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5. Il fascismo e la Musa -
5a. L’adesione al fascismo |
«Eccellenza, sento che questo è il momento più proprio di
dichiarare una fede nutrita e servita in silenzio.
Se l’Eccellenza Vostra mi stima degno di entrare nel Partito
Nazionale Fascista, pregierò come massimo onore tenervi il posto
del più umile e obbediente gregario»
Questa è una parte del messaggio che Luigi Pirandello inviò a
Mussolini nel settembre 1924, nel periodo della massima
incertezza e della massima debolezza del regime che Mussolini da
poco ha cominciato a instaurare e a realizzare dal punto di
vista istituzionale. Tre mesi prima (il 10 giugno), Giacomo
Matteotti era stato rapito e poi presumibilmente subito dopo
assassinato da un gruppo di squadristi capitanati dal famigerato
fascista fiorentino Amerigo Dumini (Panella).
Ma pur esistendo questa adesione apparentemente totale al
fascismo, una adesione che non sarà del resto mai ritirata, i
rapporti tra Pirandello e il Fascismo sono tormentati e
contraddittori, e direi anche influenzati da vicissitudini
personali (il proprio successo e quello di Marta Abba) e da
ideali (come la creazione di un Teatro Nazionale). Dal 1925
Pirandello era preso da due passioni, che diventano intimamente
connesse e in qualche modo interdipendenti, tanto da cancellare
o mettere in secondo piano tutto il resto, perfino i figli: il
teatro e Marta Abba: e la sua era un’arte che mal si adattava
alle direttive e allo spirito del fascismo, perché l’arte è
aliena da qualsiasi orientamento o linea di condotta
dittatoriale. Già dal 1927 Pirandello comincerà a distinguere
tra la propria disinteressata adesione e il comportamento spesso
“gaglioffo” di molti che mangiavano e si saziavano nella
mangiatoia fascista senza produrre nulla di buono; anzi
distruggendo il Teatro italiano, come il “famigerato” Paolo
Giordani (impresario teatrale, consigliere delegato della
società teatrale Suvini-Zerboni e della Società Finanziaria
Italiana per la gestione di aziende teatrali e commerciali e
della società del Teatro Drammatico), più volte accusato da
Pirandello di essere il losco despota dei trusts che
monopolizzavano i teatri italiani per lungo tempo protetto da
Bottai, condannato nel 1935 a cinque anni di confino ma
riabilitato dallo stesso Mussolini dopo pochi mesi.
Pirandello è considerato dai fascisti come un corpo estraneo,
nel senso che i suoi atteggiamenti e il pensiero espresso dalla
sua arte non sono allineati alla “filosofia” fascista, e nessuno
dei suoi personaggi, neanche lontanamente, esprime
l’atteggiamento del “libro e moschetto, fascista perfetto”.
Pirandello non è un intellettuale fascista, nel senso
che l’intellettuale è una persona che, grazie alle sue
eccezionali capacità intellettive e conoscenze culturali, con la
sua opera e colle sue azioni “esercita una profonda influenza in
seno a una classe sociale, a una categoria, a un partito
politico, in modo da costituirne la guida, l’elemento dirigente,
la mente organizzatrice”: l’intellettuale è colui che si pone e
si impone al centro della situazione. E a questo proposito
Leonardo Sciascia afferma che “L’arte pirandelliana non ha nulla
a che fare col fascismo, ma l’uomo sì!”, distinguendo
opportunamente l’artista dall’uomo. Ma è una distinzione che
comunque non soddisfa pienamente, perché quando Pirandello si
presenta in camicia nera alle parate fasciste non è solo l’uomo
che fa atto di presenza lasciando a casa il Pirandello-artista,
(“jeri ... alle 10 son dovuto andare in camicia nera al grande
discorso del Duce alla II Assemblea Quinquennale del Regime, e
m’è passata così tutta la mattinata”, scrive a Marta Abba il
19-3-1934). Fino a che punto è possibile accettare
l’affermazione di Leonardo Sciascia? Si tratta forse dell’uomo
che ha mire ambiziose di potere (essere a capo del Teatro
Nazionale), avere la possibilità di guadagnare moltissimo?
Comunque, tolto l’uomo, resta la sua arte: ma è quell’uomo che
intriga e fa discutere.
Pirandello diventa un personaggio scomodo non tanto per la sua
grande arte, che non va contro nessuno, quanto per la sua
scomoda posizione sociale e personale, così diversa e contraria
ai grandi valori in cui crede la maggioranza delle persone e lo
stesso regime fascista, di cui a Pirandello non interessa poi
molto se non per raggiungere un obiettivo, che non riguarda lui,
ma la sua Marta.
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È comunque difficile capire quale sia il motivo che spinge
Pirandello ad avanzare la richiesta di adesione al fascismo e le
intime motivazioni della mancata sconfessione di quell’adesione,
come altri personaggi fecero, pur avendo strappato la tessera
del fascismo in una burrascosa lite con alcuni gerarchi romani,
che volevano costringerlo ad accettare decisioni prese in alto e
contro le quali nessuno aveva il coraggio nemmeno di manifestare
il proprio dissenso. Questo atteggiamento ambiguo tra l’adesione
e lo spirito di critica e di indipendenza è il nodo gordiano,
che ognuno può risolvere a modo proprio, perché per scioglierlo
bisognerebbe capire a fondo l’uomo e i suoi sentimenti. E che
Pirandello sia perfettamente consapevole dell’impossibilità di
essere indipendenti e che il fascismo abbia esteso i suoi
tentacoli ad ogni aspetto della vita pubblica fino a determinare
perfino il modo di pensare e di agire della gente è dimostrato:
basta leggere queste righe scritte a Marta Abba da Berlino il 27
settembre 1936: “fin da jersera son venuti a trovarmi due
agenti, Ahn e Simrok, divenuti ormai, col nuovo regime, i primi
di Berlino e della Germania, i quali sono animati dal proposito
di fare una rinascita del mio teatro qui e mi hanno offerto
condizioni vantaggiosissime. Alfieri ha promesso loro che ne
avrebbe parlato domani o doman l’altro col Goebbels che gli si
dimostra amico. Se verrà l’autorizzazione, l’affare è fatto. Qua
ci vuole l’autorizzazione per tutto; e per tal riguardo si
sta molto peggio che da noi.”
Agli occhi di Pirandello certamente la classe politica italiana,
che aveva retto le sorti del Paese dal 1890 in poi, era
responsabile di una Grande Guerra che aveva toccato nell’intimo
ogni persona, con morti, feriti e prigionieri, distruzioni e
miseria nuova aggiunta alla miseria vecchia, e si era dimostrata
incapace di risolvere i problemi del paese e ancor peggio, di
capire i bisogni e i problemi del paese (pensiamo ad esempio a
cosa pensavano i politici del “paese reale”). L’adesione è
innanzitutto un atto d’accusa contro quella classe politica che
era partita dallo scandalo della Banca Romana. Al contrario, il
fascismo si poneva come l’unica formazione in grado di rompere
con il passato e di risolvere i problemi, e qualcosa in questa
direzione viene pur fatto, se pensiamo ad esempio
all’istituzione della “Cassa mutua” e della pensione di
vecchiaia che pone la legislazione sociale italiana
all’avanguardia fra le nazioni civili e successivamente alla
legge di riforma agraria. Ma nel contempo i mali morali del
fascismo cominciavano a diventare sempre più evidenti, e i
quattro anni trascorsi fuori dall’Italia dal ’28 al ’32 in
“volontario esilio” gli faranno capire molte cose.
Ma quando capisce, e questo avviene già a partire dal ’27, che
l’essenza morale del fascismo è negativa almeno quanto quella
della incapacità della vecchia classe politica dirigente, perché
non sconfessa la sua adesione? Pirandello di fronte alla vita è
nudo come i suoi personaggi, e ciascuno di noi può rivestirlo
dei panni che ritiene più giusti: e per noi resta un mistero il
suo atteggiamento più intimo. Vien da dire: è difficile
conoscerlo! Di fronte alla politica svolge il ruolo passivo
dell’osservatore, tanto che il regime non lo mostrerà mai come
un fiore all’occhiello, ma in molte occasioni, come nel 1929,
gli mette i bastoni fra le ruote impedendo la rappresentazione
di Questa sera si recita a soggetto. Ma quale importanza
e significato avrebbe assunto una sua eventuale sconfessione? In
quanti modi diversi sarebbe stata giudicata quella sconfessione?
Comunque col passare degli anni e coll’aumentare del suo
terribile senso di solitudine, un atto pubblico del genere
sarebbe stato assolutamente inutile. Mussolini non organizzerà
mai una serata in onore di Pirandello, come quelle tributate a
Stoccolma, a Parigi, a Londra, a Praga, a Berlino, a New York:
il fascismo non ha bisogno di Pirandello per tirare avanti ma
Pirandello ha bisogno del successo, sia artistico che economico,
per tenere avvinto a sè una parte di Marta, che era più
importante del fascismo e dei figli e della vita stessa, perché
Marta (Santa Marta, come la chiama in alcune lettere) è la sua
vita. Così scrive alla sua donna una ventina di giorni prima
della morte, l’ultima volta in cui parla di sè, il 21 novembre
1936:
New York è come una scacchiera; e, conoscendola, mi posso render
conto benissimo di dove abiti: so la strada 53ma, dove taglia la
VI Avenue (West); non ricordo soltanto se i numeri dispari siano
a destra o a sinistra della strada. A che piano stai? Posso
domandarlo al portiere. Già ci sono. Salgo con l’ascensore.
Suono il campanello alla porta. Mi si presenta una “magnifica”
cameriera negra.
- Miss Marta Abba?
E odo dall’altra stanza il Tuo grido:
- Maestro! Maestro!
Marta mia, che sogno! Soltanto a farlo, mi sento tutto
rinascere. Ti farei, prima di tutto, un grosso rimprovero
amoroso, d’aver trascurato la salute.
...
Mi domandi di me, Marta mia, ti lamenti che non Ti parlo di me,
di quel che faccio. Non faccio più nulla, Marta mia, sto tutto
il giorno a pensare, solo come un cane, a tutto ciò che avrei da
fare, ancora tanto, tanto, ma non mi pare che metta più conto di
aggiungere altro a tutto il già fatto; che gli uomini non lo
meritino, incornati come sono a diventare sempre più stupidi e
bestiali e rissosi. Il tempo è nemico. Gli animi avversi. Tutto
è negato alla contemplazione, in mezzo a tanto tumulto e a tanta
feroce brama di carneficina. Ma poi, nel segreto del mio cuore,
c’è una più vera e profonda ragione di questo mio annientarmi
nel silenzio e nel vuoto. C’era prima una voce, vicino a me, che
non c’è più; una luce che non c’è più...
C’era prima una voce ... una luce che non c’è più: quale
importanza può avere ormai la vita stessa se quella luce-Marta
non c’è più?
Forse è proprio per questo che, quando si parla di Pirandello,
si tende a mettere in sordina la questione fascismo.
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