Home

Italiano Deutsch Sicilianu English Français Español Portugues E-Mail ShakespeareWeb
 

Biografia

Poetica

Storia

Teatro

Romanzi

Novelle

Poesie

Scritti e discorsi

Tematiche

Nobel

Audiolibri

Chat room

youtube

 

Biografia

di Giuseppe Bonghi

da Biblioteca dei Classici Italiani

1 - La fanciullezza

      e le prime prove

2 - La formazione

      e le prime opere

3 - La maturità e il teatro

4 - La maturità:

      il trionfo del Teatro

5 - Il Fascismo e la Musa

5a - L'adesione al fascismo

5b - l'amore per Marta

5c - il nuovo rapporto coi figli

6 - La coscienza dell'arte

       e l'espatrio

6a - La coscienza dell'arte

6b - Berlino: espatrio parte I

6c - Parigi: espatrio parte II

7 - Il tramonto

       e il mito-testamento

7a - anni tormentosi

7b - il premio Nobel

7c - il declino

 

 

 

7. Il tramonto e il mito - testamento - 7c. Il declino

 

Ai primi di gennaio del ’35, convocato da Chiavolini, viene ricevuto in udienza privata da Mussolini: ci sono le congratulazioni del Regime, si parla del Nobel, si ritorna a parlare del progetto del Teatro Nazionale di Prosa e Pirandello promette di presentargli quanto prima il progetto. Si reca quindi a Parigi, dove lo raggiungono Marta e sua madre, trascorrendovi quasi tutto il mese. La serie dei festeggiamenti non è ancora finita, Parigi gli riserva ancora sorprese. Così Silvio d’Amico descrive la serata del 17 gennaio:

 

« ... Pirandello è tornato a Parigi, per assistere a quel che l’Intransigeant gli aveva preparato, il grande gala al teatro dei Mathurins; dove Pitoëff ha messo in scena Ce soir on improvise, seguito da un insolito, bizzarro e gentilissimo omaggio di tutti gli interpreti parigini di Pirandello all’insigne autore, e dalla consegna della rosetta della Legion d’onore al festeggiato, fatta dal Ministro dell’Educazione Mallarmé... ». (Infatti Pirandello non si era occupato di ritirare la prima « rosetta » assegnatagli tanti anni prima). « ... All’annuncio di Gaston Baty si son visti sfilare a uno a uno, ciascuno col suo trucco e pronunciando parole appropriate,

la Madre (Marie Kalff) e il Capocomico (Michel Simon) dei Sei personaggi,

Baldovino (Dullin) del Piacere dell’onestà,

la signora Frola (Madame Dullin) di Così è (se vi pare),

Ersilia (Madame Simon) e i suoi compagni di Vestire gli ignudi,

Fulvia (Paulette Pax) e Mauri (Clariond) di Come prima, meglio di prima,

la Madre e la Suora (la Rivorin e la Bing) de La vita cbe ti diedi,

Frida (Ludmilla Pitoëff) di Enrico IV,

l’Incognita (Marguerite Jamois) di Come tu mi vuoi;

e infine la nostra Marta Abba - che recitò a Parigi, in francese, L’uomo, la bestia e la virtù - nelle vesti della signora Perella, insieme con Paolino e col capitano Perella (Lefour e Pauley)... ».

 

 

Il 27 gennaio Marta parte per Londra, per studiare e perfezionare la conoscenza dell’inglese con la prospettiva di recitare appunto in questa lingua, come già aveva fatto a Parigi. Pirandello resta di nuovo solo, si getta nel lavoro, ma è distratto dai tanti impegni “rappresentativi”; anche il Ministero degli esteri cerca di prenderne per lui, ma quasi sempre riesce a sottrarsi: ormai la sua figura è divenuta un simbolo, e il viale del tramonto lo rende un monumento da ammirare senza condizionamenti, anche se l’arte e il mondo del teatro hanno imboccato strade che ormai gli sono estranee.

Nel mese di febbraio due sono gli eventi importanti, che sembrano vicini alla conclusione ma che si riveleranno ancora una volta deludenti e privi di sbocchi. Il primo riguarda la possibilità di stringere un ricco contratto con un certo Reece ideatore di una società anonima, che si sarebbe chiamata “Compagnia Pirandello” con sede a Londra, con capitali di importanti finanziatori inglesi, con lo scopo di diffondere in traduzione inglese nel mondo l’opera del Maestro che si sarebbe visto garantire un introito eccezionale, come scrive a Marta il 3 febbraio:

 

Io ho avuto qua a Parigi tre giorni di conferenza con Reece e alla fine s’è messo su il progetto che egli presenterà a Londra a Sir Edmond Davis. Questo progetto è per una Compagnia Pirandello, compagnia nel senso commerciale e inglese della parola, cioè Società per lo sfruttamento dell’opera, passata presente e futura, di Pirandello, con capitale di 4 milioni, di cui tre andranno a me, alla firma del contratto, e un milione servirà per le spese d’esercizio. Io cederò tutto, libri, teatro, cinematografia, finché l’anticipazione globale di tre milioni non sia recuperata; poi avrò il 60% dei proventi e lascerò alla Società il 40%. Ma l’organizzazione della Compagnia, che sarà presieduta e diretta dal Reece stesso, sarà complessa, perché avrà tante branche sia in Europa, sia in America. Siamo stati a lavorare in questi tre giorni più di 8 ore al giorno e spero che nel progetto si sia contemplato tutto; naturalmente, prima di passare alla firma del contratto consulterò un avvocato di prim’ordine, come Marchesano. Reece ha già chiesto da qui udienza al Davis; ma per raccogliere tutti i finanziatori del suo gruppo ci vorrà per lo meno una settimana; quando tutti potranno riunirsi il Reece sarà avvertito a Grasse e si recherà a Londra per trattare; ma egli è già sicuro dell’affare, perché il Davis è già prevenuto in massima e disposto a trattarlo. Tu capisci, Marta mia, che per me sarebbe una vera fortuna, mettermi tranquillo per questi ultimi anni che mi restano da vivere (seppure saranno “anni”), senza più pensieri, a lavorare a ciò che più mi piace!

 

Il secondo riguarda l’ormai annoso Progetto Pirandello per il Teatro: il 18 febbraio viene ricevuto dal Duce a Palazzo Venezia per la presentazione del progetto, al quale si era dedicato  molto nelle ultime settimane, dall’ultimo colloquio, ed ormai pronto nei minimi dettagli, con tutti i costi ben dettagliati, la formazione della compagnia, perfino i nomi già pronti. Così ne scrive a Marta il giorno dopo:

 

Ma veniamo alla grande notizia. Dunque, jeri, alle 17 e 30, sono stato a Palazzo Venezia col mio bravo progetto sotto il braccio per l’istituzione d’un teatro nazionale di prosa in Roma. Sono stato introdotto subito, e subito il Duce, con la sua solita mirabile prontezza di spirito, s’è interessato alla “premessa” introduttiva, intitolata “Il teatro al popolo”, senza perder tempo in disquisizioni inutili. Ha cominciato subito ad approvare quanto man mano leggeva; ha scorso tutto il progetto, intramezzando qua e là, qualche osservazione, qualche rilievo, per esempio, se non conveniva meglio chiamare l’istituzione “Teatro Reale di prosa”, anziché “Teatro Nazionale di Prosa” e poi osservando lui stesso “ma forse ’Reale di prosa’ suona male” e troncando: “basta, studieremo"; disse a un certo punto ch’era bene si trovasse oggi al posto di Governatore il Bottai che sarà certamente un collaboratore adattissimo al progetto; insomma ho avuto la precisa impressione che la cosa è fatta; figurati che alla fine mi disse: “Sarebbe bellissimo cominciare quest’anno stesso, ad ottobre!” Ora questa è perfettamente nel Suo stile, quando vuol fare una cosa. Oggi stesso Egli vedrà Bottai, e son sicuro che ne parlerà con lui e studierà con lui, se sarà possibile, dati i lavori di riadattazione che ci saranno da fare al Teatro Argentina, cominciare veramente in ottobre. Gli è piaciuta moltissimo l’idea di iniziare l’anno comico il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma, con un lavoro vincitore d’un concorso internazionale, per far che Roma ridiventi centro mondiale delle arti e della coltura.

Appena ritornato, felicissimo, a casa, mi sono attaccato al telefono per comunicare la notizia a Bottai, che se ne mostrò entusiasta: “tanto per il teatro” disse “quanto per te”.  Insomma, Marta mia, pare che al nostro sogno siamo finalmente arrivati! jeri sera erano tutti in gran festa da me, D’Amico e tutta la redazione di “Scenario”, Bontempelli, Alvaro, e tutti parlavano di Te e dicevano che senza Te, costituire la compagnia, non sarebbe in alcun modo possibile. Il problema da risolvere sarà trovare qualcuna che possa starli accanto! Ma di tutto questo parleremo prossimamente nell’occasione della mia venuta a Londra, che è stata rimandata circa al 9 o 10 di Marzo. Mi ha scritto il Reece che la conferenza dei banchieri finanziatori dell’affare non potrà aver luogo costà prima del 4 o 5 Marzo; che in seguito a questa prima conferenza egli il giorno 8 al più tardi mi telegraferà da Londra e che intanto io mi tenga pronto a partire per il 9 o il 10. Forse, verso la fine di Marzo, con l’affare concluso e con la prospettiva dei grandi lavori per il prossimo Teatro di Stato, formazione della Compagnia, formazione del repertorio, noi, Marta mia, potremmo ritornare insieme in Italia.

 

E ovunque giri la mente, il suo obiettivo è sempre lo stesso: Marta e la possibilità di vivere “insieme” a lei: anche il progetto del teatro di Stato aveva questa nascosta finalità: “potremmo ritornare insieme in Italia”.  Subito dopo l’incontro, con Bottai e altri gerarchi fascisti si getta nei preparativi per la realizzazione del progetto. Ma dopo le prime speranze (finalmente siamo sulla via di fondarlo sul serio e per sempre. Per incarico del Capo, Bottai già ne studia la fondazione sulle basi del mio progetto, senz’altre persone di mezzo, né Ciano, né la Corporazione, né la Società degli Autori, né l’Accademia. Così lo stesso Bottai m’ha annunziato per telefono. 4 marzo) contrari ai desideri e ai voti furono i fatti: già da metà aprile, pur rimanendo una certa fiducia nella positiva soluzione del progetto, i desideri cominciarono a sgonfiarsi, quando cominciano a verificarsi rinvii e dilazioni (realizzati perfino con la nomina del responsabile - prima Bottai, poi De Pirro poi Ciano - o col coinvolgimento prima solo di Roma e poi anche di Milano e Torino, che lentamente tirano per le lunghe la situazione e portano infine all’accantonamento stesso del progetto.

Alla fine di Marzo Pirandello va a Londra, per curare alcuni affari e incontrarsi con Marta restandovi per una settimana. Al ritorno a Roma lo aspettano grandi festeggiamenti: il 24 aprile a Palazzo Ruspoli, nel cui salone, su un palco improvvisato, viene recitato L’uomo dal fiore in bocca; alla sera, banchetto in suo onore con la partecipazione di Galeazzo Ciano, al quale era stato dato dal “Capo” l’incarico d’occuparsi della fondazione del Teatro di Stato. Due giorni dopo nel Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio di Firenze inaugura il ciclo di Conferenze Internazionali d’Alta Cultura con una Introduzione al teatro italiano, presenti anche l’Ambasciatore e il Ministro della Cultura francesi.

L’avvenimento più importante è senza dubbio il viaggio negli Stati Uniti. Parte il 13 luglio a bordo del Conte di Savoia e dopo una settimana di traversata giunge a New York, dove si trattiene per due mesi e mezzo. Grandi festeggiamenti ufficiali sia da parte della folta comunità italiana che da parte del mondo culturale americano, ma il tutto è condito da una certa freddezza dovuta da un lato all’appoggio che apertamente Pirandello - con interviste pubblicate sui maggiori quotidiani locali - dà al Regime fascista, che in America non gode di alcuna simpatia e che si era giocato la sua credibilità colla guerra di conquista dell’Etiopia, dall’altro la resistenza degli americani a firmare contratti per un “prodotto” che non avrebbe incontrato facilmente il favore delle masse. A questo si aggiunge l’atteggiamento generale tenuto da Pirandello nel suo rapporto con gli americani e con la cultura locale, soprattutto quella teatrale, che si era apertamente schierata contro ogni forma di fascismo e in particolare contro l’impresa etiopica. La speranza di stringere accordi e firmare vantaggiosi contratti va delusa, e cade il mito di una America come fonte di quella ricchezza sempre sognata negli ultimi anni e mai raggiunta.

 

Molte trattative imbastite, - scrive a Marta il 30 Agosto, - ma nulla di concluso finora! E già anche il mese d’Agosto è passato. Adesso è qui Talberg. Alloggia in questo stesso albergo, ma ancora non l’ho visto. Forse lo vedrò, uno di questi giorni; ma ormai non spero più nulla, tanto è lontano dalla mente di tutti questi produttori di film ch’io possa dar materia adatta al genere della loro produzione. Mi ammirano troppo, capisci? ammirano troppo l’altezza della mia arte e temono che non si possa abbassare fino alla mediocre comprensione delle “masse”.

 

Amareggiato, si “abbandona a generalizzazioni che tradiscono la sua superficiale conoscenza della complessità del grande continente”.  Doveva sentirsi un po’ disgustato e molto avvilito, quando decide di riprendere la strada per l’Italia. Avrebbe voluto partire già il 24 settembre, ma rimane ancora una settimana sempre nella speranza che qualcosa potesse succedere. Intanto i giorni passano inutilmente e nulla accade. Parte così il 5 ottobre e il 12 sbarca a Napoli, dopo una traversata tranquilla, ma viene colpito da un serio attacco cardiaco:

 

Proprio la mattina stessa dell’arrivo, quando eravamo già fermi nel porto di Napoli, dopo una magnifica traversata, e dal ponte del “Conte di Savoja” vedevo sulla banchina Stefano, Fausto, Francesco venuti ad accogliermi con un gruppo di giornalisti e d’amici, mi son sentito male improvvisamente: un dolore bruciante al petto, che mi toglieva il respiro e mi faceva mancar le gambe; mi videro tutti impallidire come un morto; e io mi sentii quasi morire veramente: avevo sulla fronte quel sudore di gelo che precede la morte. Ma invece d’avvilirmi, mi sono [fatto] forte, per resistere all’improvviso assalto del male. Gli amici e i miei figli sbigottiti mi hanno subito condotto all’“Excelsior”.  Qui le pronte cure, specialmente alcune compresse calde al petto, mi hanno fatto rinvenire. Sono stato all’albergo, così curato, fino alle 3 e 1/2 del pomeriggio; poi mi sono messo in macchina, ancora non del tutto ristabilito, per ritornare a Roma. Durante il viaggio non sono stato tanto male; ma appena arrivato a Roma, verso le 8, mi son fatto mettere a letto, dove sono ancora, molto abbattuto, molto debole, ma credo ormai sulla via di riprendermi. Non so a che cosa attribuire questo grave disturbo improvviso. A New-York sono stato benissimo, e benissimo durante tutto il viaggio che, ripeto, è stato ottimo, con un mare tranquillo e delizioso. Sono stato, è vero, molto disappetente e ho mangiato a bordo, forse, troppo poco. Il male è stato forse provocato da un cucchiaino di bicarbonato preso a digiuno la mattina dell’arrivo per rimediare a un po’ di “bruciacuore” che mi dava fastidio. Mi ha cagionato un tal fermento di gas nello stomaco, che il diaframma si dev’esser sollevato fino a disturbare seriamente il cuore, che a un certo momento minacciò d’arrestarsi. Basta, ora sto meglio e spero che tra qualche giorno potrò rimettermi del tutto.

 

L’attacco cardiaco si ripete più violento qualche giorno dopo nella sua casa di Roma. Le cure sono abbastanza pronte ed energiche. I troppi viaggi, le emozioni dell’ultimo anno, il troppo fumo, la delusione americana, la gioia di rivedere i propri cari dopo giorni di depressione e solitudine sulla nave, trascorsi con certi pensieri fissi che sarebbe facile immaginare: tutto concorre a creare quello stato di stress che si conclude con gli attacchi cardiaci. Lentamente si rimette: il pensiero di Marta lo fa sentire vivo, sentire la sua voce al telefono

 

che gioja udire la Tua cara bella voce viva l’altro jeri al telefono! Come ho fatto presto a riconoscere e a sentire in tutto il sangue, in tutte le fibre del corpo, in tutti gli angoli più riposti dell’anima che la sorgente della mia vita, di quella poca che ancora mi resta, è in Te, Marta mia. Udendo la Tua voce, sentendoTi parlare mi sono sentito tutto ravvivare, e mi ha fatto più bene la Tua voce, che tutte le cure, che tutte le medicine e le attenzioni dei medici. (a Marta 22.X.35)

 

e leggere le sue lettere sono veramente l’unico balsamo per la sua anima, e in quei giorni di salute precaria contengono l’invito a lasciar stare le miserie quotidiane e a illuminare con la sua presenza il mondo del teatro e dell’arte. Riportiamo intera la lettera del 26 ottobre [’35]

 

Caro, mio caro Maestro,

sono arrivata in questo momento da Salso e trovo la Sua buona, addolorata lettera. Mi pento di essermi lasciata trasportare da un impeto di irritazione che in fondo era il dispiacere di vedere Lei ancora, dopo tanta esperienza di casi e di vita occorsi, occuparsi, dare un rilievo eccessivo a cose che non valevano il Suo rammarico o la Sua attenzione. Le assicuro, Maestro, che se non le volessi quel bene che le voglio, avrei diritta diritta passato sopra a questi suoi accenni, e avrei continuato a fare quello che stimavo giusto, secondo certamente il mio criterio.

È perché voglio e desidero che Lei veda alto, secondo il suo sguardo e non si occupi che di fatti che Lei, grande, col suo grande spirito può accostarsi. E secondo il mio parere Lei non deve piú partecipare alla vita di palcoscenico, ma illuminare (soltanto perché Lei ha un godimento di vita o meglio d’arte) quei pochi attori che lo meritano. Ma deve pensare soprattutto a se stesso. Soltanto a se stesso.

Se io Maestro, le ho detto qualche cosa di mia esperienza di questi giorni, fu soltanto perché Lei si guardasse da amici non sinceri. Ma questi amici non sinceri non meritano la sua passione. E se è per me Maestro, che ho ormai una dura esperienza, e una certa filosofia ancora forse giovincella ma robusta, non vale la sua passione ma la sua freddezza, e il suo cervello. E se è per il teatro (come è realmente), Maestro, per me e per tutti è Lei il teatro, è a Lei che guardiamo, che amiamo, che ci rappresenta il teatro, cioè la nostra arte.

E se mi vuol fare felice, Maestro, sí li guardi pure con la sua sapienza, col suo disprezzo, con la sua bontà anche, ma non con il suo cuore. Non dia a loro il suo cuore. Lo tenga per chi lo ama, per chi lo vuole ancora per tanti anni, perché lei dica la parola sempre piú bella, sempre piú alta. E c’è tanto bisogno nel mondo di uno spirito come il suo. [...]

L’abbraccio Maestro, con tanta tanta tenerezza e con gli auguri del mio cuore fervido

Marta

 

Il 29 ottobre alla presenza del Duce pronuncia un breve discorso per l’apertura della stagione di prosa al Teatro Argentina: adesso, come aveva detto Marta, Pirandello è il simbolo vivente del teatro italiano. Qualche giorno dopo viene raggiunto a Roma da Marta, che si tratterrà per circa un mese. Il 13 dicembre al Teatro Argentina c’è la Prima italiana di Non si sa come con un grande successo sottolineato dal pubblico con ovazioni all’autore che ormai appare vecchio e malato, come annota anche Corrado Alvaro nella sua Prefazione alle Novelle per un anno a proposito degli ultimi mesi della vita del Maestro. Ma il successo non soddisfa Pirandello:

 

È stato uno strazio da parte degli attori, a cominciare sopratutto da Ruggeri, che non ha inteso minimamente né lo spirito né la situazione del protagonista; non ha mai vibrato, non ha mai detto come doveva dire le sue parole. Prima di tutto, non le sapeva! Se il suggeritore non gliele soffiava, non andava avanti! E gli altri, che cani, Marta mia! Sì, il successo ci fu, e grande; ma che vuoi che m’importi del successo, se la mia opera mi è stata uccisa sotto gli occhi sulle tavole del palcoscenico? Il pubblico è stato generoso, e mi ha voluto solo alla fine per farmi un’ovazione interminabile, forse a compensarmi dello strazio che mi era stato inferto. Ci sono stato male due giorni; la stanchezza, la macerazione, mi hanno prostrato, finito. Non Ti dico che cosa è stato per me ricevere le congratulazioni di tutto un popolo dei varii Alfieri, Bodrero, Di Marzio e infiniti altri, alla fine del secondo atto. Quando sono rincasato, avevo la febbre, che m’è durata tutto ieri. Non ho potuto prendere un boccone e son rimasto tutto il giorno a letto. Ah, basta, basta col teatro…

 

L’ovazione interminabile è un tributo di gloria da parte di tutto il mondo del teatro e della politica italiana al grande Maestro, le cui condizioni di salute sono già tanto precarie da destare in molti la coscienza che si sta avvicinando il momento finale.

Il 1936 si apre con l’accantonamento del “Progetto per il teatro Nazionale” da parte del Governo, che intende “concentrare tutte le risorse nella costruzione di Cinecittà per produrre film di propaganda per le masse e Pirandello  non ne potrà più vederne la realizzazione. Qualche riforma dovrebbe portare a una migliore situazione del Teatro in Italia, ma i risultati sono piuttosto scarsi anche perché i sussidi governativi, distribuiti apparentemente a caso, finiscono nelle tasche di capaci e incapaci e delle solite persone “profittatrici”, che sembrava avessero perso peso politico nelle ultime stagioni.

Alla fine di gennaio Pirandello si trova a Milano, dove si trattiene fino a metà febbraio, per assistere al debutto stagionale di Marta primattrice al Teatro Lirico con Santa Giovanna di G.B. Shaw con la Compagnia dei Grandi Spettacoli d’Arte diretta da G. Salvini. A metà Marzo la Compagnia è a Roma al Teatro Argentina, che proseguirà poi prima a Bologna e poi a Firenze.

Alla fine di marzo arriva a Marta una concreta possibilità di recitare in America, proposta da Gilbert Miller di New York, con un contratto che viene firmato il 7 maggio a Roma. Il 23 maggio Marta parte per Londra: comincia la sua grande avventura fuori dall’Italia. A fine maggio, tornando da Milano, Pirandello resta solo.

Si reca ad Anticoli Corrado, nella deliziosa campagna di S. Filippo, in compagnia del figlio Fausto e della nuora Pompilia, trascorre molta parte dell’estate dipingendo paesaggi dolci e tristi, allontanandosi dalla pratica letteraria e mentre dipinge il pensiero può restare legato là dove da un decennio si è incatenato con una malia irresistibile: a Marta, che prepara il suo debutto a Londra in inglese. Come sempre nelle sue lettere descrive tutto della sua situazione alla donna. Verso la metà di giugno viene ospitato per qualche giorno nel villino Mezzaluna del Lido di Camaiore e il successivo 23 assiste alla Prima romana della commedia del figlio Un padre ci vuole. Da Roma riparte subito per Anticoli Corrado. Il 12 luglio, in una lettera a Marta, dopo averle annunciato che si sarebbe recato a Venezia, annuncia: al ritorno “non starò più con Stefano e Olinda, quando torneranno dall’Alto Adige. Loro se n’andranno ad abitare altrove, e nel piano di sotto abiterà, in ottobre, la mia figliuola Lietta che ritorna in Italia con le bambine, separata dal marito. Non ho voluto darTi prima d’ora, Marta mia, questa notizia che, son sicuro, Ti dispiacerà tanto per me. Cascherò dalla padella nella brace; mi cresceranno del doppio le spese”.

Dal 15 al 18 luglio lo troviamo a Venezia per le rappresentazioni goldoniane allestite da Renato Simoni, quindi torna a Roma passando per Milano dove fa visita ai genitori di Marta. Da Roma riparte subito per Anticoli dal figlio Fausto, ma psicologicamente aumenta la stanchezza e la sua irrequietezza: potrebbe essere un momento di serenità, “Ma - scrive il 27 luglio a Marta - il mio animo è in continuo ribollimento, e la pace non è fatta per me. Bisogna che io vada fuggendo, per non sentire questa mia atroce solitudine e il tormento non meno atroce di dover nascondere la mia gioventù sotto questa apparenza di vecchio!”.  È in questi giorni che prende la decisione di trasferirsi presto a Milano, come afferma Corrado Alvaro, per non cadere “dalla padella nella brace"; ma è un progetto senza convinzione, che testimonia la sua smania, ma non una reale possibilità di scelta.

Verso il 20 agosto per un breve periodo di riposo, prima di partire per l’America, Marta ritorna in Italia reduce dai lusinghieri successi ottenuti a Londra: è l’ultima volta che Pirandello vede la sua “luce” prima che si imbarchi a Genova a bordo del Conte di Savoia, l’11 settembre, per New York, dove giunge il 17, per esordire il 15 ottobre al Plymoth Theatre con Tovarich nel ruolo della Granduchessa Tatiana Petrovna, una rappresentazione che la critica sui maggiori quotidiani ha definito come il primo grande successo della stagione: le recite proseguiranno per ben 45 settimane.

Alla fine di settembre va per qualche giorno a Berlino con S. E. Alfieri e con Bodrero in commissione per il Congresso Internazionale della Società degli Autori ed Editori, tutto a spese del Ministero Stampa e Propaganda. Il nuovo regime nazista gli promette di favorire una ripresa del suo teatro in tutta la Germania, ritraducendolo integralmente, come scrive da Berlino a Marta il 29 settembre:

 

Ho ritrovato Berlino press’a poco com’era, ma quasi spenta. La vita teatrale segnatamente. Non si produce nulla. Tuttavia, fin da jersera son venuti a trovarmi due agenti, Ahn e Simrok, divenuti ormai, col nuovo regime, i primi di Berlino e della Germania, i quali sono animati dal proposito di fare una rinascita del mio teatro qui e mi hanno offerto condizioni vantaggiosissime. Alfieri ha promesso loro che ne avrebbe parlato domani o doman l’altro col Göbells che gli si dimostra amico. Se verrà l’autorizzazione, l’affare è fatto. Qua ci vuole l’autorizzazione per tutto; e per tal riguardo si sta molto peggio che da noi. Il Göbells lo vedrò certamente anch’io. A Roma, quando lo vidi, mostrò d’avere molta simpatia e considerazione per me. Staremo a vedere. Ma ormai, Marta mia, poco m’importa di tutto. Se l’affare si fa, sarò contento; e se non si fa, non prenderò il lutto per questo.

 

Per inciso ricordiamo che Ahn e Simrok erano suoi agenti a Berlino già nel 1929. La luce della sua mente sa ancora vedere la realtà sociale e politica, anche se la luce della sua anima è di molto offuscata perché la sua fonte è lontana troppe miglia: la critica al regime che tutto gestisce, per cui ci vuole l’autorizzazione per ogni cosa, anche per vivere, è lucidissima e pacata; la rigida forma non è più solo qualcosa che riguarda il personaggio nei suoi rapporti con gli altri personaggi, sventurati o sciagurati come lui nel fluire del tempo e del destino, ma comprende l’intera società: la forma stessa è diventata un regime, quello fascista, nel quale si sta male e nel regime nazista si sta molto peggio.

La partenza di Marta lo lascia come stralunato e lo porta a vivere in una condizione mentale di sogno continuo, come ci è attestato dalla straordinaria lettera del 21 novembre: ancora una volta, come tante per il passato, cerca di “vedere” la città dove vive Marta, il quartiere, le strade, fin nei più minuti particolari…

 

Tu avrai forse a quest’ora ricevuto la mia lettera indirizzata al “Plymouth Theatre” e quella di Graziadei indirizzata all’«Hôtel Pierre», prima che mi facessi conoscere la strada e il numero del Tuo quartierino. New York è come una scacchiera; e, conoscendola, mi posso render conto benissimo di dove abiti: so la strada 53ma, dove taglia la VI Avenue (West); non ricordo soltanto se i numeri dispari siano a destra o a sinistra della strada. A che piano stai? Posso domandarlo al portiere. Già ci sono. Salgo con l’ascensore. Suono il campanello alla porta. Mi si presenta una “magnifica” cameriera negra.

- Miss Marta Abba?

E odo dall’altra stanza il Tuo grido:

- Maestro! Maestro!

Marta mia, che sogno! Soltanto a farlo, mi sento tutto rinascere. Ti farei, prima di tutto, un grosso rimprovero amoroso, d’aver trascurato la salute. Tu vuoi che non Te ne parli; m’assicuri che ora stai bene, che avrai cura di Te, ora che Ti sei rassettata in codesto appartamentino, ma intanto la prima cosa ch’io notai, quando Graziadei venne a mostrarmi una Tua fotografia sulla rivista “Time”, dove insieme con Halliday sei ritratta nell’atto di sorridere mentre asciughi un piatto, la prima cosa che notai fu che - sì sei sempre tanto bella, tanto piena di grazia nella sapiente malizia del Tuo sorriso alle spalle del Tuo principe consorte - ma patita, patita, coi segni bene impressi d’una stanchezza fisica che non si vuol dare per vinta. So, so che hai avuto tanto da fare, che ciò che hai fatto ha del miracoloso, e che bisogna anzi ringraziar Dio che hai potuto resistere a tanto sforzo prodigioso e superarlo. Ma tutto sta ora a mantenere codesta resistenza, che non abbia a cedere tutt’a un tratto per l’abuso che hai fatto delle Tue energie! Mi raccomando, Marta mia!

 

E continua dandole suggerimenti e consigli come solo con una figlia si può fare. E poi parla anche un poco di sé, ed è un parlare struggente, come di chi vive senza vivere ciò che gli sta attorno:

 

Mi domandi di me, Marta mia, ti lamenti che non Ti parlo di me, di quel che faccio. Non faccio più nulla, Marta mia, sto tutto il giorno a pensare, solo come un cane, a tutto ciò che avrei da fare, ancora tanto, tanto, ma non mi pare che metta più conto di aggiungere altro a tutto il già fatto; che gli uomini non lo meritino, incornati come sono a diventare sempre più stupidi e bestiali e rissosi. Il tempo è nemico. Gli animi avversi. Tutto è negato alla contemplazione, in mezzo a tanto tumulto e a tanta feroce brama di carneficina. Ma poi, nel segreto del mio cuore, c’è una più vera e profonda ragione di questo mio annientarmi nel silenzio e nel vuoto. C’era prima una voce, vicino a me, che non c’è più; una luce che non c’è più... Non mi sento più di lavorare; eppure dovrei, ne avrò tra poco il bisogno, lavorare come per una condanna, cosa atroce, alla mia età, dopo aver tanto tanto lavorato. Il poco messo da parte s’assottiglia, le spese, coi nuovi carichi addosso, son cresciute, crescono sempre più, non so come andrà a finire. Ecco perché, Marta mia, mi vieto di parlarTi di me.

 

E se da un lato “si annienta nel silenzio” (quante ore silenziose trascorse e come consumate nell’ultimo mese, anche quando c’è Lietta, o le bambine), dall’altro si lega alla stretta attualità quando scrive a Marta, ma solo per le questioni che riguardano lei.

 

Un mese dopo aver accompagnato Marta che partiva per New York, il 14 ottobre Pirandello torna a Genova, questa volta per accogliere la figlia Lietta che rientra in Italia: Marta e Lietta, le due donne che, in modi diversi e contrapposti, avevano caratterizzato la sua vita negli ultimi dieci anni. Lietta tornava soprattutto per lui, per ritrovare quegli affetti familiari che sembravano perduti, che avevano subito non pochi colpi in quegli anni. Ma in fondo, anche nell’animo di Luigi Pirandello, nonostante l’irrequietezza manifestata negli ultimi tempi, non era cessato l’amore per la figlia, nonostante fosse stata l’unica a non aver accettato l’idea di vedere accanto a suo padre un’altra donna, nonostante il risentimento per la figlia che l’aveva duramente avversato, tanto che in un foglietto testamentario del 25 settembre 1926 l’aveva trattata molto male, rivelando la netta contrapposizione tra le due donne nel suo animo:

 

« Nel caso (che mi auguro non lontano) d’una mia morte improvvisa, lascio le seguenti disposizioni: 1) che la metà di tutto quanto posseggo sia diviso in tre parti uguali tra i miei figli Stefano, Lia e Fausto; 2) che l’altra metà disponibile sia divisa anch’essa in tre parti uguali, ma la terza, per punizione, non vada a mia figlia Lia, bensì ad un’altra mia figlia d’elezione che volle col suo nobile e purissimo affetto confortare questi ultimi giorni della mia vita raminga, avendone in compenso la più vile e schifosa malignità: dico la signorina Marta Abba. I miei due figli Stefano e Fausto, coeredi con lei di questa metà disponibile se, come non ho mai dubitato, mi amano, la tengano cara come una vera sorella e le siano grati delle tenere cure filiali che ella ebbe per me. 3) A compensarla del tanto male che le è venuto dal tanto bene che mi fece, voglio inoltre che vadano soltanto alla signorina Marta Abba tutte le percentuali dei diritti di autore che verranno dalle rappresentazioni, sia in Italia che all’estero, di tutti quei lavori che, senza di lei, non avrei mai scritto, a cominciare da Diana e la Tuda. Fino ad oggi sono due Diana e la Tuda e L’amica delle mogli. Presto con la nuova colonia saranno tre. Potranno anche essere quattro o cinque. 4) Quanto verrà di percentuali per diritti di autore dalle rappresentazioni, sia in Italia che all’estero, dei lavori anteriori a Diana e la Tuda e dai romanzi e dalle novelle, sia diviso in tre parti uguali tra i miei tre figli Stefano, Lia e Fausto. Firenze 25 settembre 1926.

Luigi Pirandello ».

 

Tornano a Roma; Lietta ha con sé le due bambine; prende casa a poca distanza da quella del padre, che va a trovare tutti i giorni. Il padre sta poco in casa, quando non lavora, e in quegli ultimi tempi, da quando Marta era partita, il lavoro si è allontanato da lui, che vive i suoi giorni un po’ distratto, tutto attento alle sensazioni che gli arrivavano dall’America. Il giorno dopo l’arrivo di Lietta a Genova, Marta esordisce con grande successo al Plymouth Theatre, un successo che riempie d’entusiasmo Pirandello, che non può più gioirne apertamente, anche per la grande lontananza, che attutisce tutte le sensazioni: una lettera impiega da 7 a 11 giorni per attraversare l’Oceano!).

In questi ultimi anni della sua vita, Pirandello ritorna al silenzioso spazio della narrativa, scrivendo alcune delle sue novelle più suggestive: Di sera un geranio (1934), Il chiodo e Una giornata (1936). Ancora tutto preso dalla composizione del mito-testamento I giganti della montagna, il dramma incompiuto e artisticamente più valido per unanime consenso della critica.

Negli ultimi tempi aveva preso ad andare ad assistere a Cinecittà alle riprese del nuovo film Il fu Mattia Pascal (col titolo L’homme de nulle part), che egli stesso aveva dialogato su riduzione di Pierre Chenal e altri, con gli interpreti Pierre Blanchard, Irma Gramatica e Isa Miranda. Un giorno, tornando a casa, sente dolori e malesseri strani; il cameriere gli prepara il letto avvertendo nel frattempo Lietta, Stefano e Fausto; siamo alla fine di novembre e nel teatro di prosa gli spifferi gelidi sono tanti, prende un’infreddatura e si ammala. Sembra una cosa da niente, uno dei tanti contrattempi, ma non è così: diventa una polmonite, che in pochi giorni gli distrugge i polmoni già tanto malandati per il troppo fumo. La fine è abbastanza rapida. “I senapismi non servirono, non servirono le sanguisughe che gli applicò un clinico illustre” (Aguirre, cit. p. 164).

Pirandello si spegne di polmonite il 10 dicembre alle 8.55.

Tra le sue carte si scoprono le sue ultime volontà, scritte su un foglietto ingiallito:  

 

“ MIE ULTIME VOLONTÀ DA RISPETTARE ”

I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzii né partecipazioni.

II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso.

III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta.

IV. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.

 

“Arrivò il rappresentante del Governo - scrive Corrado Alvaro - e lesse sbalordito quel mezzo foglio… Lesse e rilesse quel foglio, se lo copiò, e si domandava come avrebbe fatto a presentarlo al Duce. Un grande uomo, un uomo celebre che va via in quel modo, chiudendosi la porta alle spalle, senza un saluto, senza un pensiero, senza un omaggio sovratutto, chiedendo di essere coperto appena di un lenzuolo ma da nessuna uniforme, da nessuna camicia nera come era di rito, andare via come un povero, senza commemorazioni, senza feste. Il rappresentante del Governo era un bravo tipo e umano, ma doveva risponderne al suo capo, e il capo non poteva raggiungere un uomo nella morte; almeno la morte era cosa tutta privata; la sola, allora. Disse: « Se n’è andato sbattendo la porta ». Di fronte alla perplessità di quel funzionario, c’era da misurare una condizione umana, e veniva fatto di invidiare colui che era dileguato a quel modo con la sua morte, rifiutando quegli onori per cui gli artisti vanitosi si compiacciono di contemplarsi perfino nella morte, e senza paura delle vendette che si potevano fare sulla sua memoria. E fu istruttivo, in quelle ventiquattr’ore, sapere che sul tavolo del più potente tra i cittadini si battevano indignati i pugni, che ufficialmente era negato allo scomparso un discorso maggiore di quello consentito a un fatto di cronaca, che uno, autore di un racconto col titolo C’è qualcuno che ride, annunciava il nulla a tutta la gloria e a tutta la potenza, ed era lui che rideva. Pirandello, nel punto supremo del suo destino terreno, affermava di essere libero e solo. Affermò di essere libero soltanto nella morte.”

Il giorno dopo, i funerali: un carro senza accompagnamento si avvia verso il cimitero del Verano, dove il 13 il suo corpo verrà cremato e le ceneri conservate per dieci anni, secondo le norme vigenti. “Chi fu incaricato di andarle a rilevare nel deposito del Verano stentò alquanto a ritrovarle” (Giudice, cit. p. 548). Era il 1946; scortate dall’on. Gaspare Ambrosini, deputato all’Assemblea Costituente, che aveva ottenuto le debite autorizzazioni ministeriali, le ceneri giungono ad Agrigento su una littorina appositamente allestita su preghiera dello stesso Ambrosini, dopo che i piloti dell’aereo, concesso dalle Forze armate americane si rifiutarono di prendere il volo, simulando un’avaria, intimorite da una voce che si era sparsa rapidamente: che la volontà di Pirandello di far spargere al vento le proprie ceneri dovesse realizzarsi proprio durante questo volo e per cause accidentali. Le ceneri, conservate in un’anfora greca prediletta da Pirandello stesso, furono conservate per 15 anni prima nel Museo Comunale e poi nella casetta del Kaos, che con Decreto del Presidente della Repubblica dell’8 dicembre 1949 (n. 1170) era diventato «Monumento nazionale». Infine sepolte in una roccia che si trova non lontano dalla casa, ombreggiata dal famoso «pino di Pirandello»

Inizio pagina

 

Il contenuto di queste pagine proviene, oltre che da contributi dei nostri visitatori, anche da altri siti cui abbiamo estratto quanto di pertinenza, citandone, ove a conoscenza, fonte e relativo link. In caso di segnalazione da parte dei proprietari di tali siti inerente la loro contrarietà alla pubblicazione su PirandelloWeb del loro materiale, le pagine contestate, verranno immediatamente rimosse.