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4. La maturità : il trionfo del teatro |
Il 1921 è un anno importante per il teatro
italiano: il 10 maggio viene messo in scena al Teatro Valle di Roma
dalla Compagnia di Dario Niccodemi Sei personaggi in cerca d’autore,
la prima commedia della trilogia del cosiddetto «Teatro nel Teatro» (le
altre due saranno Ciascuno a suo modo del 1924 e Questa sera
si recita a soggetto del 1930). Alla fine del del secondo atto gli
applausi sembrano assicurare il successo pieno anche se non esaltante;
Le chiamate, comunque, in scena tra primo e secondo atto sono una
quindicina. Ma del terzo atto gli spettatori non capiscono nulla o
quasi, e alla fine si scatena una battaglia con fischi del pubblico e
urla: manicomio, manicomio!, e battimani dei sostenitori di Pirandello
che, rannicchiato nel fondo di un palco insieme alla figlia Lietta,
assiste allo spettacolo ed è quasi costretto a fuggire da un’uscita
secondaria, accolto da fischi e lanci di monetine. Ben diverso fu
l’esito dello seconda rappresentazione, avvenuta a Milano al Teatro
Manzoni il 27 settembre. Nell’occasione scrisse Marco Praga: “Il
pubblico del Manzoni ha accolto trionfalmente questa strana commedia
ch’è, indubbiamente, un’opera d’arte di una originalità rara”. Da allora
il successo dell’opera fu assicurato su tutti i palcoscenici del mondo.
Già nel 1917 aveva scritto al figlio Stefano,
prigioniero a Plan: ... ho già la testa piena di nuove cose! Tante
novelle... E una stranezza triste: Sei personaggi in cerca d’autore:
romanzo da fare. Forse tu intendi. Sei personaggi presi in un dramma
terribile che mi vengono appresso, per essere composti in un romanzo,
un’ossessione, e io che non voglio saperne, e io che dico loro che è
inutile e che non m’importa più di nulla; e loro che mi mostrano tutte
le loro piaghe e io che li caccio via... - e così alla fine il romanzo
da fare verrà fuori fatto. Nell’ottobre del 1920 Pirandello, come
scrive Maria Luisa Aguirre D’Amico, lavora già al dramma, per cui
sarebbe da rifiutare quanto scrive Orio Vergani il 15 dicembre 1936 sul
Corriere della Sera che la commedia sia stata scritta in sole tre
mattinate consecutive: “Aveva scritto nella mattinata, e finito sotto
i nostri occhi, il secondo atto dei Sei personaggi in cerca
d’autore. Il giorno avanti aveva scritto il primo atto: l’indomani
avrebbe scritto il terzo. E il pomeriggio? Un’altra commedia, in tre
pomeriggi.”: quale? non ci è dato saperlo da Vergani. Ma sappiamo
quale riservatezza avesse durante la scrittura e sappiamo anche che la
mattina era impegnata nella scrittura, il pomeriggio normalmente nello
studio e solo nel tardo pomeriggio si trovava con gli amici coi quali
usciva per una passeggiata. Nel mese di gennaio con molta probabilità la
stesura è terminata e subito dopo, in casa di Arnaldo Frateili, com’è
sua abitudine ne dà lettura agli amici.
I sei personaggi rappresentano ciascuno a
suo modo la condizione umana e vengono “rappresentati in diretta”, come
fa notare Leone de Castris: nei Sei personaggi in cui per
l’unica volta la condizione fluida dell’uomo attinge la rappresentazione
diretta, la tragedia sorge da un «caso», da una passione: confermando
così, anche nel momento di massima spersonalizzazione simbolica quella
dialettica tra situazione e condizione, persona e personaggio, che è la
legge interna del teatro di Pirandello.
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Sei personaggi in cerca d’autore - In un
teatro, mentre gli attori di una compagnia di prosa stanno provando
Il giuoco delle parti di Pirandello, all’improvviso si presentano
sei persone, o meglio sei Personaggi, parto della fantasia di uno
scrittore che a un certo punto, per stanchezza o deliberatamente, li ha
abbandonati: i sei si presentano al Capocomico e per bocca del padre si
dichiarano: Siamo qua in cerca di un autore, perché i sei
personaggi voglio vivere, almeno per un momento perché chi ha la
ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non
muore più! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la
creatura non muore più! E per vivere eterna non ha neanche bisogno di
straordinarie doti. Il essi vorrebbero che il Capocomico sostituisse
l’autore e facesse recitare il loro dramma agli attori: Un “padre”, dopo
aver avuto un “figlio”, lascia che la “madre” se ne vada con l’amante.
Avranno tre figli (la “figliastra”, il “ragazzo”, la “bambina”). Diversi
anni dopo il “padre”, in cerca di facili amori, troverà la “figliastra”
in una casa d’appuntamenti.. Il Capocomico si lascia tentare dall’idea
di dar corpo alla rappresentazione e si apparta con i “personaggi” nel
suo ufficio per stendere una bozza di scenario, mentre anche gli attori
lasciano il palcoscenico dando l’idea della fine della prima parte. Il
sipario resta alzato.
La recita riprende dopo una ventina di minuti
annunciata dal suono dai campanelli del teatro, una volta predisposta
una sommaria scenografia; si comincia con la rappresentazione
dell’episodio chiave dell’intera vicenda: l’incontro casuale in casa di
Madama Pace tra il “padre” e la “figliastra”. Si organizza la scena e
quando è ormai pronta fa la sua comparsa, all’improvviso proprio Madama
Pace, come «attratta dagli oggetti stessi del suo commercio», un
personaggio che non è in cerca d’autore ma che rappresenta la
consistenza inquietante e tangibile della realtà, contro la quale si
scaglia la “madre” gridandole ’assassina’. I personaggi provano la scena
che viene rifatta dagli attori fra le risate della “figliastra” che non
si riconosce nell’attrice Infine il “padre” e la “figliastra” eseguono
il finale della loro scena interrotta, con il grido finale della “madre”
che evita l’illecito rapporto carnale che i due stanno inconsapevolmente
per consumare. Fraintendendo le grida del Capocomico, il macchinista fa
cadere erroneamente il sipario, lasciando sulla scena solo il “padre” e
il Capocomico stesso.
La rappresentazione riprende per correre filata
verso la fine tragica del “giovinetto” e della “bambina”, rallentata
solo dalle discussioni tra Padre e Capocomico. Ma se da un lato ai
personaggi gli attori sembrano falsi, perché recitano a modo loro un
dramma che sentono ciascuno a suo modo, dall’altro agli attori sembra
finzione il dramma dei personaggi. Il dramma si chiude con l’apparizione
finale dei quattro Personaggi sul palcoscenico a luci spente, illuminato
solo da un riflettore verde; anche il Capocomico schizza via atterrito
dal palcoscenico; si spegne il riflettore e rimane accesa una luce
notturna azzurrina. Per ultima apparirà la figliastra che guarderà verso
gli altri tre ed esploderà precipitandosi poi giù per la scaletta;
correrà attraverso il corridojo tra le poltrone; si fermerà ancora una
volta e di nuovo riderà, guardando i tre rimasti lassù; scomparirà dalla
sala, e ancora, dal ridotto, se ne udrà la risata. Poco dopo calerà la
tela.
Nei primi mesi di quello stesso anno Lietta conosce
l’addetto militare dell’Ambasciata (o Legazione) del Cile presso il
Quirinale, il maggiore Manuel Aguirre. Le piace andare alle feste
dell’Ambasciata: presto diventerà, lei, piccola, graziosa, che veste e
si comporta così bene, figlia di uno scrittore italiano di cui tanto si
parla, la beniamina degli Ambasciatori, e i colleghi del marito faranno
a gara per esserle presentati. Lietta è contenta, è appagata... Pronuba
di questo matrimonio fu una signora Cilena, Olga Prieto (sposata Asaro)
e venuta in Italia per studiare l’arte del bel canto e conosciuta da
Lietta quando i Pirandello abitavano ancora al primo piano di via
Torlonia. Olga Prieto abitava in una palazzina adiacente il villino dove
era l’appartamento dei Pirandello. Fu forse il suo italiano frammisto di
spagnolo a richiamare alla mente lo strano linguaggio usato dallo
Spagnuolo e da Pepita Pantogada nel Mattia Pascal e di metterlo
in bocca a Madama Pace. (Maria Luisa Aguirre d’Amico, cit.)
Proprio in questo stesso mese di maggio Lietta si
fidanza e a metà luglio si sposa nella basilica costantiniana di S.
Agnese (come era allora prescritto, il matrimonio avvenne in due
giornate, prima con rito civile e poi religioso, il 14 e 16 luglio). La
partenza per il viaggio di nozze segnò il primo vero allontanamento da
casa e un distacco doloroso da suo padre. L’anno dopo i due coniugi
dovettero partire per il Cile rientrando in Italia solo nel 1925 dopo
che aveva avuto il primo figlio, Manolo, che morì a soli tre anni per le
ferite riportate durante la nascita per un uso maldestro del forcipe.
Pirandello resta senza una presenza femminile in
casa e la partenza di Lietta è un colpo durissimo. Poco dopo Stefano
sposa Olinda Labroca, fine musicista, sorella di Mario Labroca che era
stato suo compagno di studi al Convitto Nazionale; i due sposi vanno ad
abitare in via Pietralata e sarà Olinda a prendere le redini di casa
Pirandello che dopo qualche mese viene allietata dalla mascita della
primogenita di Stefano, Maria Antonietta, lo stesso nome di sua madre, a
dimostrazione di un amore che le dolorose vicende trascorse e la crudele
malattia non hanno scalfito.
Fra l’ottobre e il novembre 1921 scrive l’Enrico
IV, la cui trama di fondo, ma senza il finale, aveva già anticipato
in una lettera all’amico Ruggero Ruggeri, per il quale l’aveva pensata e
scritta, definendola una delle sue commedie più originali. All’inizio di
febbraio la legge agli attori che la metteranno in scena il 24 febbraio
al Teatro Manzoni di Milano: è la Compagnia Nazionale diretta da
Virgilio Talli, nata dalla fusione della Compagnia di Ruggeri con quella
di Alda Borelli. Enrico IV è il primo e incontrastato trionfale
successo di Luigi Pirandello, sia a Milano che a Roma, dove la commedia
viene rappresentata dalla Compagnia di Uberto Palmarini.
Enrico IV.
Il dramma ha un antefatto: un avvenimento accaduto
al protagonista più di diciotto anni prima: un giovane gentiluomo, che
impersona Enrico IV di Germania in una sorta di cavalcata storica,
durante i festeggiamenti di Carnevale, cade da cavallo per colpa di
Belcredi, suo rivale in amore; batte la nuca e per dodici anni crede di
essere davvero l’imperatore Enrico IV. Vive, quindi, rinchiuso in una
villa isolata, ristrutturata in modo da sembrare la residenza imperiale
di Goslar, in compagnia di quattro finti Consiglieri Segreti, un vecchio
servitore e due valletti, tutti impegnati ad assecondare la sua follia e
a vivere la creazione di quell’atmosfera storica, comunque mai uguale.
Recuperato improvvisamente il senno, l’uomo decide di rimanere Enrico IV,
per non subire le difficoltà di un rientro nella realtà.
Primo atto - La sipario si apre sulla sala
del trono, dominata da due quadri che rappresentano a grandezza naturale
«Lui» travestito da Enrico IV e «Lei» travestita da Matilde di Canossa,
nella quale si trovano i due valletti e i quattro finti Consiglieri,
Landolfo Arialdo Ordulfo e Bertoldo, quest’ultimo al suo primo giorno di
lavoro, nuovo in sostituzione di Adalberto, impersonato da un certo Tito
morto da poco, e ignaro perché credeva di trovarsi al tempo di Enrico IV
di Francia. I tre cercano di mettere subito Bertoldo a proprio agio,
facendogli una veloce ripassata storica; all’improvviso entra Giovanni
il maggiordomo (in abiti del Novecento) che annuncia ai sei l’arrivo
della Marchesa Matilde Spina (vedova da molti anni) con sua figlia Frida
accompagnata dall’amico barone Tito Belcredi e dal medico
Dionisio Genoni, tutti convocati dal Marchese di Nolli, nipote di “Lui”
(che era fratello di sua madre deceduta da circa un mese facendo
sospendere il matrimonio tra il Di Nolli e Frida). Entrando nella sala
Matilde va a guardare il quadro che la ritrae da giovane e si accorge
che somiglia moltissimo a Frida; intorno al quadro e alla rassomiglianza
si accende una piccola discussione, interrotta dal Di Nolli che richiama
tutti al motivo per cui si trovavano in quella sala, cioè la visita al
malato Enrico IV. Intorno al quadro il dottore fa qualche domanda e
viene a conoscere tutto l’antefatto: molti partecipanti alla cavalcata,
avvenuta 22 o 23 anni prima di quella visita (il quadro venne regalato
da Matilde alla sorella di Enrico IV 18 anni prima, 3 o 4 anni dopo la
disgrazia), si fecero fare quel quadro. L’idea della cavalcata venne
proprio a Belcredi e ciascuno si scelse il suo personaggio: Matilde
scelse quello di Matilde di Canossa e “Lui” quello di Enrico IV per
poterle stare vicino e continuare a farle la corte: era un ’serio’ in
mezzo a persone sciocche e un po’ vanesie. Il suo corteggiamento
comunque non veniva preso molto sul serio da Matilde. La rievocazione
della disgrazia si conclude: il cavallo si impenna, “Lui” viene
trasportato in villa, finita la cavalcata tutti accorrono in villa
recitando ciascuno la parte che si era assegnata quando compare “Lui”
che recita la sua meglio di tutti, fino a sfoderare la spada e ad
avventarsi su due che sghignazzavano più di altri: tutti si rendono
conto della tragedia e hanno un momento di terrore. All’improvviso
compare Bertoldo che chiede al Di Nolli di poter abbandonare il suo
posto di lavoro: “Lui”, montando su tutte le furie, ha dato ordine che
venga arrestato e vuole giudicarlo subito sedendo al suo posto sul
trono. Matilde e il dottore (che diventa Ugo di Cluny) devono vestire
gli abiti d’epoca per potersi presentare nella sala del trono, oppure
andarsene. Belcredi decide di vestirsi da benedettino. Ad un certo punto
Arialdo annuncia finalmente l’imperatore: l’attesa è finita! Enrico IV
compare e recita la sua scena da consumato attore, con repentini
cambiamenti di toni e di voce e puntando la sua attenzione soprattutto
su Belcredi-benedettino che “Lui” chiama Pietro Damiani. È quasi un
soliloquio, che rievoca fatti e situazioni storiche, che mettono in
imbarazzo i presenti che non sanno assolutamente cosa fare e come
reagire. Quando ha finito di parlare e ottenuto di essere ricevuto dal
Papa, vede Belcredi che si avvicina per sentire meglio: subito Enrico
IV, supponendo che voglia rubargli la corona imperiale posata sul trono,
tra lo stupore e lo sgomento di tutti, corre a prenderla e a
nascondersela sotto il saio, e con un sorriso furbissimo negli occhi e
sulle labbra torna a inchinarsi ripetutamente e scompare. Così
l’atto si chiude.
Il secondo atto si apre con la scena
ambientata in una sala vicina a quella del trono; sono in scena Dona
Matilde, il Dottore e Belcredi, colei che vive e capisce, colui che
crede di capire secondo l’ausilio della scienza e colui che è spinto
dall’istinto e per questo non capisce. Il dottore cerca di capire il
comportamento di “Lui”, Matilde ha invece capito capito tutto, ma viene
compatita: ha capito che lui l’ha riconosciuta quando le ha parlato dei
capelli tinti che una volta erano bruni come quando era giovane, e
ancora una volta sono stati i suoi occhi a farle leggere la verità. Alla
realtà aubentra la finzione: Bertoldo annuncia l’ingresso della Marchesa
Matilde di Canossa, cioè Frida che veste i panni indossati da sua madre
ventidue anni prima durante la famosa cavalcata della disgrazia:
bellissima e identica alla donna raffigurata nel quadro. L’illusione del
passato che si sovrappone al presente è perfetta. I tre chiedono licenza
di allontanarsi ma contrariamente alle aspettative si presenta lo stesso
Enrico IV: viene svelato l’amore segreto di Enrico IV per Matilde, un
amore corrisposto, se è vero che la stessa Marchesa intercede presso il
Papa perché gli venga concesso il perdono e tolta la scomunica.
All’uscita dei tre Enrico IV prorompe in un grido: “Buffoni! Buffoni!
Buffoni!”, lasciando attoniti spettatori e compagni presenti (i finti
consiglieri e le finte guardie) rivelando di non essere il matto che
credono e di non aver potuto rivelare mai la sua guarigione per
salvaguardare la propria essenza umana. Per “Lui” Matilde e Belcredi non
contano più nulla; tuttavia il ricordo della giovinezza perduta gli
brucia; per di più sa che la caduta non fu accidentale e vorrebbe
vendicarsi. Ma la vendetta a freddo non è nel suo carattere. Quando
infatti compare il servitore Giovanni, vestito da umile fraticello, la
commedia (secondo Enrico IV) e lo scherzo (secondo i finti Consiglieri)
continuano.
Col terzo atto si ritorna nella sala del
trono. La Matilde di adesso non rappresenta più nulla: per lui la
Matilde di allora è la Frida di adesso, ed è Frida che viene coinvolta a
rappresentare la Matilde di allora nel tentativo di ricreare in “Lui”
quello shock che possa riportarlo alla “normalità. Enrico IV sta
attraversando la sala del trono, illuminata solo da una lampada che
“Lui” stesso regge in una mano, per recarsi nella sua camera per la
notte, si sente improvvisamente chiamare: al posto del quadro
rappresentate la Marchesa si trova Frida e al posto del quadro di Enrico
IV si trova il nipote Di Nolli. La finzione non è più possibile, Frida
grida la sua paura: al suo grido rientrano tutti e tutti sanno che
Enrico IV è guarito perché lo hanno rivelato i suoi “consiglieri”.
Appare il contrasto tra passato e presente, tra la vita che altri hanno
vissuto e il tempo trascorso che “Lui” non ha vissuto, rappresentati da
Matilde e Frida. Quando alla fine afferra Frida e la abbraccia, Belcredi
si avventa su di lui, Enrico lo trapassa con la spada tolta ad uno dei
suoi “Consiglieri": ora che ha ucciso, è condannato a non abbandonare
mai più la finzione, a restare per sempre Enrico IV.
Ormai la fama dello scrittore varca i confini
dell’Italia: i Sei personaggi in cerca d’autore sono
rappresentati in lingua inglese a Londra il 27 febbraio 1922 al Kingsway
Theatre dalla Stage Society, e G.B. Shaw, che assiste a una serata, la
consiglia a Brock Pemberton che la metterà in scena a New York al Fulton
Theatre nel novembre dello stesso anno con ben 127 repliche.
Nel 1922, oltre all’Enrico IV, vengono
rappresentati ancora tre drammi: il 29 settembre al Teatro Argentina di
Roma dalla Compagnia di Lamberto Picasso All’uscita, un atto
unico apparso sulla Nuova Antologia nel novembre 1916, che può
essere considerato più di altri l’atto di nascita ufficiale del teatro
pirandelliano: è un dialogo di morti, insolito e assoluto che si
richiama a una totale umiltà e vuol essere l’esplicito messaggio del
“mito di una realtà ridotta a pura parvenza”. Il 10 ottobre va in scena
al Teatro Quirino di Roma, con la compagnia di Alfredo Sainati
L’imbecille, tratto dalla novella omonima pubblicata nel 1912 sul
«Corriere della Sera», un dramma in cui l’intensa angoscia della vita e
della malattia sono mescolati con la satira politica, condotta con
piglio grottesco e triste ironia, che non nasconde una protesta
contro certi costumi politici. Il 14 novembre va in scena, sempre al
Teatro Quirino di Roma, Vestire gli ignudi, con la Compagnia
di Maria Melato e Annibale Betrone. Ancora un suicidio, determinato
dalla falsità dei rapporti umani, mancando i quali ciascuno di noi è
nudo.
Vestire gli ignudi.
"Ognuno è un’anima nuda e sente la necessità di
rivestirsi di un abito di rispettabilità, di qualità apprezzate dagli
altri, per dare un senso alla propria vita e sentirsi concretamente
qualcosa.
Intorno a questo principio, che domina le azioni di
Ersilia Drei, si svolge la trama della commedia in tre atti Vestire gli
ignudi. ...
Ersilia per tutta la vita si è sentita un nulla:
«non ho mai avuto», afferma, «la forza di essere qualche cosa»; è stata
sempre come l’hanno voluta gli altri. Il tenente di vascello Franco
Laspiga si fidanza con lei che era governante in casa di Grotti, Console
italiano a Smirne, e le dà per breve tempo l’illusione d’essere
qualcosa. Ma poi la lascia ed Ersilia cede alle insidie del Console
Grotti che la possiede. E proprio per averla distolta - in preda a una
torbida passione - dalla vigilanza della figlia, la bambina sale su una
sedia e precipita dalla terrazza nel vuoto. Ersilia è ossessionata da
questa morte, la Signora Grotti la scaccia. In preda all’orrore per la
tragedia vissuta si dà in strada al primo venuto. Lo schifo per la sua
miserevole vita la spinge infine a tentare d’avvelenarsi. All’ospedale,
ormai certa di morire, racconta una dolorosa storia d’amore per cingersi
in qualche modo d’un alone romantico di martirio: s’è uccisa perché
abbandonata dal Tenente di Vascello Franco Laspiga. Un’intera pagina
d’un giornale racconta la sua storia tragica, suscitando generale
commozione; ma sconvolgendo anche la vita di Franco Laspiga, che preso
dal rimorso abbandona la fidanzata che sta per sposare e corre da
Ersilia, sopravvissuta all’avvelenamento, per riparare; nonché del
Console che ambiguamente fa ampie smentite ai giornali, ma si precipita
anche lui da Ersilia per riaverla. Ersilia ne è sconvolta, non vuol
ritornare a vivere con nessuno dei due. Dice a Franco Laspiga: «Perché
non puoi capire tu questa cosa orribile, d’una vita che ti ritorna,
così... come... come un ricordo che invece d’esserti dentro, ti viene...
ti viene, inatteso, da fuori... Così cangiato, che stenti a
riconoscerlo. Non sai più trovargli posto in te perché anche tu sei
cangiato ... ».
La notizia che era stata l’amante di Grotti,
sconvolge Laspiga che tratta Ersilia da sgualdrina e fa perdere alla
protagonista la pietà di cui era circondata. Ora la giudicano una
donnaccia colpevole della morte della bambina che le era stata affidata.
Il continuo mutare dei sentimenti e degli stati
d’animo; la presa di coscienza di Ersilia che non vuol essere causa di
male agli altri e si ribella al soccorso che le offrono i due uomini,
esclamando: «Mi vorreste condannare a essere quello che io volli
uccidere? No, no, basta quella!»; la sua convinzione che Franco non ha
colpe, perché di ciò che accade ha colpa la vita, rappresentano il
tessuto ideologico della commedia, riscattato in poesia dalla
sofferenza. Ersilia sarà costretta ad avvelenarsi di nuovo e negli
ultimi istanti di vita, mentre parla con superiore distacco di quanto è
accaduto, tutti le si rifanno intorno commossi e comprensivi.
Ersilia aveva tentato di coprirsi «con un abitino
decente” inventando la sua morte per amore, ora anche quello le è stato
strappato ed è rimasta nuda. Non vuol più sentire e vedere nessuno e
conclude il suo nobile soliloquio finale - di grande effetto scenico e
di intensa poesia - dicendo ai due pretendenti: «Andate, andatelo a
dire, tu a tua moglie, tu alla tua fidanzata, che questa morta - ecco
qua - non s’è potuta vestire». (I. Borzi)
Colla data del 1923, ma in effetti nel novembre
dell’anno precedente, Adriano Tilgher pubblica l’opera Studi sul
teatro contemporaneo con la quale offre la prima interpretazione del
teatro pirandelliano, che qualche mese prima era stata anticipata in un
pomeriggio mondano a Roma. Il pomeriggio del 12 aprile 1922 la Roma
intellettuale ed elegante affollava i locali dalla Galleria Giacomini in
piazza Madama. Si inauguravano le Stanze del Libro e, dopo i discorsi
ufficiali, Adriano Tilgher avrebbe parlato dell’arte di Luigi
Pirandello. Tilgher parlò dell’umorismo e del rapporto tra la filosofia
e l’arte di Pirandello, chiarì come nella sua opera fosse presente il
«contrasto tra l’eterno fluire della vita e i singoli eventi in cui esso
di volta in volta si congella. Guai alle creature che per sé o per gli
altri rimangono agganciate e fisse in un singolo fatto della loro vita
senza potersene staccare». È da queste idee, affermava Tilgher, che
nascono i Sei personaggi e l’Enrico IV.
Adriano Tilgher - L’antitesi è perciò la
legge fondamentale di quest’arte. L’inversione dei comuni ordinarii
abituali rapporti della vita trionfa sovrana. [ ... ]
Dualismo della Vita e della Forma o Costruzione;
necessità per la Vita di calarsi in una Forma ed impossibilità di
esaurirvisi: ecco il motivo fondamentale che sottostà a tutta l’opera di
Pirandello e le dà una ferrea unità e organicità di visione.
Ciò basta da solo a far comprendere di quanta
freschissima attualità sia l’opera di questo nostro scrittore. Tutta la
filosofia moderna da Kant in poi sorge sulla base di questa intuizione
profonda del dualismo tra la Vita, che è spontaneità assoluta, attività
creatrice, slancio perenne di libertà, creazione continua del nuovo e
del diverso, e le Forme o Costruzioni o schemi che tendono a rinserrarla
in sé, schemi che la Vita, di volta in volta, urtandovi contro, infrange
dissolve fluidifica per passare più lontano, creatrice infaticata e
perenne. Tutta la storia della filosofia moderna non è che la storia
dell’approfondirsi del conquistarsi del chiarificarsi a se medesima di
questa intuizione fondamentale. Agli occhi di un artista che di questa
intuizione viva - è il caso di Pirandello - la realtà appare nella sua
stessa radice profondamente drammatica, e l’essenza del dramma è nella
lotta fra la primigenia nudità della vita e gli abiti o maschere di cui
gli uomini pretendono, e debbono necessariamente pretendere, di
rivestirla. La vita nuda, Maschere nude. I titoli stessi
delle opere sono altamente significativi.
Se in un primo momento l’analisi tilgheriana
piacque al Pirandello, ben presto gi sarebbe però sembrata troppo
ristretta e limitativa sia perché troppo si rifaceva alla sua produzione
fino al 1922 sia perché chiudeva la sua arte in un ambito dal quale
sarebbe stato impossibile uscire. Qualche anno dopo, nel 1927,
arriveranno alla polemica e praticamente alla rottura perché Tilgher
pensa, e a molti lo fa pensare, di essere stato lo scopritore dell’arte
pirandelliana e quasi l’artefice del suo successo. Nel ’28 fra i due
scende il silenzio, anche perché Pirandello sceglie un volontario
“espatrio”.
Fra gennaio e febbraio del 1923, tratta dalle
novelle La camera in attesa (pubblicata nel 1916 sulla rivista
«La lettura») e I pensionati della memoria (pubblicata sulla
rivista «Aprutium» nel 1914) scrive La vita che ti diedi per
Eleonora Duse, che nel 1921 era tornata alle scene: ma i mesi passano
senza che l’attrice dia una risposta. Intanto trae dalla novella La
morte addosso, pubblicata su «La Rassegna italiana» il 15 agosto
1918 col titolo Caffè notturno, l’atto unico, considerato
unanimemente fra le migliori opere pirandelliane, L’uomo dal
fiore in bocca, che viene messo in scena da Anton Giulio Bragaglia
al Teatro degli Indipendenti di Roma dalla Compagnia degli
«Indipendenti” diretta da Anton Giulio Bragaglia il 21 febbraio.
L’incontro fra “l’uomo” e “l’avventore” fa intuire la profonda
drammaticità del personaggio. Un uomo colpito da epitelioma sa
che dovrà morire da un momento all’altro e vive i suoi ultimi giorni in
un disperato delirio, come assente dalla propria vita ma mostrando un
disperato attaccamento alla vita stessa colta nei suoi atti e gesti più
semplici umili e quotidiani, come quelli di una commessa che fa un
pacchetto e lo guarnisce di nastri: L’uomo dal fiore in bocca è
veramente colui che è capace di cogliere i sensi più riposti della vita.
Subito dopo, parte per Parigi (per la prima volta
varca i confini dell’Italia per seguire il suo teatro) dove il 5 aprile
assiste alla prima dei Sei personaggi (Six personnages en
quête d’auteur), con la traduzione di Benjamin Crémieux, al Théatre
de la Comédie des Champs Élisées con la direzione di Georges Pitoëff
(attore e regista). Al banchetto in suo onore, come scrive alla figlia
Lietta che si trova ancora in Cile, partecipano ministri uomini
politici, l’Ambasciatore italiano, letterati e artisti di Francia e gli
viene conferita la Legion d’onore. Parigi tributa il definitivo trionfo
al dramma: è un successo strepitoso che affermerà la fama nel mondo di
un Pirandello che raccoglie trionfali accoglienze. “Son ritornato da
Parigi, non tanto stanco - scrive alla figlia Lietta in Chile -
quanto turbato e commosso dalle accoglienze che mi sono state fatte,
veramente trionfali, come avrai potuto vedere da alcuni ritagli di
giornali che ti mando e che ti prego di conservare. È il primo caso, e
veramente d’inaudita eccezionalità, che uno scrittore italiano sia
rappresentato contemporaneamente in due teatri di Parigi. E le repliche
dei due lavori saranno innumerevoli”. Ormai il «dramma da
fare» è rappresentato nelle maggiori città d’Europa.
Il 12 ottobre 1923 viene rappresentata al Teatro
Quirino di Roma La vita che ti diedi da Alda Borelli, una
tragedia che è imperniata tutta sull’amore materno, un figlio che
ritorna dopo sette anni completamente cambiato fino ad apparire un
estraneo e muore poco dopo il ritorno:
La vita che ti diedi.
Primo Atto - Donne alla veglia di un
giovane che sta per morire e dolore per la sua morte. Durante la veglia
veniamo a conoscere l’antefatto: partito sette anni prima per studi per
Firenze si innamora di una donna sposata, la signora Maubel, che dopo un
po’ di tempo deve seguire il marito a Liegi; il giovane la segue. Il
cadavere è vegliato dalla madre, che non riconosce in quel corpo Fulvio,
il figlio partito sette anni prima così bello e giovane e pieno di
speranze e pensa che sia un’altra persona; per questo decide di farlo
seppellire nudo, semplicemente avvolto in un lenzuolo: suo figlio vivrà
con lei e dentro di lei finché lei stessa avrà vita. Oggi la madre non
ha più lacrime, perché ha già pianto per sette anni, quanti ne sono
passati dalla sua partenza, e al ritorno arriva un figlio completamente
diverso, anche nel fisico, da quello che lei ricordava e amava, perché
il figlio che lei amava era rimasto con “quella là”, la donna che amava.
Ricordarlo significava per la madre dargli ancora un po’ di vita, come
dal principio, come sempre: la morte non può essere la cancellazione
totale, ma la vita che va al di là della morte fisica, una vita tessuta
d’amore reciproco. All’improvviso arriva una lettera di “lei”, la donna
del figlio, che negli ultimi tempi aveva manifestato il desiderio di
abbandonare figli e marito e di raggiungerlo, con la quale annuncia la
sua prossima partenza. La madre decide allora di scriverle.
Secondo atto - Con il cameriere
Giovanni dispone delle piante per rendere più accogliente la casa: andrà
lei stessa ad accoglierla alla stazione e per prima cosa le chiederà di
seguirla a casa. Intanto arrivano i figli di Donna Fiorina, sorella di
donn’Anna, anch’essi partiti per la grande città, ma solo da circa un
anno. Donna Fiorina prova davanti ai figli la stessa sensazione di
estraneità davanti al grande cambiamento che hanno subito, ma cerca di
non pensarci, anche se le battute di Elisabetta gliela portano sempre
alla mente. Ad un certo punto i due giovani, mentre si va spegnendo la
luce del giorno, scorgono il lume acceso nella stanza vicina e chiedono
se è quella la stanza dove è morto Fulvio: ma non di morte si parla:
bensì di vita e quel lume rappresenta una situazione ben precisa: i
figli che partono, muojono per la madre. Non sono più quelli!
mormora Elisabetta, e Donna Fiorina si mette a piangere, un pianto che i
figli pensano dovuto al dolore per la sorella: subito dopo i tre
abbandonano la casa. Poco dopo arrivano Lucia Maubel e Donn’Anna dalla
stazione. Lucia è frastornata dall’assenza di Fulvio; le due donne si
parlano e Lucia confessa di essere in attesa di un bambino proprio di
Fulvio e racconta del marito e dei suoi maltrattamenti e di non farcela
più ad essere di tutti e due. Accetta quindi di passare la notte e vuole
passarla proprio nella camera di Fulvio: Donn’Anna guarda la porta
chiusa della camera del figlio e con il viso d’un ilare divino
spasimo sa che il figlio vive anche in Lucia come in lei.
Terzo atto - Il mattino dopo arriva
la madre di Lucia, Francesca Noretti, che alla stazione aveva saputo
della morte di Fulvio. Fra le due madri c’è un drammatico confronto.
All’improvviso esce Francesca dalla camera di Fulvio: durante la notte
lo aveva sognato e aveva sentito la sua morte. In questo modo Donn’Anna
si rende conto che il figlio è ormai morto, perché morto è anche per
Lucia e a nulla potrà valere la nascita del nuovo bambino. Alla fine
convince Lucia a tornare a casa, a curare i suoi due bambini e a far
nascere il terzo, a tornare al suo martirio: a tornare a -
Martoriarsi - consolarsi - quietarsi. - perché - È ben questa la
morte.
Alla fine del 1923, mentre va in scena il 23
novembre al Teatro Nazionale di Roma (in vernacolo toscano con la
riduzione di Ferdinando Paolieri) L’altro figlio con la Compagnia
di Raffaello e Garibalda Niccòli, Pirandello compie un altro viaggio: a
dicembre si imbarca sulla nave «Duilio” a Napoli per New York, dove
arriva il 20 e assisterà al Fulton Theatre (ribattezzato per l’occasione
Pirandello’s Theatre) alle rappresentazioni dei Sei personaggi e
di Così è (se vi pare); il viaggio è fatto in compagnia
dell’attore Arnold Korpff che metterà in scena l’Enrico IV (The
Living Mask). All’arrivo a New York viene ricevuto “da un esercito
di giornalisti americani e italiani e di fotografi” (lettera al figlio
Stefano). Festose sono le accoglienze degli italiani, e soprattutto
della numerosa comunità siciliana: sono due mesi esaltanti.
Al ritorno in Italia, in maggio (il 22 o il 23?)
assiste al Teatro dei Filodrammatici di Milano, con la Compagnia diretta
da Dario Niccodemi e gli interpreti principali Luigi Cimara e Vera
Vergani alla prima di Ciascuno a suo modo, il secondo dei «drammi
da fare» (della trilogia del teatro nel teatro, una definizione che lo
stesso autore adotterà dopo aver messo in scena il terzo dramma,
Questa sera si recita a soggetto nel 1930), che ripropone la storia
della donna fatale, presente nel romanzo Si gira... .
La prima di Ciascuno a suo modo fu preceduta
già da polemiche, sollevate sollevate dal feroce avversario di
Pirandello, il critico Domenico Lanza, che aveva per le mani la
recentissima pubblicazione dell’opera (caso unico nella vita del Nostro
Autore la pubblicazione dell’opera prima della rappresentazione) aveva
recensito il testo in maniera molto negativa con “quattro colonne di
vituperi” come scrisse lo stesso Pirandello in risposta sul Corriere
della Sera,. Grande perciò divenne l’attesa. Il primo atto ebbe un
grande successo: pur con qualche dissenso, gli applausi durarono per
tutta la durata dell’intervallo; Ma alla fine del secondo i dissensi
furono più marcati: l’uscita dello stesso Pirandello sul palcoscenico
mise tutti d’accordo: l’applauso fu unanime, come ci racconta Renato
Simoni in Trent’anni di cronaca drammatica, (Ilte, Torino 1954,
pag. 78). Il dramma parte da un fatto di cronaca per operare quella
mistione tra cronaca quotidiana e finzione scenica, tra realtà vissuta e
creazione artistica che sarà uno dei punti fondamentali del teatro oltre
che della narrativa pirandelliana.
L’estate del ’24 Il Pirandello la trascorre a
Monteluco con la famiglia del figlio Stefano, anche nell’attesa del
ritorno della figlia Lietta col marito dal Cile, un desideratissimo
ritorno che stava lentamente slittando di quasi un anno. La famiglia si
stava per riunire, ma il destino aveva in serbo ancora una carta
importante, che inciderà non soltanto sull’arte ma anche sulla vita
privata dell’autore.
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