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Biografia

di Giuseppe Bonghi

da Biblioteca dei Classici Italiani

1 - La fanciullezza

      e le prime prove

2 - La formazione

      e le prime opere

3 - La maturità e il teatro

4 - La maturità:

      il trionfo del Teatro

5 - Il Fascismo e la Musa

5a - L'adesione al fascismo

5b - l'amore per Marta

5c - il nuovo rapporto coi figli

6 - La coscienza dell'arte

       e l'espatrio

6a - La coscienza dell'arte

6b - Berlino: espatrio parte I

6c - Parigi: espatrio parte II

7 - Il tramonto

       e il mito-testamento

7a - anni tormentosi

7b - il premio Nobel

7c - il declino

 

 

 

6. La coscienza dell'Arte e l'espatrio - 6b. Berlino: espatrio parte prima

 

Chiusa l’esperienza della Compagnia d’Arte, Pirandello ha un momento di smarrimento e di ripensamento su quanto è successo intorno a lui negli ultimi due anni nel mese di vacanza che trascorre insieme a Marta Abba dal 16 agosto al 20 settembre. Con fatica e sofferenza matura la risoluzione di abbandonare l’Italia, definita ormai un «letamaio», per cercare all’estero, magari per sempre, sia nel teatro che nel cinema, di cui tanto si sente favoleggiare, quella fortuna e quei successi economici che avrebbero permesso a lui e alla “sua” Marta di tornare in Italia da incontrastati vincitori e dominatori, in grado di poter ridare vita in patria a quel teatro artistico che si sarebbe dovuto reggere senza sovvenzioni e aiuti di nessun genere, indipendente dallo Stato e dalla “masnada”.  Già da qualche mese il pensiero gli frulla per la testa, come scrive, per esempio, da Nettuno a Marta Abba l’8 luglio: Bisogna, bisogna andar via per qualche tempo dall’Italia, e non ritornarci se non in condizioni di non aver più bisogno di nessuno, cioè da padroni. Qui è un dilaniarsi continuo, in pubblico e in privato, perché nessuno arrivi a conseguire qualche cosa a cui tutti spudoratamente aspirano. La politica entra da per tutto. La diffamazione, la calunnia, l’intrigo sono le armi di cui tutti si servono. La vita in Italia s’è fatta irrespirabile. Fuori! fuori! lontano! lontano! 

Queste sono le principali motivazioni della decisione:

 

- Il fallimento economico della Compagnia d’Arte, praticamente priva di quelle sovvenzioni governative sulle quali aveva molto contato;

- La perdita di ogni speranza di poterla trasformare in un Teatro Drammatico di Stato, in quanto vengono a mancare da parte di Mussolini quegli auspicati interventi autoritari ed effettivi che avrebbero potuto risolvere dall’alto la creazione o formazione di un teatro artistico nazionale secondo un piano che lui stesso aveva presentato alla Società degli Autori e che alcuni anni dopo presenterà e illustrerà di persona allo stesso Mussolini;

 - La delusione determinata dalla spartizione dei poteri che dominavano in Italia la gestione dei teatri unitamente al problema della distribuzione alle varie Compagnie delle opere italiane e straniere da rappresentare; in questo quadro si inserisce l’inefficienza del regime fascista nel risolvere la situazione ma anche la precisa strategia tesa a non permettere a nessuno di raggiungere una posizione di preminenza determinando una situazione di piattezza nella quale il potere doveva restare unico ed indivisibile;

- La coscienza che lo Stato e il Regime nulla facevano per contrastare i monopolizzatori (la “masnada” dei trusts commerciali, la definisce) senza scrupoli, contro i quali, ma invano, Pirandello aveva cercato di combattere anche per favorire l’ascesa della “sua” attrice.

 

 

Per capire meglio proprio quest’ultimo punto leggiamo la lettera che invia a Marta Abba il 22 settembre nella quale fa il punto della situazione e conferma una decisione che sembra già essere stata presa:

 

Mia cara Marta,

jersera è stato a cena da me Interlandi, che s’è trattenuto fin dopo mezzanotte. Mi ha parlato della confusione che è in tutti gli animi per l’incertezza della situazione d’ognuno. Ormai s’è capita la tattica. Appena qualcuno accenna a conquistarsi una posizione preminente in qualsiasi campo, per quanto sappia guardarsi e difendersi, andar cauto, con l’occhio a tutto, pronto a parare insidie e a sventar trame, si fa in modo che cominci lui stesso a sentirsi esposto e isolato e a provar disagio per ogni gesto che faccia, per ogni passo che muova, e si obbliga così a rientrare, disajutato, tra le file; per qualche altro cominciano subito le mormorazioni, le accuse vaghe o anche le polemiche aperte, suscitate a tempo, troncate a tempo e poi riprese; e per un terzo che già si vanti d’esser sicuro del suo ascendente e d’un potere ammesso e riconosciuto, ecco subito una smentita in pieno, uno scacco reciso che lo mette a terra nel più goffo atteggiamento; e così via. Ciò che si vuole è che nessuno predomini, nessuno alzi la testa. Attorno a Lui, un livello di teste che gli arrivino appena appena al ginocchio e non un dito più su. Tutto, così, resta in basso, per forza, e confuso; e non c’è altro veramente che bassezza e confusione.

Abbiamo parlato del Bisi preposto all’Ente nazionale per la Cinematografia. Pareva ottimamente disposto verso di me. Son venuto a sapere che Bisi, appena nominato, non è più sicuro del suo posto. Sembra di fatti che sarà mandato via e non si sa ancora chi sarà messo in vece sua. È un continuo fare e disfare, mettere e levare. E cresce in tutti un senso di precarietà che avvilisce e angoscia.

Dopo aver conversato tre ore, io mi son sentito cadere più che mai le braccia e venir meno il respiro.

Sì, sì cara Marta, bisogna andar fuori, fuori, a respirare, a lavorare, a riacquistare il senso della propria personalità. Non mi par l’ora! [ ... ]

 

Pirandello si reca dunque in «volontario espatrio», partendo probabilmente il 9 ottobre da Milano, a Berlino insieme con Marta accompagnata dalla sorella Cele; da metà dicembre vanno ad abitare, sempre in camere contigue, al numero 9 di Hitzingstrasse fino a metà febbraio 1929, quando si trasferiscono all’Hôtel Herkuleshaus in Friedrich-Wilhelmstrasse che diventerà la residenza abituale di Pirandello a Berlino.

A Berlino intreccia subito febbrili trattative con agenti tedeschi e americani per entrare nel mondo del cinema, ma le parole sono molte e i fatti nessuno, mentre i mesi passano senza che si approdi a qualche vero contratto. Frequenta molto i teatri, conosce gente nuova, arricchisce le sue conoscenze di nuovi elementi, è interessato fortemente agli spettacoli dei registi espressionisti come Max Reinhardt, Erwin Piscator e Jessner. E per la novità e l’originalità delle soluzioni tecniche adottate lo affascina soprattutto Reinhardt, regista che tra l’altro aveva messo in scena, i Sei personaggi nel ’24. Di questi registi non condivide, però, l’autonomia spregiudicata dal testo scritto e dalle indicazioni dell’autore, arrivando a creare una messa in scena che tendeva a ri-creare il testo al di là di una pur legittima interpretazione registica.

Il 13 marzo 1929, dopo cinque mesi  di quasi convivenza, Marta abbandona Pirandello a Berlino e fa ritorno in Italia, dove cerca subito di reinserirsi nel mondo teatrale: ma le difficoltà sono tante, anche perché i sei mesi trascorsi lontano l’hanno fatta praticamente uscire dal giro, anche lei oggetto del boicottaggio che da molte parti viene effettuato nei confronti di Pirandello.

Il 22 marzo, Pirandello riceve da Mussolini il telegramma col quale gli annunzia la nomina ad Accademico d’Italia: “Sono lieto di parteciparle che Sua Maestà il Re su mia proposta ha nominato la S.V. Accademico d’Italia per la classe delle lettere” (Lettera a Marta Abba del 22/3/1929). Pirandello risponde: “Sopratutto orgoglioso Suo alto riconoscimento ringrazio Eccellenza Vostra grande onore e torno a esprimerLe mia intera profonda devozione.”

 

Il 9 luglio 1929 viene rappresentato in prima assoluta il dramma Lazzaro al Royal Theater di Huddersfield nella traduzione inglese di C.K. Scott Moncrieff e nello stesso anno in prima italiana a Torino, al Teatro di Torino, dalla Compagnia Compagnia Marta Abba il 7 dicembre, destando molte perplessità nella critica contemporanea. Nell’agosto del ’28 Pirandello lo legge agli amici a Viareggio, dove Pirandello si trova per le ultime recite della sua Compagnia, e tutti, compresa Marta, ne sono commossi; è un dramma scritto tenendo presente Marta (ho dato a ’’Sara’’ la parte più importante di tutto il lavoro, l’ho posta in tutti e tre gli atti e al centro dell’azione, sulla scena più grande e più bella col figlio, in preminenza sul figlio stesso) facendo in modo che sia una voce coraggiosa su la vita e la morte, sul Dio dei vivi e il Dio dei morti (proprio il Fascismo e il Vaticano) intesi soprattutto come unità politiche e umane radicate nella vita quotidiana.

Lazzaro, comunque, non avrà il successo sperato né al Teatro Torino di Torino dove viene rappresentata il 7 dicembre 1929 dalla Compagnia di Marta Abba con Marta nella parte di Sara, né al Teatro Olimpia di Milano con la Melato nella parte di Sara, nonostante l’accorrere di Pirandello a collaborare alla nuova messa in scena: l’insuccesso non è clamoroso ma è sicuramente penoso e la critica sottolinea con forza gli aspetti più negativi dell’opera rimanendo perplessa per il modo con cui l’ateo Pirandello tratta l’argomento.

 

Lazzaro.

I personaggi principali sono Diego Spina e sua moglie Sara fra i quali si scatena un contrasto insanabile perché radicati a due diversi modelli di vita: è una sorta di lotta di supremazia dell’uno sull’altro che avrà come conseguenza immediata ed importante quella dell’educazione dei figli: è lo stesso Diego a riconoscerlo: Non potemmo mai metterci d’accordo sul modo d’allevare prima, e poi d’educare i figliuoli.

Sara abbandona Diego Spina, che con la sua fede religiosa vive, coinvolgendo anche i due figli, Lucio che va in seminario e Lia rinchiusa in un collegio di suore già da bambina ed ora a quindici anni perennemente su una sedia a rotelle, un’esistenza priva di vitalità, dalla quale ogni gioia sembra bandita, e si unisce ad Arcadipane, il fattore del podere del marito, andando a vivere con lui, fa due figli pieni di salute e fa rifiorire un terreno che fino a quel momento aveva dato poco o nulla: la campagna ora è ricca di frutta come la vita è ricca di soddisfazioni, derivate da un lavoro duro e quotidiano e dalla capacità di sfruttare in positivo gli elementi della natura, soprattutto dell’acqua vivificatrice, la vera ricchezza: si è ricreato, insomma, il paradiso terrestre, nel quale Sara e Arcadipane, nomi assai significativi, sono i nuovi Adamo ed Eva, mentre Diego con la sua fede tutta apparenze, sembra vivere fuori dal paradiso.

Diego a questo punto decide di cacciare dal suo terreno Sara ed Arcadipane per farne un ricovero per tutti i poveri della città e portarvi Lia in modo che questa possa riprendersi vivendo all’aria pura e sana della campagna. È in questo frangente che compare Sara per annunciargli che Lucio ha abbandonato il seminario per raggiungere la madre, per rinascere un’altra volta. È il dramma Diego si precipita fuori per andare dal figlio, ma viene investito da un’automobile che lo uccide.

 

Atto secondo

Arcadipane e Sara stanno terminando di caricare le loro masserizie sul carretto per andar via dal podere, dopo lo sfratto ricevuto da Diego, quando arriva il dottor Gionni (che all’inizio della rappresentazione si vede con una coniglietta bianca in mano anch’essa riportata in vita) che con un’iniezione lo ha riportato in vita dopo che era stato perfino stilato l’atto di morte, per parlare con Lucio e pregarlo di non rivelare, almeno per il momento, a suo padre della sua morte e del suo ritorno in vita. Lucio capisce la situazione, ma si pone su un piano diverso riacquistando la fede che sembrava perduta, un credere in questo eterno presente della vita, ch’è Dio, e basta. E al figlio ritornato dal seminario e ritrovato nella fede Sara si confessa e racconta la tragedia del suo matrimonio finito in frantumi e della sua feroce volontà di divenire così, come forse nessuno più intende che voglia dire: naturale, liberandosi di tutto il male che sentiva addosso determinato dal comportamento del marito e dalle norme sociali che le davano irrimediabilmente torto. Alla fine della confessione Sara presenta a Lucio Arcadipane e i due figli avuti da lui, Tonotto e Michele, e ridiventa per Lucio di nuovo la mamma che guida, il conforto che solo lei può dare, la forza, per intraprendere liberamente a vivere la sua vita e a percorrere la sua strada, che solo da lei può venire. Intanto sopraggiunge Lia e subito dopo il dottor Gionni che rivela con un cenno del capo che Diego ha saputo, e sa tutto e sa che dopo la morte non c’è nulla e non si riceve nessun compenso per le rinunce fatte durante l’esistenza: tutta la sua fede religiosa è crollata.

 

Atto terzo

Tornato al podere Diego si chiude in una stanza oppresso dalla cupa disperazione determinata dalla fede perduta, mentre Lucio raggiante vuole rindossare i suoi panni di seminarista per la fede ritrovata, perché in Dio non si muore. A questo punto si ode un colpo di fucile, che fa pensare a tutti al suicidio di Diego, ma compare Arcadipane ferito di striscio alla testa: è stato Diego che non può accettare più l’affronto subito tanti anni prima, quello che ormai ritiene un tradimento della moglie, che prima era stata perdonata dall’alto di una fede fatta più di apparenza che di sostanza. Ora Diego, che sente di essere ripiombato sulla terra, caduto da tutta quella menzogna lassù, non può più accettare Sara che è rimasta con lui e si lancia su Sara mentre dall’altra parte si lancia su di lui Arcadipane, trattenuto da Lucio, Deodata e Sara che affronta Diego da sola (Basto io!). Diego cede, ormai oppresso dalla certezza che di là non c’è nulla, che questa vita è tutta carcere, carcere senza scampo, mentre di là, tanto, non si paga nulla, se tutto si paga qui. Ma ora che Lucio ha ritrovato la vera fede anche la sua vita può cambiare: tu avevi chiuso gli occhi alla vita, credendo di dover vedere l’altra di là. Questo è stato il tuo castigo. Dio t’ha accecato per quella, e ti fa ora riaprire gli occhi per questa che è Sua, perché tu la viva - e la lasci vivere agli altri - lavorando e soffrendo e godendo come tutti. Ed ora Lucio può dire al padre, come Gesù disse a Lazzaro: Alzati e cammina, cammina nella vita, dicendogli di lasciare agli altri di vivere la loro, a Sara di vivere con Arcadipane, a Lia di vivere con sua madre: è questo il vero miracolo, insieme a quello di Lia che accorre alla madre che la chiama, spinta da Lucio ormai avvolto come in una luce divina, alzandosi dalla sedia a rotelle.

 

A metà ottobre deve lasciare Berlino (da dove parte il 17 fermandosi a Milano per vedere Marta Abba), e rientrare in Italia per partecipare all’inaugurazione dell’Accademia d’Italia, che, sotto l’insegna del littorio (verrà denominata anche Accademia del Littorio), ebbe come prima sede il palazzo cinquecentesco della Farnesina affrescato da Raffaello, e sostituiva l’antica e celebre Accademia dei Lincei. L’inaugurazione avvenne in Campidoglio il 28 ottobre in un’assemblea generale alla quale partecipò anche lo stesso Mussolini. Pirandello, comunque, aveva deciso il suo momentaneo rientro anche per esplorare le possibilità di affari nel mondo del cinema e per aiutare con la sua nuova influenza di Accademico d’Italia l’impresa della nuova Compagnia che Marta stava allestendo.

In una lettera alla stessa Marta Abba di quel medesimo giorno così descrive la prima assemblea dell’Accademia: Questa mattina c’è stata l’inaugurazione dell’Accademia. Puoi immaginarti che comparseria! Io parevo un ammiraglio: ero - a giudizio generale - il più elegante di tutti - nato con la divisa. Entrando e vedendomi, Mussolini mi sorrise e mi salutò con la mano: fece questo atto confidenziale a me solo; poi salì sulla predella, e cominciarono i discorsi: tre col suo: e le più belle parole le disse lui. Alle dodici, tutto finito. Un po’ di vanità non guasta mai. Ricordiamo che Pirandello vestiva l’uniforme gallonata con gli alamari sul petto, la feluca e la spada (conservate nella sua casa-museo di Roma) che ogni Accademico riceveva insieme a un decoroso stipendio mensile di 3.000 lire. E quelle 36.000 lire annue al neo-Accademico Pirandello dovevano in quel momento veramente far comodo, viste le difficili condizioni economiche in cui versava da qualche anno.

Finita la “comparseria” riparte per Berlino, dove arriva il 6 novembre passando per Milano (incontrando Marta) e per Vienna (per assistere all’inaugurazione di una mostra del figlio Fausto). Verso la meta del mese si rimette in viaggio alla volta dell’Italia per andare a Roma per risolvere tutti i problemi legati alla vendita del villino di via Onofrio Panvinio, alla Provincia di Roma, per la somma ragguardevole di 900.000 lire, proprio quel villino che, come abbiamo visto, era costato tante incomprensioni e tante liti da rompere l’unità familiare. La vendita risolve i problemi economici, nel senso che avrebbe potuto pagare finalmente tutti i debiti (scrive a Marta Abba l’11-10-29: “Il villino è stato venduto per 900 mila lire; ma a noi ne verranno 865, nette, che (detratte le 230 del mutuo sul Monte dei Paschi) si ridurranno a 625. Dando l’assegno promesso ai figli, e pagando tutti i debiti, a me non verrà niente; ma avrò la liberazione da tutto il mio passato: non dovrò più nulla a nessuno, grazie a Dio! Ed essendo già arrivato a questo, lo considero come la mia più grande fortuna, da che son nato!”; la sola dote alla figlia Lietta ammontava a 200.000 lire).

Da Roma si sposta a Torino per aiutare aiutare Marta nella preparazione della messa in scena di Lazzaro e subito dopo per Milano, anche perché Marta non lo vuol vedere gironzolare sempre intorno a lei: sta maturando il secondo e più doloroso distacco, dopo quello del 13 marzo a Berlino. Cosa si dicono i due protagonisti e quali sono le basi su cui Marta, che comunque non ama Pirandello, vorrebbe che si incanalasse il loro rapporto, resta soltanto nel campo ipotesi; certamente, vista dall’esterno, la loro relazione appariva assai più intima di quanto in realtà non fosse, e si prestava facilmente a commenti e pettegolezzi spesso di cattivo gusto sia negli ambienti teatrali sia sulla stampa, specialmente umoristica (Ortolani).

Questo secondo distacco dalla “sua” Marta si rivela molto doloroso; Pirandello entra in una crisi depressiva profonda, che raggiunge toni altissimi ed allarmanti: così il 12 dicembre 1929 da Milano a Marta Abba, che recita a Torino, scrive del suo teatro, quel teatro col quale per tre anni aveva cercato di unirla a sè e che aveva creato in lui tante illusioni spezzate in quel fatidico 13 marzo con la partenza di lei da Berlino; Pirandello parla del teatro, ma in effetti è la sua anima al centro dei pensieri: Con Te, Marta, mi pareva ancora mio, più che mio: tuo e mio; ora non mi pare più di nessuno..., come se non avesse più senso... Tu eri Fulvia, per me, Tu eri Ersilia, Tu la signora Frola, Tu la Figliastra, Tu Silia Gala, Tu Evelina Morli ... - sono morte, tutte; e io morto, con loro. Mi sento, Marta, Ti giuro che mi sento veramente morto. A Torino nella Tua stanza, addossato al muro, l’ultima sera, nel licenziarmi da Te, ho avuta questa precisa sensazione della mia morte; e me ne corre ancora il brivido per la schiena.

Pirandello è disperato per il suo amore non corrisposto e in certi momenti gli balena nella mente perfino l’idea del suicidio; i suoi giorni trascorrono in uno stato di depressione e prostrazione psicologica sempre più grave gravi, dovute proprio al silenzio di Marta, che, presa anche com’è dalle pesanti cure per la sua Compagnia, gli scrive troppo poco e definisce le esternazioni amorose e le espressioni della dolorosa sofferenza del suo stato d’animo e del suo amore “totale”, rivolto unicamente a lei escludendo ogni e qualsiasi altro affetto, come “parole inutili”.  Ma il suo cuore ha bisogno proprio di quelle “parole inutili”, nelle quali si trova veramente tutta la sua vita, come le scrive l’8 maggio: E io avrei tanta sete di “parole inutili”! Ora che sono alla vigilia di una grande fortuna, ora che forse la porta della ricchezza mi è aperta, vedo tutta la mia miseria. Non ho nulla! Sono in una lontananza, in una solitudine, che fa spavento. E se grido quello che sento, tutto lo spavento di questa lontananza e di questa solitudine, son “parole inutili! “. I-nu-ti-li: devo morire in questa lontananza e in questa solitudine. La Gloria? la Ricchezza? Tu, primo che passi per la via, le vuoi? te le do, te le do per nulla, te le do in cambio della ventura che a te, pover’uomo, può toccare, ritornando a casa, di sentirti dire una “parola inutile”!

 

Il 18 febbraio la Compagnia Marta Abba rappresenta al Teatro dei Filodrammatici di Milano, riscuotendo un grande successo, Come tu mi vuoi, scritto nei mesi di settembre e ottobre dell’anno precedente.

 

Come tu mi vuoi

Atto I

Siamo a Berlino, nel salotto della casa dello scrittore Carl Salter, che ha una figlia, Greta, soprannominata Mop, nome ambiguo che significa sia “scopa” sia “con le frange”, così come ambiguo è il personaggio, oscillante fra la mascolinità e la femminilità, un’ambiguità che nel corso del primo atto diventa più palpabile quando si scopre che padre e figlia sono gelosi l’uno dell’altra della convivente, L’Ignota, cioè Elma, nome arabo che significa acqua, che mette in evidenza tutta l’inconsistenza della vita, vedova da quattro anni, amata da Salter e insidiata da Greta. Sulla scena entrano prima Mop, poi Salter, che all’improvviso sentono delle voci, e incerti sul da farsi aprono la porta d’ingresso: irrompono quattro giovanotti sfaccendati che accompagnano L’Ignota, che Mop cerca subito di proteggere, insieme ad un certo Boffi che da un po’ di tempo la segue per strada chiamandola, o ri_chiamandodola di tanto in tanto, con tanti accenti diversi: “Signora Lucia”, come a risvegliare in lei sopiti ricordi del passato. Si riesce a cacciar via i quattro, che sembrano “marionette sbattute”, ma resta il Boffi, italiano, il quale rivela che L’Ignota si chiama in effetti Lucia Pieri, che lui conosce sin da bambina, e che il suo vero marito, Bruno Pieri, si trova in quel momento a Berlino, alloggiato in un alberghetto poco lontano: L’Ignota è stanca di quella vita fatta di niente e senza sbocchi: si potrebbe farla finita, con la rivoltella che ha il Salter e che questi mette in bella mostra sul tavolino. È la signora Lucia Pieri, impazzita quando le truppe nemiche penetrarono nella sua casa quasi alla fine della guerra e che vagando senza mesi fu raccolta da Carl Salter? L’atto vive tutto sullo svelamento del passato di Lucia Pieri, di quand’era bambina e delle vicende belliche di dieci anni prima, della sua vita di ballerinetta che si ubriaca tutte le sere in un locale notturno e si chiude col tentato suicidio di Carl Salter.

 

Atto II

Ambientato nella villa Pieri nelle vicinanze di Udine. L’Ignota viene presentata alla famiglia che quella sera si riunisce tutta: L’Ignota è proprio identica al ritratto di Lucia Pieri che grandeggia nel salone. Lo zio Salesio deve sottoscrivere un atto notarile per confermare la donazione delle terre che aveva già fatto a nome dell’Ignota (la nipote Lucia Pieri) al momento in cui questa si sposa e che negli ultimi tempi era stato messo in discussione a causa della sua presunta morte favorendo l’altra nipote, Ines; il fatto che il marito riottenga l’eredità col suo ritorno è sentito da Cia (Lucia-Elma-L’Ignota) come una cosa sudicia perché dettato da uno sporco gioco d’interesse, che però tanto sporco non poteva essere, visto che Bruno col suo lavoro e le sue capacità aveva reso quelle terre molto produttive e quindi una vera ricchezza. L’Ignota avrebbe accettato di essere Cia, e quindi di donarsi totalmente al “marito” Bruno che era felice di ritrovare la moglie: sarebbe venuta “come da una morte, solo per lui”, pur sapendo quello che avrebbero pensato di lei e della sua vita di ballerina e “di peggio” a Berlino. A complicare ancor di più la situazione giunge da Vienna una lettera,  che annuncia l’arrivo di Carl Salter, che afferma di aver trovato là, per mezzo di un suo amico dottore, la vera Cia, demente in un manicomio, e che adesso la sta portando con sé. Lo sforzo degli uomini che vogliono sollevarsi dalla realtà si scontra sempre e inesorabilmente coi fatti: “Con l’anima ti puoi levare un momento, uscir fuori, su da tutto quello che di più orribile t’aveva potuto far provare la sorte: sì, vola, ricrea in te una vita; quando te ne senti tutta piena - giù - devi scendere, devi scendere, a riurtare nei fatti che te la sconciano, te la pestano, te la insudiciano, te la schiacciano”.  Ma un “fatto” è stato anche il suo identificarsi con Cia, il suo farsi creare giorno dopo giorno dal marito, “fammi tu, fammi tu, come tu mi vuoi!” perché “Essere? essere è niente! essere è farsi! E io mi sono fatta quella!” Sente d’essere diventata lei la vera Cia, lei che aveva voluto riconquistarsi una vita pura con l’amore di lui.

 

Atto III

La famiglia è tutta riunita, dalla scena manca L’Ignota: tutti parlano di lei, del suo coraggioso ritorno dopo l’orrore del passato. Finalmente arrivano gli ospiti: la Demente, che sin dal primo momento prende a dire una sola parola, forse l’ultima che le si impresse nella mente prima di impazzire, Le-na, spezzata nelle sue due sillabe, cioè il nome della zia, accompagnata da un dottore, da un’infermiera e da Carl Salter. Composto il quadro della famiglia, compare anche L’Ignota, scesa in ritardo proprio per dare a Carl Salter il tempo di fare il suo colpo senza essere disturbato da lei. In tutti nasce il dubbio che la vera Cia possa essere la povera Demente, un dubbio che L’Ignota stessa alimenta con le sue parole: “Qualunque certezza può vacillare, appena il minimo dubbio sorge e non ci fa credere più come prima!”.  Sono i fatti che si affermano; anzi, si vendicano dei pensieri umani, travolgendo credenze e certezze. Così come la Demente chiama chissà da quale momento felice della sua vita cui è rimasta sospesa, mentre nessuno le può più dar nulla, nemmeno un poco di pietà. Alla fine L’Ignota chiede a Salter di portarla via, abbandonando la casa dove era naufragato il suo sogno di purezza, risolvendo molti dubbi sulla identità della Demente, che ha persino un neo sul fianco sinistro come la signora Lucia, non più rosso ma nero, anche leggermente spostato, ma sicuramente una ennesima prova della sua possibile identità.

 

Alla fine di febbraio del 1930, dunque, si rifugia di nuovo a Berlino. dove si trattiene fino a giugno, quando pone fine al suo “volontario espatrio” berlinese per stabilirsi a Parigi, nauseato dal comportamento di Berlino dove all’improvviso si sente come in Italia, tanto da mormorare sconsolato: Forse è giusto così: che me ne vada dalla vita, così, cacciato dall’odio dei vili trionfanti, dall’incomprensione degli stupidi che son la maggioranza.

Il 1930 è indubbiamente caratterizzato dalla messa in scena del terzo «dramma da fare» Questa sera si recita a soggetto, nato dalle considerazioni sul rapporto tra opera scritta e operazione teatrale, tra rispetto del testo e libertà di reinterpretazione sia sul piano della recitazione che su quello della messa in scena. L’opera viene rappresentata per la prima volta, e con grande successo, a Königsberg alla fine di febbraio; e il successo è tale che la recita tiene il palcoscenico per parecchie settimane. Ma quando viene rappresentata a Berlino il successivo 31 maggio al Lessing Theatre con la cattiva regia di Gustav Hartung, al terzo atto alcuni spettatori, sobillati dal nemico Feist e da un gruppo di accesi nazionalisti, insorgono trasformando il teatro in una vera e propria bolgia. Pirandello aveva riposto nel successo berlinese di questo lavoro tutte le sue speranze per una ripresa delle rappresentazioni delle sue opere in Germania: si aspettava denaro in abbondanza e una stima e un’accoglienza che lo avrebbero fatto sentire in una nuova patria. Aveva attentamente curato ogni dettaglio per un’affermazione clamorosa: le anteprime di Königsberg, un regista di fama, la scelta del teatro e degli attori, una certa aspettativa nella stampa (Ortolani, cit.). Il fiasco lo coglie quasi di sorpresa, anche se qualche avvisaglia l’aveva avuta da gente pratica del posto, e soprattutto dallo sceneggiatore della Tonfilm, Adolf Lantz, che aveva assunto come aiutante e segretario personale a Berlino: Ho presentito la tempesta. Ho pensato anche al Feist; ero stato messo sull’avviso che qualche cosa si preparava contro di me e contro il lavoro. Non ho voluto far nulla per impedirlo, per non scendere al livello di quella sporca gente, scriverà a Marta Abba:  ma erano accenni cui non si dava molta importanza perché mai nessuno avrebbe potuto immaginare la spudoratezza e l’odio con cui Hans Feist, traduttore delle opere di Pirandello in tedesco e ormai divenuto un acerrimo nemico, avrebbe agito, dicendo perfino alla stampa che la commedia era contro Reinhardt, grande attore e regista di teatro, al quale lo stesso Pirandello aveva dedicato l’opera come ultimo affronto. In Italia arrivano perfino notizie che in quell’infausta sera Pirandello era stato cacciato dal palcoscenico.

Il fallimento di Questa sera si recita a soggetto al Lessing Theater segna una svolta nella sua posizione riguardo all’esilio volontario in terra straniera, ritenendosi osteggiata dalla sua patria: credeva di aver trovato una seconda patria, ma si ritrova con un pugno di mosche in mano.

Così ne scrive nella sua lettera a Marta Abba il giorno dopo:

 

Marta mia,

dunque, come Ti telegrafai, serata tempestosa. M’è parso di ritornare alla “prima” dei “Sei personaggi” a Roma. Ma la tempesta di quella serata memorabile fu scatenata da nobili passioni, fu l’urto violento dei giovani contro i vecchi; iersera invece fu l’osceno livore d’una masnada d’invertiti che si scatenò aizzata dal Feist, dalla sua famigerata cugina, e da altri del gruppo Reinhardt e da altri avversarii dell’Hartung e del Saltenburg. Questa oscena gente, ostensibilmente, nel foyer del teatro, prima che cominciasse lo spettacolo, ha fatto la prova dei fischietti di cui s’era armata venendo a teatro. Parecchi son corsi in palcoscenico a darne l’annunzio e il panico s’è diffuso tra gli attori. Più di tutti se ne spaventò l’Andersen che faceva la parte di “Rico Verri”. Eroica fu invece la Lennartz che difese e sostenne fino all’ultimo il lavoro, trascinando tutta la sala ad una impetuosa e veemente reazione. Purtroppo il lavoro offriva il fianco ai nemici per la sua pessima iscenatura. Te n’ho parlato jeri. Tutto lo spirito dell’opera era smarrito nell’incomprensione assoluta dell’Hartung, tutto il brio perduto, ogni particolare slegato, guizzante di per sé scompostamente, come un pezzo di serpe staccato. Chi conosceva la commedia per averla letta non sapeva più riconoscerla alla rappresentazione. Ogni senso, ogni valore era scomparso. Tutto è sembrato arbitrario; nessuno, anche per il panico degli attori, capiva più perché tutte quelle scene si susseguivano senza nesso, pazzesche. Pareva un’orchestra in cui, cacciato via il direttore, ogni strumento si fosse messo a sonare per conto suo. E i fischietti del pubblico sonavano dal canto loro, guazzanti in una gioja che non Ti dico. Io, guardando dal palco, mi divertivo un mondo. Alla fine, la reazione della maggior parte del pubblico (più dei tre quarti del teatro) prese il sopravvento, e allora scoppiò un delirio d’applausi, un uragano d’ovazioni; ma solo per me, per me e per la Lennartz che, come Ti dicevo, fu eroica, perché fu l’unica a non smarrirsi, e di questo il pubblico volle rimeritarla. Le chiamate non potei contarle; non finivano più! I malintenzionati, fatto il guasto che volevano, se n’erano andati; e allora si vide com’erano pochi, perché il teatro rimase pieno ed erano tutti in piedi a gridare evviva e a rompersi le mani applaudendo.

Come puoi figurarti, non ho provato alcun compiacimento per tutta questa dimostrazione. Il lavoro, per me, era stato ucciso dall’Hartung. Mancandomi il palcoscenico, ero disarmato e sconfitto. Per me aveva vinto chi aveva fischiato; avrei fischiato anch’io, in luogo d’inchinarmi a quegli applausi e a quelle ovazioni, che volevano farmi piacere e m’urtavano.

Vedi, Marta mia, che avevo tutta la ragione di sentirmi agitato. Ho presentito la tempesta. Ho pensato anche al Feist; ero stato messo sull’avviso che qualche cosa si preparava contro di me e contro il lavoro. Non ho voluto far nulla per impedirlo, per non scendere al livello di quella sporca gente. Avrei voluto la sicurezza del palcoscenico; e questa mi mancava, per difendermi e andare contro il pubblico, come sono sempre andato. Non mi restava altra arma che la serenità della mia coscienza, e questa l’ho conservata intera, fino all’ultimo, fino a respingere, nel mio intimo, sdegnosamente tutto quel trionfo finale, fatto alla mia persona e non all’opera mia orribilmente ferita e mancata.

Questa è Berlino. M’è parso jer sera d’essere in Italia. Non so più ormai dove me ne debba andare. Gli odii m’inseguono da per tutto. Forse è giusto così: che me ne vada dalla vita, così, cacciato dall’odio dei vili trionfanti, dall’incomprensione degli stupidi che son la maggioranza; e in punizione di tanti miei peccati che Tu, spirito veramente eletto, mi hai sempre rimproverati.

 

È indubbiamente un momento particolare che per qualche momento sfugge alla possibilità di essere razionalizzato; ma lo salva l’orgoglio. Anche nel suo rapporto con Marta c’è questo scatto d’orgoglio:

 

Berlino 2. VI. 1930:

Di questo tanto livore contro me e l’arte mia la mia Marta non deve più soffrire. Io Ti faccio, Marta mia, veramente male, non male alla Tua grandezza, ma male al riconoscimento della tua grandezza. Io dovevo notare l’ingiustizia dell’appunto, ma io stesso ti dico (e già ebbi a dirtelo un’altra volta) che - dato che io sono tanto odiato e inviso a tutti - non so perché - è bene, è bene sì che d’ora in poi mi lasci da parte anche Tu. Per chi si ama come io Ti ama è una gioia anche morire.

 

Pirandello forse non si rende conto di subire per la prima volta proprio uno dei dilemmi tanto cari alla sua arte: essere e vivere secondo la propria natura o essere e vivere secondo le regole della massa e della società e le regole della massa e della società stanno per un attimo avendo il sopravvento. Ma è solo un attimo: il suo amore per Marta Abba, per quella luce che crede unica nella sua vita, dimenticando affetti e famiglia, lo ha umanamente accecato: tutto è visto in funzione dell’attrice, per la quale è disposto a buttare a mare anche la sua arte, se questo potesse donare a lei un po’ di gioia o di serenità o di tranquillità. Da questo momento non vedrà che nemici che tramano contro di lui e contro Marta, mentre sembrano scomparire Fausto e Stefano e soprattutto Lietta, che era arrivata persino a tentare il suicidio per parare i colpi contro di lui della follia della madre.

Il 13 giugno parte da Berlino; due giorni dopo è sulla banchina a Genova ad aspettare Lietta che colla motonave Virgilio arriva dal Cile; le aveva pagato il viaggio, aiutandola a trovare una soluzione alle difficoltà che incontrava in famiglia col marito Manuel. Lietta non si aspettava nulla (M.L. Aguirre), voleva solo stare accanto al padre, ricostituire ciò che aveva lasciato nel 1922 e che nel 1926 si era spezzato per sempre. Ma l’incontro è breve.

Sull’incontro Pirandello scrive a Marta Abba, nella sua lettera del 23 luglio, poche e asciutte parole: Lasciai a Genova la Lietta con Stefano. Sono partiti per Positano dopo di me. Niente di tragico. Prima della partenza marito e moglie si sono riconciliati. Il marito venderà là a Santiago il villino, liquiderà la pensione di colonnello e verrà tra qualche mese a raggiungere la moglie con l’altra figlia. Pare che abbiano intenzione di stabilirsi al sud della Francia, sulla Costa Azzurra, presso Cannes. Tanto meglio così. Ci sentiamo un po’ di freddezza; o per meglio dire: tanta disattenzione, perché il suo animo ormai veleggiava verso spiagge lontane. Non c’è una vera riconciliazione tra padre e figlia, il momento della chiarezza non è ancora giunto.

Per andare incontro alla figlia, e soprattutto perché doveva comparire di persona a Roma in Corte d’Appello nella causa contro il Pilotto, Pirandello aveva lasciato Berlino forse il 13 giugno, e questa volta l’addio alla capitale tedesca sarà definitivo: vi ritornerà ancora qualche volta solo per brevi momenti. In Italia resta fino al 22 luglio, trascorrendo la maggior parte del tempo accanto a Marta, ma questa vicinanza lo aveva confermato che quel sentimento di prima da parte di lei era davvero finito, gli dice chiaramente che non lo vuole vicino per le vacanze estive che avrebbe trascorso a Caspoggio vicino Sondrio.

Pirandello parte per Parigi per incontrarsi con l’impresario americano Shubert. Sono giorni intensi: deve recarsi anche a Berlino e poi a Londra. Ma sono anche giorni drammaticamente dolorosi, come ci attestano le lettere che scrive a Marta: Non voglio affliggerti; ma d’altra parte, se non ho di vivo in me altro che questa disperazione senza rimedio; e tutto il resto, le notizie che potrei darti, le cose che m’avvengono, i casi che mi càpitano, non hanno più per me né senso né valore? La vita mi s’è come spenta, dopo quanto m’hai detto e lasciato intendere chiaramente, e il vuoto più orrendo mi s’è fatto dentro e intorno. Non so quanto potrò durare in questo stato. Sono come un morto che cammina che fa atti tanto per farli, che dice parole tanto per dirle: senza vederne più né lo scopo né la ragione. Oggi o domani mi stancherò di stare in piedi e stramazzerò a terra. Aspetto quest’estremo di stanchezza, se la disperazione, prima, cogliendo qualche momento più atroce, non mi vincerà, armandomi la mano per farla finita. È forse la più drammatica, carica inconsciamente di altri ricordi (Lietta?) che sembrano buttati nel dimenticatoio e che invece riaffiorano.

Verso la metà d’agosto (venerdì 15 col treno “Pullmann”) ritorna in Italia, si ferma due giorni a Milano, quindi si reca a Positano, dove si trovano i suoi tre figli, per mettere in chiaro la situazione di Lietta (Dovrò fare certamente una scappata di pochi giorni a Positano per stabilire qualche cosa circa alla situazione di mia figlia in attesa del ritorno in Italia del marito. Mi toccherà consultare Marchesano, scrive il 30 luglio.) I figli già da qualche settimana si trovano a Positano, Lietta e Stefano vivono nella stessa casa, Fausto poco lontano, discutono, si riappacificano dopo la tremenda serata del 1926, quella di un altro agosto, mese davvero infausto per la famiglia; forse la vendita del villino di via Onofrio Panvinio ha fatto capire molte cose.

Quando Pirandello arriva dai figli trova certamente umori e sentimenti contrastanti, e ben presto la discussione passa dalla situazione di Lietta, che con una figlia si trova in Italia separata dal marito che ha tenuto con sè l’altra figlia, alla situazione del rapporto tra il padre e i figli, alla presenza e all’influsso di Marta nella vita di ciascuno e soprattutto nella vita di Luigi che ormai conduce una vita penosamente raminga mentreavrebbe potuto convivere tranquillamente con uno dei figli e con Lietta in particolare. Certamente si trascende, come racconta Maria Luisa Aguirre: Era un incontro atteso, attesissimo: fu un incontro breve e burrascoso. Si levarono alte le loro voci nella notte, tanto che la piccola Lietta si stringeva impaurita alla cuginetta Ninnì. Pirandello se ne fuggì presto da Positano.

Dell’episodio non abbiamo traccia nell’epistolario pirandelliano. Ritorna a Milano, cercando di riacquistare un po’ di quiete, e in questo sicuramente Marta l’aiuta. Trascorrono molto tempo insieme per preparare la tournée che Marta di lì a poco avrebbe intrapreso con la sua nuova Compagnia che fa il suo debutto a Brescia il 23 settembre.

Il 9 ottobre è di nuovo a Roma, ospite del figlio Stefano in via Piemonte 117, per partecipare alla rituale riunione annuale dell’Accademia del Littorio, durante la quale tenta di far eleggere Ojetti e Bontempelli: gli va bene per il primo e quasi per il secondo, ma bisognava assecondare il desiderio del “Capo del Governo”, cioè di Mussolini ed eleggere F.M. Martini, mutilato di guerra. In quei giorni viene proiettato il film La canzone dell’amore, del regista Gennaro Righelli, la cui sceneggiatura è liberamente tratta dalla novella di Pirandello In silenzio, pubblicata per la prima volta nel 1905 in «Novissima», Albo d’arte e lettere: è il primo film sonoro prodotto in Italia col parlato in italiano e riscuote un certo successo inserendosi nel mercato internazionale.

A fine settembre la famiglia di Marta si stabilisce nel nuovo appartamento al n. 26 di via Aurelio Saffi. Lo stato di depressione diventa quasi una condizione naturale della sua esistenza e in lui subentra lentamente uno stato di coscienza delle cose: Pirandello sa e si rende conto della sua situazione, come uno qualunque dei suoi personaggi. Conosce bene il passaggio dall’avvertimento del contrario al sentimento del contrario attraverso la riflessione; la sua situazione sa bene che è anormale e inaccettabile per la massa, ma riferita a se stesso diventa normale e fonte di sofferenza, perché sente che non può realizzare il suo grande e unico desiderio, quello cioè di vivere accanto alla donna che vede come la sola sua luce e felicità. La coscienza di questo stato è testimoniata in parte proprio da una lettera che scrive a Marta da Roma il 16 ottobre mentre lei si trova a Venezia:

 

Ma è sempre al solito: le esigenze dell’arte e le ragioni dello spirito non son vedute, e son sacrificate alle esteriori comodità della casa. Forse ha ragione chi vede soltanto queste, e noi siamo due poveri pazzi. Io almeno, per conto mio, mi stimo tale: senza più casa, senza più nulla; ho dato a tutti tutto quello che avevo; disposto a dare ancora e sempre tutto quello che ho, nessuno più [mi] vuole, tutti, dovunque vada, mi fanno capire che sono di più, e che è bene che me ne vada e stia lontano. Me ne andrò. Devo morir solo: voltare la faccia al muro e chiudere gli occhi per sempre, se non voglio più vedermi e sentirmi attorno questa disperata solitudine e quest’orrendo abbandono. Ma dove andare? Ricevo, da Torre, il biglietto che Ti accludo. Vado a Parigi perché, a restare in Italia, sarebbe veramente troppo questo strazio d’esser privato dell’unica ragione di vita che ormai mi resta, quella di almeno vederti e sentirti, separato non dalla distanza, ma da un’altra ben più grave ragione, che mi sta facendo morire: il Tuo cessato sentimento per me. Perdonami, Marta mia, questo sfogo che mi è venuto, senza volerlo. Se sapessi com’è gonfio d’amarezza il mio cuore, e in quali condizioni di spirito mi trovo! Non posso più lavorare; non so più che fare! Non ne fo colpa a nessuno; meno che mai a Te! È giusto, è giusto che Tu mi voglia lontano, perché è giusto veramente che io muoia. Troppo ho tardato. E la vita, che non mi doveva riprendere, è ormai tempo che si concluda così.

 

Ecco la Teoria dell’umorismo, ecco il sentimento del contrario che va al fondo delle sensazioni e delle emozioni senza staccarsi dalla realtà; ecco la riflessione usata dallo stesso Pirandello, quella riflessione che lo porta alla coscienza di sè e tutto sommato ad andare oltre la depressione e oltre la sofferenza. E quando scrive nessuno più mi vuole pensiamo che si riferisca solo a Marta da un lato e dall’altro ai suoi avversari nel mondo del teatro in Italia, non ai figli e nemmeno agli amici che tanto avrebbero voluto e potuto fare per lui. Egli sa benissimo di essere oggetto di satira a volte anche feroce su certe pubblicazioni, oggetto di critiche più o meno velate nell’ambiente teatrale, di critiche anche da parte di Marta per il suo modo di starle troppo vicino, tanto da far pensare ai soliti maligni che il suo successo d’attrice sia dovuto in gran parte alla vicinanza di Pirandello: ecco quindi le distanze che prende dallo scrittore, che chiama affettuosamente ma soltanto Maestro, un atteggiamento condito con tutte le caratteristiche di un carattere indocile e facile all’abbattimento e preda degli sbalzi d’umore, che erano anche abbastanza frequenti.

Pirandello sa che ciò che per lui è normale (ed è normale ciò che segue le norme), cioè il desiderio di avere Marta tutta per sè come lui si sente tutto di Marta sentendo la sua unione con lei come un organismo unico, è anormale (al di fuori delle norme) per la massa, perché le norme che segue lui per realizzare i suoi più profondi bisogni sono diverse da quelle che uniformemente segue la massa per realizzare i propri; e ciò che è normale per la massa, è anormale per lui. Ed è proprio questo suo essere anormale per la massa che lo spinge ad andare lontano, ad “espatriare”, a conquistare quella ricchezza che gli permetta di tornare in patria da vincitore in grado di mettere tutti a tacere e di avere tutti ai suoi piedi: è il suo modo profondo di essere decisionista, così simile a un altro decisionista che in quel momento dominava l’Italia.

 

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