante al petto, che mi toglieva
il respiro e mi faceva mancar le gambe; mi videro tutti
impallidire come un morto; e io mi sentii quasi morire
veramente: avevo sulla fronte quel sudore di gelo che precede la
morte. Ma invece d’avvilirmi, mi sono [fatto] forte, per
resistere all’improvviso assalto del male. Gli amici e i miei
figli sbigottiti mi hanno subito condotto all’“Excelsior”. Qui
le pronte cure, specialmente alcune compresse calde al petto, mi
hanno fatto rinvenire. Sono stato all’albergo, così curato, fino
alle 3 e 1/2 del pomeriggio; poi mi sono messo in macchina,
ancora non del tutto ristabilito, per ritornare a Roma. Durante
il viaggio non sono stato tanto male; ma appena arrivato a Roma,
verso le 8, mi son fatto mettere a letto, dove sono ancora,
molto abbattuto, molto debole, ma credo ormai sulla via di
riprendermi. Non so a che cosa attribuire questo grave disturbo
improvviso. A New-York sono stato benissimo, e benissimo durante
tutto il viaggio che, ripeto, è stato ottimo, con un mare
tranquillo e delizioso. Sono stato, è vero, molto disappetente e
ho mangiato a bordo, forse, troppo poco. Il male è stato forse
provocato da un cucchiaino di bicarbonato preso a digiuno la
mattina dell’arrivo per rimediare a un po’ di “bruciacuore” che
mi dava fastidio. Mi ha cagionato un tal fermento di gas nello
stomaco, che il diaframma si dev’esser sollevato fino a
disturbare seriamente il cuore, che a un certo momento minacciò
d’arrestarsi. Basta, ora sto meglio e spero che tra qualche
giorno potrò rimettermi del tutto.
L’attacco cardiaco si ripete più violento
qualche giorno dopo nella sua casa di Roma. Le cure sono
abbastanza pronte ed energiche. I troppi viaggi, le emozioni
dell’ultimo anno, il troppo fumo, la delusione americana, la
gioia di rivedere i propri cari dopo giorni di depressione e
solitudine sulla nave, trascorsi con certi pensieri fissi che
sarebbe facile immaginare: tutto concorre a creare quello stato
di stress che si conclude con gli attacchi cardiaci. Lentamente
si rimette: il pensiero di Marta lo fa sentire vivo,
sentire la sua voce al telefono
che gioja udire la Tua cara bella voce viva
l’altro jeri al telefono! Come ho fatto presto a riconoscere e a
sentire in tutto il sangue, in tutte le fibre del corpo, in
tutti gli angoli più riposti dell’anima che la sorgente della
mia vita, di quella poca che ancora mi resta, è in Te, Marta
mia. Udendo la Tua voce, sentendoTi parlare mi sono sentito
tutto ravvivare, e mi ha fatto più bene la Tua voce, che tutte
le cure, che tutte le medicine e le attenzioni dei medici. (a
Marta 22.X.35)
e leggere le sue lettere sono veramente
l’unico balsamo per la sua anima, e in quei giorni di salute
precaria contengono l’invito a lasciar stare le miserie
quotidiane e a illuminare con la sua presenza il mondo del
teatro e dell’arte. Riportiamo intera la lettera del 26
ottobre [’35]
Caro, mio caro Maestro,
sono arrivata in questo momento da Salso e
trovo la Sua buona, addolorata lettera. Mi pento di essermi
lasciata trasportare da un impeto di irritazione che in fondo
era il dispiacere di vedere Lei ancora, dopo tanta esperienza di
casi e di vita occorsi, occuparsi, dare un rilievo eccessivo a
cose che non valevano il Suo rammarico o la Sua attenzione. Le
assicuro, Maestro, che se non le volessi quel bene che le
voglio, avrei diritta diritta passato sopra a questi suoi
accenni, e avrei continuato a fare quello che stimavo giusto,
secondo certamente il mio criterio.
È perché voglio e desidero che Lei veda
alto, secondo il suo sguardo e non si occupi che di fatti che
Lei, grande, col suo grande spirito può accostarsi. E secondo il
mio parere Lei non deve piú partecipare alla vita di
palcoscenico, ma illuminare (soltanto perché Lei ha un godimento
di vita o meglio d’arte) quei pochi attori che lo meritano. Ma
deve pensare soprattutto a se stesso. Soltanto a se stesso.
Se io Maestro, le ho detto qualche cosa di
mia esperienza di questi giorni, fu soltanto perché Lei si
guardasse da amici non sinceri. Ma questi amici non sinceri non
meritano la sua passione. E se è per me Maestro, che ho ormai
una dura esperienza, e una certa filosofia ancora forse
giovincella ma robusta, non vale la sua passione ma la sua
freddezza, e il suo cervello. E se è per il teatro (come è
realmente), Maestro, per me e per tutti è Lei il teatro, è a Lei
che guardiamo, che amiamo, che ci rappresenta il teatro, cioè la
nostra arte.
E se mi vuol fare felice, Maestro, sí li
guardi pure con la sua sapienza, col suo disprezzo, con la sua
bontà anche, ma non con il suo cuore. Non dia a loro il suo
cuore. Lo tenga per chi lo ama, per chi lo vuole ancora per
tanti anni, perché lei dica la parola sempre piú bella, sempre
piú alta. E c’è tanto bisogno nel mondo di uno spirito come il
suo. [...]
L’abbraccio Maestro, con tanta tanta
tenerezza e con gli auguri del mio cuore fervido
Marta
Il 29 ottobre alla presenza del Duce
pronuncia un breve discorso per l’apertura della stagione di
prosa al Teatro Argentina: adesso, come aveva detto Marta,
Pirandello è il simbolo vivente del teatro italiano. Qualche
giorno dopo viene raggiunto a Roma da Marta, che si tratterrà
per circa un mese. Il 13 dicembre al Teatro Argentina c’è la
Prima italiana di Non si sa come con un grande successo
sottolineato dal pubblico con ovazioni all’autore che ormai
appare vecchio e malato, come annota anche Corrado Alvaro nella
sua Prefazione alle Novelle per un anno a proposito degli
ultimi mesi della vita del Maestro. Ma il successo non soddisfa
Pirandello:
È stato uno strazio da parte degli attori,
a cominciare sopratutto da Ruggeri, che non ha inteso
minimamente né lo spirito né la situazione del protagonista; non
ha mai vibrato, non ha mai detto come doveva dire le sue parole.
Prima di tutto, non le sapeva! Se il suggeritore non gliele
soffiava, non andava avanti! E gli altri, che cani, Marta mia!
Sì, il successo ci fu, e grande; ma che vuoi che m’importi del
successo, se la mia opera mi è stata uccisa sotto gli occhi
sulle tavole del palcoscenico? Il pubblico è stato generoso, e
mi ha voluto solo alla fine per farmi un’ovazione interminabile,
forse a compensarmi dello strazio che mi era stato inferto. Ci
sono stato male due giorni; la stanchezza, la macerazione, mi
hanno prostrato, finito. Non Ti dico che cosa è stato per me
ricevere le congratulazioni di tutto un popolo dei varii
Alfieri, Bodrero, Di Marzio e infiniti altri, alla fine del
secondo atto. Quando sono rincasato, avevo la febbre, che m’è
durata tutto ieri. Non ho potuto prendere un boccone e son
rimasto tutto il giorno a letto. Ah, basta, basta col teatro…
L’ovazione interminabile è un
tributo di gloria da parte di tutto il mondo del teatro e della
politica italiana al grande Maestro, le cui condizioni di salute
sono già tanto precarie da destare in molti la coscienza che si
sta avvicinando il momento finale.
Il 1936 si apre con l’accantonamento
del “Progetto per il teatro Nazionale” da parte del Governo, che
intende “concentrare tutte le risorse nella costruzione di
Cinecittà per produrre film di propaganda per le masse e
Pirandello non ne potrà più vederne la realizzazione. Qualche
riforma dovrebbe portare a una migliore situazione del Teatro in
Italia, ma i risultati sono piuttosto scarsi anche perché i
sussidi governativi, distribuiti apparentemente a caso,
finiscono nelle tasche di capaci e incapaci e delle solite
persone “profittatrici”, che sembrava avessero perso peso
politico nelle ultime stagioni.
Alla fine di gennaio Pirandello si trova a
Milano, dove si trattiene fino a metà febbraio, per assistere al
debutto stagionale di Marta primattrice al Teatro Lirico con
Santa Giovanna di G.B. Shaw con la Compagnia dei Grandi
Spettacoli d’Arte diretta da G. Salvini. A metà Marzo la
Compagnia è a Roma al Teatro Argentina, che proseguirà poi prima
a Bologna e poi a Firenze.
Alla fine di marzo arriva a Marta una
concreta possibilità di recitare in America, proposta da Gilbert
Miller di New York, con un contratto che viene firmato il 7
maggio a Roma. Il 23 maggio Marta parte per Londra: comincia la
sua grande avventura fuori dall’Italia. A fine maggio, tornando
da Milano, Pirandello resta solo.
Si reca ad Anticoli Corrado, nella
deliziosa campagna di S. Filippo, in compagnia del figlio Fausto
e della nuora Pompilia, trascorre molta parte dell’estate
dipingendo paesaggi dolci e tristi, allontanandosi dalla pratica
letteraria e mentre dipinge il pensiero può restare legato là
dove da un decennio si è incatenato con una malia irresistibile:
a Marta, che prepara il suo debutto a Londra in inglese. Come
sempre nelle sue lettere descrive tutto della sua situazione
alla donna. Verso la metà di giugno viene ospitato per qualche
giorno nel villino Mezzaluna del Lido di Camaiore e il
successivo 23 assiste alla Prima romana della commedia del
figlio Un padre ci vuole. Da Roma riparte subito per
Anticoli Corrado. Il 12 luglio, in una lettera a Marta, dopo
averle annunciato che si sarebbe recato a Venezia, annuncia: al
ritorno “non starò più con Stefano e Olinda, quando
torneranno dall’Alto Adige. Loro se n’andranno ad abitare
altrove, e nel piano di sotto abiterà, in ottobre, la mia
figliuola Lietta che ritorna in Italia con le bambine,
separata dal marito. Non ho voluto darTi prima d’ora, Marta mia,
questa notizia che, son sicuro, Ti dispiacerà tanto per me.
Cascherò dalla padella nella brace; mi cresceranno del doppio le
spese”.
Dal 15 al 18 luglio lo troviamo a Venezia
per le rappresentazioni goldoniane allestite da Renato Simoni,
quindi torna a Roma passando per Milano dove fa visita ai
genitori di Marta. Da Roma riparte subito per Anticoli dal
figlio Fausto, ma psicologicamente aumenta la stanchezza e la
sua irrequietezza: potrebbe essere un momento di serenità, “Ma
- scrive il 27 luglio a Marta - il mio animo è in continuo
ribollimento, e la pace non è fatta per me. Bisogna che io vada
fuggendo, per non sentire questa mia atroce solitudine e il
tormento non meno atroce di dover nascondere la mia gioventù
sotto questa apparenza di vecchio!”. È in questi giorni che
prende la decisione di trasferirsi presto a Milano, come afferma
Corrado Alvaro, per non cadere “dalla padella nella brace"; ma è
un progetto senza convinzione, che testimonia la sua smania, ma
non una reale possibilità di scelta.
Verso il 20 agosto per un breve periodo di
riposo, prima di partire per l’America, Marta ritorna in Italia
reduce dai lusinghieri successi ottenuti a Londra: è l’ultima
volta che Pirandello vede la sua “luce” prima che si imbarchi a
Genova a bordo del Conte di Savoia, l’11 settembre, per
New York, dove giunge il 17, per esordire il 15 ottobre al
Plymoth Theatre con Tovarich nel ruolo della Granduchessa
Tatiana Petrovna, una rappresentazione che la critica sui
maggiori quotidiani ha definito come il primo grande successo
della stagione: le recite proseguiranno per ben 45 settimane.
Alla fine di settembre va per qualche
giorno a Berlino con S. E. Alfieri e con Bodrero in commissione
per il Congresso Internazionale della Società degli Autori ed
Editori, tutto a spese del Ministero Stampa e Propaganda. Il
nuovo regime nazista gli promette di favorire una ripresa del
suo teatro in tutta la Germania, ritraducendolo integralmente,
come scrive da Berlino a Marta il 29 settembre:
Ho ritrovato Berlino press’a poco com’era,
ma quasi spenta. La vita teatrale segnatamente. Non si produce
nulla. Tuttavia, fin da jersera son venuti a trovarmi due
agenti, Ahn e Simrok, divenuti ormai, col nuovo regime, i primi
di Berlino e della Germania, i quali sono animati dal proposito
di fare una rinascita del mio teatro qui e mi hanno offerto
condizioni vantaggiosissime. Alfieri ha promesso loro che ne
avrebbe parlato domani o doman l’altro col Göbells che gli si
dimostra amico. Se verrà l’autorizzazione, l’affare è fatto. Qua
ci vuole l’autorizzazione per tutto; e per tal riguardo si sta
molto peggio che da noi. Il Göbells lo vedrò certamente anch’io.
A Roma, quando lo vidi, mostrò d’avere molta simpatia e
considerazione per me. Staremo a vedere. Ma ormai, Marta mia,
poco m’importa di tutto. Se l’affare si fa, sarò contento; e se
non si fa, non prenderò il lutto per questo.
Per inciso ricordiamo che Ahn e Simrok
erano suoi agenti a Berlino già nel 1929. La luce della sua
mente sa ancora vedere la realtà sociale e politica, anche se la
luce della sua anima è di molto offuscata perché la sua fonte è
lontana troppe miglia: la critica al regime che tutto gestisce,
per cui ci vuole l’autorizzazione per ogni cosa, anche per
vivere, è lucidissima e pacata; la rigida forma non è più solo
qualcosa che riguarda il personaggio nei suoi rapporti con gli
altri personaggi, sventurati o sciagurati come lui nel fluire
del tempo e del destino, ma comprende l’intera società: la
forma stessa è diventata un regime, quello fascista, nel
quale si sta male e nel regime nazista si sta molto peggio.
La partenza di Marta lo lascia come
stralunato e lo porta a vivere in una condizione mentale di
sogno continuo, come ci è attestato dalla straordinaria lettera
del 21 novembre: ancora una volta, come tante per il passato,
cerca di “vedere” la città dove vive Marta, il quartiere, le
strade, fin nei più minuti particolari…
Tu avrai forse a quest’ora ricevuto la mia
lettera indirizzata al “Plymouth Theatre” e quella di Graziadei
indirizzata all’«Hôtel Pierre», prima che mi facessi conoscere
la strada e il numero del Tuo quartierino. New York è come una
scacchiera; e, conoscendola, mi posso render conto benissimo di
dove abiti: so la strada 53ma, dove taglia la VI Avenue (West);
non ricordo soltanto se i numeri dispari siano a destra o a
sinistra della strada. A che piano stai? Posso domandarlo al
portiere. Già ci sono. Salgo con l’ascensore. Suono il
campanello alla porta. Mi si presenta una “magnifica” cameriera
negra.
- Miss Marta Abba?
E odo dall’altra stanza il Tuo grido:
- Maestro! Maestro!
Marta mia, che sogno! Soltanto a farlo, mi
sento tutto rinascere. Ti farei, prima di tutto, un grosso
rimprovero amoroso, d’aver trascurato la salute. Tu vuoi che non
Te ne parli; m’assicuri che ora stai bene, che avrai cura di Te,
ora che Ti sei rassettata in codesto appartamentino, ma intanto
la prima cosa ch’io notai, quando Graziadei venne a mostrarmi
una Tua fotografia sulla rivista “Time”, dove insieme con
Halliday sei ritratta nell’atto di sorridere mentre asciughi un
piatto, la prima cosa che notai fu che - sì sei sempre tanto
bella, tanto piena di grazia nella sapiente malizia del Tuo
sorriso alle spalle del Tuo principe consorte - ma patita,
patita, coi segni bene impressi d’una stanchezza fisica che non
si vuol dare per vinta. So, so che hai avuto tanto da fare, che
ciò che hai fatto ha del miracoloso, e che bisogna anzi
ringraziar Dio che hai potuto resistere a tanto sforzo
prodigioso e superarlo. Ma tutto sta ora a mantenere codesta
resistenza, che non abbia a cedere tutt’a un tratto per l’abuso
che hai fatto delle Tue energie! Mi raccomando, Marta mia!
E continua dandole suggerimenti e consigli
come solo con una figlia si può fare. E poi parla anche un poco
di sé, ed è un parlare struggente, come di chi vive senza vivere
ciò che gli sta attorno:
Mi domandi di me, Marta mia, ti lamenti che
non Ti parlo di me, di quel che faccio. Non faccio più nulla,
Marta mia, sto tutto il giorno a pensare, solo come un cane, a
tutto ciò che avrei da fare, ancora tanto, tanto, ma non mi pare
che metta più conto di aggiungere altro a tutto il già fatto;
che gli uomini non lo meritino, incornati come sono a diventare
sempre più stupidi e bestiali e rissosi. Il tempo è nemico. Gli
animi avversi. Tutto è negato alla contemplazione, in mezzo a
tanto tumulto e a tanta feroce brama di carneficina. Ma poi,
nel segreto del mio cuore, c’è una più vera e profonda ragione
di questo mio annientarmi nel silenzio e nel vuoto. C’era prima
una voce, vicino a me, che non c’è più; una luce che non c’è
più... Non mi sento più di lavorare; eppure dovrei, ne avrò
tra poco il bisogno, lavorare come per una condanna, cosa
atroce, alla mia età, dopo aver tanto tanto lavorato. Il poco
messo da parte s’assottiglia, le spese, coi nuovi carichi
addosso, son cresciute, crescono sempre più, non so come andrà a
finire. Ecco perché, Marta mia, mi vieto di parlarTi di me.
E se da un lato “si annienta nel silenzio”
(quante ore silenziose trascorse e come consumate nell’ultimo
mese, anche quando c’è Lietta, o le bambine), dall’altro si lega
alla stretta attualità quando scrive a Marta, ma solo per le
questioni che riguardano lei.
Un mese dopo aver accompagnato Marta che
partiva per New York, il 14 ottobre Pirandello torna a Genova,
questa volta per accogliere la figlia Lietta che rientra in
Italia: Marta e Lietta, le due donne che, in modi diversi e
contrapposti, avevano caratterizzato la sua vita negli ultimi
dieci anni. Lietta tornava soprattutto per lui, per ritrovare
quegli affetti familiari che sembravano perduti, che avevano
subito non pochi colpi in quegli anni. Ma in fondo, anche
nell’animo di Luigi Pirandello, nonostante l’irrequietezza
manifestata negli ultimi tempi, non era cessato l’amore per la
figlia, nonostante fosse stata l’unica a non aver accettato
l’idea di vedere accanto a suo padre un’altra donna, nonostante
il risentimento per la figlia che l’aveva duramente avversato,
tanto che in un foglietto testamentario del 25 settembre 1926
l’aveva trattata molto male, rivelando la netta contrapposizione
tra le due donne nel suo animo:
« Nel caso (che mi auguro non lontano)
d’una mia morte improvvisa, lascio le seguenti disposizioni: 1)
che la metà di tutto quanto posseggo sia diviso in tre parti
uguali tra i miei figli Stefano, Lia e Fausto; 2) che l’altra
metà disponibile sia divisa anch’essa in tre parti uguali, ma la
terza, per punizione, non vada a mia figlia Lia, bensì ad
un’altra mia figlia d’elezione che volle col suo nobile e
purissimo affetto confortare questi ultimi giorni della mia vita
raminga, avendone in compenso la più vile e schifosa malignità:
dico la signorina Marta Abba. I miei due figli Stefano e Fausto,
coeredi con lei di questa metà disponibile se, come non ho mai
dubitato, mi amano, la tengano cara come una vera sorella e le
siano grati delle tenere cure filiali che ella ebbe per me. 3) A
compensarla del tanto male che le è venuto dal tanto bene che mi
fece, voglio inoltre che vadano soltanto alla signorina Marta
Abba tutte le percentuali dei diritti di autore che verranno
dalle rappresentazioni, sia in Italia che all’estero, di tutti
quei lavori che, senza di lei, non avrei mai scritto, a
cominciare da Diana e la Tuda. Fino ad oggi sono due Diana e la
Tuda e L’amica delle mogli. Presto con la nuova colonia saranno
tre. Potranno anche essere quattro o cinque. 4) Quanto verrà di
percentuali per diritti di autore dalle rappresentazioni, sia in
Italia che all’estero, dei lavori anteriori a Diana e la Tuda e
dai romanzi e dalle novelle, sia diviso in tre parti uguali tra
i miei tre figli Stefano, Lia e Fausto. Firenze 25 settembre
1926.
Luigi Pirandello ».
Tornano a Roma; Lietta ha con sé le due
bambine; prende casa a poca distanza da quella del padre, che va
a trovare tutti i giorni. Il padre sta poco in casa, quando non
lavora, e in quegli ultimi tempi, da quando Marta era partita,
il lavoro si è allontanato da lui, che vive i suoi giorni un po’
distratto, tutto attento alle sensazioni che gli arrivavano
dall’America. Il giorno dopo l’arrivo di Lietta a Genova, Marta
esordisce con grande successo al Plymouth Theatre, un successo
che riempie d’entusiasmo Pirandello, che non può più gioirne
apertamente, anche per la grande lontananza, che attutisce tutte
le sensazioni: una lettera impiega da 7 a 11 giorni per
attraversare l’Oceano!).
In questi ultimi anni della sua vita,
Pirandello ritorna al silenzioso spazio della narrativa,
scrivendo alcune delle sue novelle più suggestive: Di sera un
geranio (1934), Il chiodo e Una giornata
(1936). Ancora tutto preso dalla composizione del
mito-testamento I giganti della montagna, il dramma
incompiuto e artisticamente più valido per unanime consenso
della critica.
Negli ultimi tempi aveva preso ad andare ad
assistere a Cinecittà alle riprese del nuovo film Il fu
Mattia Pascal (col titolo L’homme de nulle part), che
egli stesso aveva dialogato su riduzione di Pierre Chenal e
altri, con gli interpreti Pierre Blanchard, Irma Gramatica e Isa
Miranda. Un giorno, tornando a casa, sente dolori e malesseri
strani; il cameriere gli prepara il letto avvertendo nel
frattempo Lietta, Stefano e Fausto; siamo alla fine di novembre
e nel teatro di prosa gli spifferi gelidi sono tanti, prende
un’infreddatura e si ammala. Sembra una cosa da niente, uno dei
tanti contrattempi, ma non è così: diventa una polmonite, che in
pochi giorni gli distrugge i polmoni già tanto malandati per il
troppo fumo. La fine è abbastanza rapida. “I senapismi non
servirono, non servirono le sanguisughe che gli applicò un
clinico illustre” (Aguirre, cit. p. 164).
Pirandello si spegne di polmonite il 10
dicembre alle 8.55.
Tra le sue carte si scoprono le sue
ultime volontà, scritte su un foglietto ingiallito:
“ MIE ULTIME VOLONTÀ DA RISPETTARE ”
I. Sia lasciata passare in silenzio la mia
morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlarne sui
giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzii né
partecipazioni.
II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga,
nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero
acceso.
III. Carro d’infima classe, quello dei
poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il
carro, il cavallo, il cocchiere e basta.
IV. Bruciatemi. E il mio corpo, appena
arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere,
vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna
cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra
nella campagna di Girgenti, dove nacqui.
“Arrivò il rappresentante del Governo -
scrive Corrado Alvaro - e lesse sbalordito quel mezzo foglio…
Lesse e rilesse quel foglio, se lo copiò, e si domandava come
avrebbe fatto a presentarlo al Duce. Un grande uomo, un uomo
celebre che va via in quel modo, chiudendosi la porta alle
spalle, senza un saluto, senza un pensiero, senza un omaggio
sovratutto, chiedendo di essere coperto appena di un lenzuolo ma
da nessuna uniforme, da nessuna camicia nera come era di rito,
andare via come un povero, senza commemorazioni, senza feste. Il
rappresentante del Governo era un bravo tipo e umano, ma doveva
risponderne al suo capo, e il capo non poteva raggiungere un
uomo nella morte; almeno la morte era cosa tutta privata; la
sola, allora. Disse: « Se n’è andato sbattendo la porta ». Di
fronte alla perplessità di quel funzionario, c’era da misurare
una condizione umana, e veniva fatto di invidiare colui che era
dileguato a quel modo con la sua morte, rifiutando quegli onori
per cui gli artisti vanitosi si compiacciono di contemplarsi
perfino nella morte, e senza paura delle vendette che si
potevano fare sulla sua memoria. E fu istruttivo, in quelle
ventiquattr’ore, sapere che sul tavolo del più potente tra i
cittadini si battevano indignati i pugni, che ufficialmente era
negato allo scomparso un discorso maggiore di quello consentito
a un fatto di cronaca, che uno, autore di un racconto col titolo
C’è qualcuno che ride, annunciava il nulla a tutta la
gloria e a tutta la potenza, ed era lui che rideva. Pirandello,
nel punto supremo del suo destino terreno, affermava di essere
libero e solo. Affermò di essere libero soltanto nella morte.”
Il giorno dopo, i funerali: un carro senza
accompagnamento si avvia verso il cimitero del Verano, dove il
13 il suo corpo verrà cremato e le ceneri conservate per dieci
anni, secondo le norme vigenti. “Chi fu incaricato di andarle a
rilevare nel deposito del Verano stentò alquanto a ritrovarle”
(Giudice, cit. p. 548). Era il 1946; scortate dall’on.
Gaspare Ambrosini, deputato all’Assemblea Costituente, che aveva
ottenuto le debite autorizzazioni ministeriali, le ceneri
giungono ad Agrigento su una littorina appositamente allestita
su preghiera dello stesso Ambrosini, dopo che i piloti
dell’aereo, concesso dalle Forze armate americane si rifiutarono
di prendere il volo, simulando un’avaria, intimorite da una voce
che si era sparsa rapidamente: che la volontà di Pirandello
di far spargere al vento le proprie ceneri dovesse realizzarsi
proprio durante questo volo e per cause accidentali. Le
ceneri, conservate in un’anfora greca prediletta da Pirandello
stesso, furono conservate per 15 anni prima nel Museo Comunale e
poi nella casetta del Kaos, che con Decreto del Presidente della
Repubblica dell’8 dicembre 1949 (n. 1170) era diventato
«Monumento nazionale». Infine sepolte in una roccia che si trova
non lontano dalla casa, ombreggiata dal famoso «pino di
Pirandello»
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