Luigi Pirandello 1867 - 1936

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Giuseppe Bonghi

Biografia di Luigi Pirandello

da Biblioteca dei Classici Italiani

 

 

INDICE

 

 

I. La fanciullezza e le prime prove. 1867 - 1888

 

     Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poiché abbiamo in noi, senza sapere né come né perché né da chi la necessità di ingannare di continuo noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria.


     Chi ha capito il gioco non riesce più a ingannarsi; ma chi non riesce più a ingannarsi non può più prendere né gusto né piacere alla vita. Così è.

(Dalla lettera autobiografica inviata a Filippo Sùrico

direttore del periodico romano Le Lettere

e pubblicata sul nel numero del 15 ottobre 1924)

 

     Luigi Pirandello, secondo di sei figli, nasce la sera del 28 giugno 1867 ad Agrigento (l’antica colonia greca di Akragas che si chiamerà Girgenti fino al 1927) da Stefano Pirandello e da Caterina Ricci-Gramitto, sposata nel 1863, in una casa colonica non ancora ben rifinita che si trovava nella tenuta paterna denominata “Caos”, qualche chilometro fuori dalla città, sulla strada che conduce verso Porto Empedocle, in una contrada suggestiva che dall’alto di un costone da un lato guarda verso il mare e dall’altro è delimitata da una ripido e piccolo valloncello che porta direttamente alla spiaggia. Al “Caos” la madre si era trasferita per sfuggire all’imperversare di una terribile epidemia di colera che a fasi alterne affliggerà la Sicilia per alcuni anni fino al 1868, angosciata dalla malattia che il marito aveva contratto dovendo rimanere in città per lavoro.

 

     ... Io dunque son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco, denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti. Colà la mia famiglia si era rifugiata dal terribile colera del 1867, che infierì fortemente nella Sicilia. Quella campagna, però, porta scritto l’appellativo di Lina, messo da mio padre in ricordo della prima figlia appena nata e che è maggiore di me di un anno; ma nessuno si è adattato al nuovo nome, e quella campagna continua, per i più, a chiamarsi Càvusu, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Xàos.

 

     La famiglia di Stefano affondava le sue lontane origini nella Liguria e godeva di un tenore di vita elevato grazie al ricco commercio di zolfo e al possesso di alcune solfatare della zona. Nel 1860, sull’orma degli ideali antiborbonici, aveva seguito Garibaldi, e aveva partecipato alla battaglia di Aspromonte.
     La famiglia di Caterina era tradizionalmente antiborbonica; era figlia di Anna Bartoli e di Giovanni Ricci-Gramitto, avvocato del foro di Agrigento, che all’indomani della rivoluzione antiborbonica del 1848 era stato condannato all’esilio e aveva trovato asilo politico a Malta, dove lo avevano raggiunto la moglie e i figli (Caterina aveva allora 13 anni). Ma dopo pochi mesi Giovanni muore e la moglie Anna riporta i figli ad Agrigento, dove vive praticamente in povertà, perché il governo aveva confiscato le rendite fondiarie sue e del marito, e vive col solo aiuto di un cognato canonico, “lealista”, che il giorno della restaurazione si era precipitato in Chiesa a cantare un solenne Te Dum di ringraziamento. La convivenza col cognato, fedele al re borbonico e pauroso di ogni più piccolo sussurro, è ovviamente difficile, ma


l’accesa partecipazione ai moti risorgimentali e lo slancio ideale di quegli anni si tramutano, soprattutto nell’animo della madre, in una cocente delusione di fronte alla nuova realtà unitaria. Attraverso la figura di lei, Pirandello assimila quell’amarezza per il Risorgimento tradito, che è alla base di alcune sue poesie e del romanzo I vecchi e i giovani, ed è probabile che proprio questo clima di disillusione abbia inculcato nel giovane Luigi il senso della sproporzione tra ideali e realtà riconoscibile nel saggio L’umorismo. (Borzi-Argenziano)

 

 

     Stefano e Caterina si erano conosciuti nel 1862, durante la festa per l’accoglienza del reduce Rocco, fratello di Caterina, che, dopo aver combattuto sull’Aspromonte con Garibaldi ed essere stato fatto prigioniero, era stato liberato (aveva ricevuto in dono lo stivale che indossava Garibaldi quando venne ferito alla gamba in Aspromonte: Rocco lo lasciò poi a Luigi Pirandello e questi a sua volta lo donò al Comune di Roma): Caterina, aveva allora 28 anni e non era propriamente una bellezza, a parte gli occhi. È un colpo di fulmine e Stefano le chiede seduta stante di sposarlo.
     Dal matrimonio nascono sei figli: Rosolina, Luigi, Anna, Innocenzo, Adriana (che morirà a quattro anni) e Giovanni, ultimo, nel 1879. Caterina imparerà presto a sopportare il carattere impetuoso e istintivo del marito e le sue infedeltà (ha perfino una figlia da un’altra donna); la scoperta di queste infedeltà rese fin da bambino Luigi consapevole del dolore che quelle offese arrecavano alla madre sentendola vicina e lo portarono a provare un certo distacco verso un uomo che si mostrava più padrone che padre e che dimostrava il possesso di una notevole forza fisica che agli occhi del bambino appariva mostruosa e perciò impressionante, come è testimoniato da quell’episodio narrato da un certo Picone nelle sue Memorie storiche agrigentine, e riportato da M. Luisa Aguirre D’Amico in Album Pirandello (Mondadori 1992, p. 22):
 

     Sempre secondo il Picone, nel 1874 comincia «il brigantaggio nelle nostre campagne». Stefano Pirandello percorreva quelle campagne per sorvegliare il rendimento delle zolfare di cui continuava a occuparsi e spesso portava su di sé la paga per i minatori. In famiglia si raccontava che una volta i briganti, affrontandolo in aperta campagna, gli chiesero la borsa con i denari. Al diniego di consegnarla, un brigante aveva sparato. Stefano, con grande coraggio e presenza di spirito, aveva cominciato a saltare di qua e di là: «Diavolo sugnu! diavolo sugnu!». I briganti erano fuggiti spaventati non sapendosi spiegare come mai non fosse morto. Stefano aveva tutto il corpo coperto di pallini: lo sbaglio nelle munizioni adoperate dal brigante che gli aveva sparato, gli aveva salvato la vita. L’episodio dimostra la forza fisica di Stefano, forza fisica che destava il timore di Luigi, bambino fragile e sensibile, dai grandi occhi sgomenti. Era naturale che il piccolo Luigi si sentisse più attratto dalla madre che aveva avuto un’infanzia straordinaria e che certamente sapeva parlare ben altrimenti al suo cuore e alla sua fantasia.

 

Luigi Pirandello riceve in casa l’istruzione elementare dall’ajo Francesco (o Giovanni) del Cinque, da tutti chiamato Pinzone (ne parla sia nel III capitolo de Il fu Mattia Pascal che nella novella La scelta, quasi una memoria biografica, pubblicata su Ariel il 10 aprile 1898); don Pinzone avvia il giovane Luigi, piuttosto ribelle e indipendente come tutti i ragazzi, allo studio e alla conoscenza delle nozioni fondamentali della cultura in maniera soddisfacente, tanto che potrà frequentare nel 1878 la Regia Scuola Tecnica di Girgenti, cui era stato iscritto dal padre, con discreti risultati. Ma, più che dalle nozioni scolastiche impartite da don Pinzone e dalla erudizione del maestro, è affascinato dalle favole e dalle storie un po’ popolari e un po’ magiche, che gli racconta la vecchia serva Maria Stella e che lo introducono a quel mondo fascinoso di leggende e superstizioni che larga parte avrà nella sua arte (vedi ad esempio La favola del figlio cambiato). A dodici anni, dimostrando il suo precoce interesse per il teatro, scrive una tragedia, andata perduta.
Nel 1879 la famiglia per motivi di lavoro si trasferisce a Porto Empedocle e Luigi, l’anno successivo, per superare più facilmente le difficoltà finanziarie in cui versava il padre, va a vivere a Palermo, in una casa di via Porta di Castro. È qui che il ragazzo conosce i primi turbamenti amorosi: così ne parla Luciano Lucignani su la Repubblica del 18/11/1989:
 

Al secondo piano c’era una famiglia della borghesia agiata, con una bambina di appena dieci anni, Giovanna, che frequentava l’aristocratico collegio Maria Adelaide. Nel periodo delle vacanze Giovanna, come Luigi, restava a casa. Da un balcone all’altro, i due ragazzi cominciarono a guardarsi con simpatia; e un giorno Luigi, seduto sulla ringhiera del balcone, intento a fissare la bambina, perse l’equilibrio e rischiò di cadere di sotto. Se la cavò, però, con un dente scheggiato. Più tardi, alla fine delle vacanze, Giovanna venne a salutarlo. E Luigi, emozionato, fece un gesto incauto, ferendosi a un dito. Giovanna, avvicinatasi, gli prese il dito e se lo portò alla bocca per succhiarne il sangue. Eccitato, Luigi prese quel gesto come un bacio e scoppiò a piangere. Quasi subito gli venne la febbre e restò per tre giorni tra la vita e la morte, come smemorato. Non si nutriva, non si tratteneva nulla, non riconosceva nessuno. Rimase a letto due mesi, quando si alzò era quasi Pasqua. Si aggirava per la casa avvolto in uno scialle enorme, pallido, i capelli dritti. Fu così che lo vide la bambina, rientrata per le vacanze; Giovanna gettò un grido e svenne tra le braccia del padre. E Luigi restò dov’era, tremando come avesse avuto quaranta di febbre. Fu la scoperta dell’amore.

 

     A Palermo, attratto dagli studi umanistici, alla fine del secondo anno delle scuole Tecniche, ottiene dal padre di frequentare il Ginnasio, iscrivendosi al “Ginnasio Liceo Vittorio Emanuele II”, nel quale termina gli studi nel 1885, iscrivendosi all’Università l’anno seguente. Intanto nel 1884, quando era appena diciassettenne, gli viene pubblicata sul numero del 1° giugno della «Gazzetta del Popolo della domenica» di Torino, la sua prima, e resterà unica per parecchi anni, novella: Capannetta, secondo i moduli tipici della rappresentazione verista, con tanto di gente umile, di ambiente campagnolo e con un esplicito riferimento ad una delle più straordinarie novelle verghiane, Jeli il pastore, riprendendone il nome del protagonista.
     Palermo rappresenta una prima tappa importante nella sua vita. Divideva il suo alloggio col coetaneo Carmelo Faraci (le due famiglie erano amiche di vecchia data) in via Capo Maestro d’Acqua. Luigi studiava, ma leggeva molto anche di suo (conosce soprattutto i poeti dell’Ottocento come Carducci e Arturo Graf) e frequenta spesso i teatri della città che talvolta mettevano in cartellone rappresentazioni con grandi attrici (vi aveva recitato anche Eleonora Duse), e sull’onda degli entusiasmi giovanili scrive i primi drammi che coraggiosamente presenta a vari capocomici, tutti regolarmente rifiutati, tanto che alla fine, in un momento di sconforto, brucia tutte le sue carte. Gli anni palermitani sono piuttosto intensi e sboccia anche il primo amore: la cugina Lina, più matura di qualche anno mentre lui va ormai verso i venti, figlia dello zio Andrea, fratello del padre.
Proprio in quegli anni scopre una relazione amorosa segreta del padre, scoperta che acuisce il contrasto tra i due.


     Alla disarmonia con il padre, un uomo dalla corporatura robusta e dai modi sbrigativi e concreti, corrisponderà nel suo animo una profonda venerazione per la madre, che gli detterà, dopo la morte di lei, le commosse pagine della novella Colloquii con i personaggi (1915). L’amore per la cugina, dapprima non ben visto, è improvvisamente preso sul serio dalla famiglia di lei che pretende, però, che Luigi lasci gli studi e si dedichi al commercio dello zolfo per poter sposare subito Lina. Nel 1886, durante le vacanze, Luigi si reca nelle zolfare di Porto Empedocle e lavora con il padre alla pesa dello zolfo; questa esperienza sarà per lui importantissima e gli fornirà spunti per novelle come Il fumo, Ciàula scopre la Luna e per alcune pagine del romanzo I vecchi e i giovani. Il matrimonio che sembrava imminente viene rimandato e Pirandello si iscrive all’università di Palermo alle facoltà di legge e di lettere (iscriversi a due facoltà era allora possibile). L’ateneo palermitano, soprattutto la facoltà di legge, è il centro in questi anni del vasto movimento che più tardi sfocerà nei Fasci siciliani; Pirandello, pur se non partecipa attivamente a questo fervido clima, è in rapporti di amicizia con i maggiori ideologi del movimento, Enrico La Loggia, Giuseppe De Felice Giuffrida e Francesco De Luca. (Borzi-Argenziano)
 


     Alla fine del 1887 parte per Roma per frequentare l’Università della Sapienza dove si iscrive al secondo anno della Facoltà di Lettere, ed ha per professori Nannarelli, Monaci, Occioni, Guidi, Beloch, Dalla Vedova, Labriola, Piccolomini, Cugnoni, Lignana, Bonghi e De Ruggiero. A Roma viene accolto dallo zio Rocco, di cui abbiamo parlato, che abitava al numero 456 di via del Corso; ma dopo qualche mese si trasferisce in una pensioncina di via delle Colonnette, non molto distante dall’abitazione dello zio. Roma lo affascina e ne scrive in modo entusiastico alla sorella Lina, che in quegli anni viveva in Sardegna dopo essersi sposata con l’ingegner Calogero De Carlo e alla madre in tono più pacato ma non meno deciso a stabilirvi per sempre la sua residenza. Vi frequenta i molti teatri, soprattutto il Nazionale, il Valli e il Manzoni, sentendo un eccitamento che penetra nel suo sangue per tutte le vene.
Ma prova anche un’amara disillusione, che si incarna proprio nella figura dello zio Rocco mitizzata nella sua fanciullezza: quegli ideali risorgimentali che aveva vissuto da bambino nei racconti della madre e dello zio, non esistono in quella Roma così diversa dai suoi sogni e dalle sue aspettative. Il risultato è la prima raccolta di poesie, intitolata Mal giocondo e pubblicata a Palermo nel 1889 dalla Libreria internazionale L. Pedone Lauriel, in cui sono raccolte poesie pubblicate già negli anni 1887/1888, come ad esempio quelle per le nozze della sorella Rosolina pubblicate dall’editore Andrea Amenta di Palermo. La raccolta ci mostra un Pirandello che entra nel mondo, che cerca di capire le cose che stanno intorno a lui cercando di non farsene travolgere, che ripensa alle cose sue e del mondo, come nella sezione Triste: bruciate le vecchie carte, vuole naufragare nel vorace / mare inquïeto de l’umano affetto, scoprendo la folla di


 .  . . . . . . . . Chierici e beoni,
giovani e vecchi, femine e ostieri,
soldati, rivenduglioli, accattoni,
voi nati d’ozio e di lascivia, serî
uomini no, ma pance, liti amanti,
bottegaj, vetturini, gazzettieri,
voi vagheggini, anzi stoffe ambulanti...

 

personaggi che faranno parte della sua opera maggiore.

Lo sfondo delle poesie è Roma, al cui contatto vacillano molti suoi ideali: fuori dall’ambiente, tradizionalmente conservativo e tendenzialmente statico, sul piano morale, della sua infanzia siciliana, si sfaldano fondamentali valori, e nasce la ribellione e la volontà di dire il disgusto di quella società corrotta, vecchia nelle sue strutture e incerta anche nelle forze giovani. (Lucio Lugnani, Pirandello. Letteratura e teatro, La nuova Italia, Firenze 1970, pag.16).

E fra le vecchie carte bruciate c’è tutto un mondo che viene descritto proprio nella prima sezione, Romanzi, di cui riproduciamo la -V- per intero, perché vi intravediamo, attraverso una certa presa di coscienza della realtà e di se stesso, lo sviluppo stesso della sua poetica e della sua visione della vita, fino a quella follia del personaggio che si preannuncia dolce e già diventa l’ultimo rifugio dell’individuo:
 

V


Il paese che un dí sognai, del mondo
inesperto e dei mali, su la terra
già lungo tempo lo cercai, fidente
nel vago imaginar che scorta m’era.
Molti paesi visitai deluso,
molti da lungi salutai fuggendo,
e su i lor tetti, declinante il giorno,
con la notte, la pace e il dolce inganno
sempre invocai dei sogni e il calmo oblio.
Ma per incerte vie, tra sassi e spine,
tacito andando nel desio pungente,
quanta parte di me viva lasciai!
Folle, e sperai; folle, ebbi fede. E solo
ai danni miei presiede ora crudele
la coscienza che mai, che mai dal suolo
in cui giaccio, menzogne pïetose,
amor di donna o carità d’amico,
a rïalzarmi non varran - più mai.
Né a te, paese dei miei sogni novi,
ora più credo; e tardi, ahimè, compresi
che vano era cercarti sotto il sole.
Se tristi grue pe ’l ciel fosco passare
vedea mesto, tra gli alberi battuti
da i primi venti d’autunno, in mente
io mi dicea: «Là giú, là giú, lontano,
nel bel paese dei miei sogni andranno,
ove eterna fiorisce primavera ».
E a lui credea n’andassero, portate
dal lungo vento, anche le foglie ai rami
strappate; a lui le nuvole, e le vaghe
da i petti umani illusïon fuggite...
Era follia, follia certo; ma dolce.
 

Di questa raccolta scrisse nell’appunto autobiografico che abbiamo ricordato proprio ad apertura di questo lavoro:
 

     Il mio primo libro fu una raccolta di versi, Mal giocondo, pubblicato prima della mia partenza per la Germania.


     Lo noto perché han voluto dire che il mio umorismo è provenuto dal mio soggiorno in Germania; e non è vero: in quella prima raccolta di versi più della metà sono del più schietto umorismo, e allora io non sapevo neppure che cosa fosse l’umorismo.
 

     Durante l’estate del 1889, mentre si trovava ad Agrigento, va a visitare, su consiglio del professor Ernesto Monaci, docente di Filologia romanza presso l’Università di Roma, che aveva preso a benvolerlo, la biblioteca Lucchesi-Palli, per verificare se in essa erano contenuti antichi manoscritti. Tornando a Roma, da Palermo, prima di imbarcarsi, scrive al suo maestro una lunga lettera con i risultati dell’indagine richiesta resa oltretutto difficile dallo stato di totale abbandono e incuria in cui si trovava la biblioteca Lucchesiana, che servirà poi da modello per la biblioteca descritta nel romanzo Il fu Mattia Pascal.
     Il soggiorno romano viene bruscamente interrotto nel 1889; Pirandello ha un contrasto piuttosto acceso con il professor Occioni di Lingua e Letteratura latina, e allora, per evitare una probabile espulsione, su consiglio del professor di filologia romanza Ernesto Monaci, parte per la Germania diretto all’Università di Bonn, con una lettera di presentazione del professore stesso per Foerster. L’episodio così viene narrato da Virginia Brancaleoni nell’introduzione a una raccolta di novelle pubblicata nel 1935:  Durante una lezione di latino un illustre professore, traducendo Plauto, commise un errore. Pirandello e un sacerdote che gli era vicino si scambiarono una gomitata d’intesa. il sacerdote sorrise. Avvenne una reazione furiosa del professore contro il prete “disattento”. Pirandello difese il compagno dicendo, e pare con molta veemenza, la verità. Deferito al Consiglio di disciplina dovette cambiare università.
     Il viaggio comincia dalla stessa Palermo il 25 settembre dopo aver salutato la fidanzata; si ferma a Roma ospite dello zio Rocco e infine a Cavallasca, vicino Como, presso amici, forse gli stessi coi quali si era trovato in un mai ben accertato viaggio del 1880 di cui narra lo stesso Pirandello nel Frammento d’autobiografia dettato a Pio Spezi e che questi pubblicherà sulla Nuova Antologia nel fascicolo del 16 giugno 1933, al quale l’autore non riconoscerà mai la propria paternità, fino a mettere in dubbio alcuni particolari biografici. Il 10 ottobre è già a Bonn e prende alloggio in un primo momento all’Hotel zum Münster, lo stesso che ospitava il mosaicista Giovanni Sambo venuto da Murano per rivestire la cupola del Duomo e qualche settimana dopo al numero 1 di via Neuthor.
     Qualche mese dopo (gennaio 1890) conosce a un ballo mascherato Jenny Schulz-Länder; così ne scrive alla sorella Lina:
 

«Ho indossato anch’io un domino e - inorridite - ho anch’io ballato, o per dir meglio saltato, e meglio ancora, pestato i piedi al prossimo mascherato. Fui a dirittura forzato a farlo da una mascherina azzurra da un cappellaccio di paglia spropositato - che mi si attaccò al braccio e non mi lasciò più per tutta la sera. A mezzanotte, ora in cui è costume di tór via le maschere, fui meravigliatissimo di riconoscere nella mia diabolica incognita, una delle bellezze più luminose che io mi abbia mai visto».
 

La conoscenza di Jenny lo porta a lasciare via Neuthor e va a stare a pensione in casa della signora Länder, vedova di un ufficiale morto nella guerra franco-prussiana del 1870, madre della ragazza al n. 37 di Breite Strasse. Il suo secondo volume di poesie, dal titolo Pasqua di Gea, è dedicato proprio a Jenny (Meine liebe, süsse Freundin), di cui si innamora e che rivestirà una parte importante nella sua vita anche sul piano spirituale, in quanto gli rimarrà per sempre dentro l’amarezza di un amore non realizzato, l’unico vero della sua giovinezza. Nella poesia Convegno, pubblicata nella Rivista d’Italia nell’ottobre 1901, e successivamente nella raccolta Fuori di chiave (pubblicata dall’editore Formìggini di Genova nel 1912), parla proprio dei tre suoi amori della fanciullezza, vissuti a Como, a Bonn e a Palermo.
 

 

CONVEGNO

 

I

Per le città, nostre o d’oltralpe, in ogni
luogo, ov’ho fatto alcun tempo dimora,
io vedo un altro me, com’ero allora,
il qual lieto s’aggira entro a quei sogni,
che suoi soltanto e non pur miei son ora.
Né verun d’essi sa, che più ne sia
di me. Qua vive o là, chiuso ciascuno
nel proprio tempo. Oltre non vede. E uno
si ferma, or ecco, a sera, in una via
di Como, e guarda in sú, se un viso bruno...
Ahi, quella bruna - egli no ’l sa - maestra
ora è di vizii e di sé locandiera...
Ma come può saperlo, se ogni sera
davvero ancor s’affaccia alla finestra
ella, e d’amor gli parla ed è sincera?
L’altro, eccolo in Germania, a Bonn sul Reno,
sotto un cappello di castoro, enorme:
magro egro smunto: non mangia, non dorme;
studia sul serio (o cosí crede almeno)
del linguaggio le origini e le forme.
Studia, ma... è notte: brontola il camino;
fuori, la neve lenta eterna fiocca:
pian l’uscio s’apre e, un dito su la bocca,
entra scalza Jenny... Libro latino,
di ravvivare il fuoco ora ti tocca!
Oh, chi a Palermo incontrasse per caso
quell’altro me, che della vita mia
la stagione più bella tuttavia
colà si gode, sgombro e ancor non raso
il mento, alato il cor di poesia,
deh, l’induca a venire a me per poco:
or son qui solo; e, nella fredda, oscura
notte, la solitudine paura
quasi mi fa. Seduto accanto al foco,
nella prigion di queste quattro mura,
io gli altri me chiamo a convegno. Solo,
fors’egli solo non verrà, ché troppo
son io diverso ora da lui: vo zoppo
pe ’l cammin che intraprese egli di volo,
e la trama ch’ei finse or io rattoppo.


II

Silenzio. Gli altri, con le amiche a braccio,
entrano. Come io resterei, se vecchio
mi vedessi d’un tratto in uno specchio,
essi, cosí, dinanzi a me. L’impaccio
vincon prima le donne, e in un orecchio
vien la bruna di Como a dirmi in fretta:
- «Tu sai che cosa io sono, ora; ma a lui
non dirne nulla: ei mi vede qual fui!»
Ti basta un sol mio sguardo, o poveretta,
e in un brivido tutta ti rabbuj.
Egli ha guardato me; qual sei ti vede.
Non nasconderti il viso, ché di te
non ha ragione di lagnarsi: in me
vani egli or vede l’amor tuo, la fede
che gli giuravi, e vana ombra pur sé.
E tu, Jenny? Ti sei nascosta dietro
la tenda? Piangi? Il magro tuo dottore
mi guarda, come oppresso di stupore.
Da quella neve, da quell’aer tetro
venía la sua magrezza, il suo squallore.
Eh, tu, dottor, lassú donde t’ho tratto,
ree promesse ripeti alla gentile
compagna. E vedi? Or ella piange. Vile
forse son io? Non tu, piuttosto, matto?
Le ho mandato da Roma un bel monile...
Mi chiedi conto de’ tuoi studii? E voi
dei vostri sogni mi chiedete conto?
Vedete, io non mi lagno, non m’adonto
dei lievi o gravi error vostri, che poi
m’han cagionato i danni ch’ora sconto.
Io vedo in voi ciò che ho man man perduto.
Delle perdite sue non s’era intanto
accorto alcun di voi, poi ch’ancor tanto
restava a me da perdere. Or che muto
e vuoto son rimasto, odio il rimpianto.
I capelli? Debbo anche dei capelli
rispondervi? Oh che bei ciuffi avevate
voi tutti: biondi, come il sol d’estate...
Con gli anni, via, via coi sogni anche quelli!
O lasciatemi in pace, andate, andate.

 

     La raccolta Pasqua di Gea, anche se scarso rimane il suo valore poetico, è la migliore delle sue raccolte di poesie, nelle quali comunque il contenuto prevale sulla forma e ci documenta, al fondo “di una apparente e letteraria allegrezza, lo stesso sentimento del vivere”. A leggerla bene, la poesia sembra proprio anticipare i temi del futuro Pirandello, tra disintegrazione del personaggio (la convocazione degli altri /me/ che hanno popolato i momenti importanti amorosi della sua vita) e la visione umoristica degli avvenimenti. La permanenza in Germania segna un momento di vita più pura rispetto alla corruzione che a Roma cominciava a diventare dilagante. Il sentimento amoroso per Jenny è autentico e si scontra con quello “legale” contratto in Sicilia. Le sue condizioni di salute cominciano a peggiorare e una sua lettera mette in grave apprensione la sua fidanzata ufficiale, i cui genitori pretendono ora la sua presenza a Palermo. Nel mese di luglio parte dalla Germania per la Sicilia, dove comunque si ferma poche settimane: tranquillizza la fidanzata e si rimette in salute, ripartendo nel mese di agosto per Bonn, dove il 21 marzo 1891 si laurea discutendo una tesi su Suoni e sviluppi di suono della parlata di Girgenti (Laute und Lautentwicklelung der Mundart von Girgenti). Nella primavera dello stesso anno rientra in Italia. Citiamo da Sciascia:


     Appena dopo la discussione della sua tesi sui Suoni e sviluppi di suoni nella parlata del circondario di Girgenti, appena ottenuta la laurea, volta le spalle a Bonn e alla Germania con una impazienza e insofferenza che mai, a quanto pare aveva fino allora manifestato: “Non solo io non ho in animo di fermarmi per sempre a Bonn; ma io non vorrò, una volta partito, neanco rivederla più da lontano. Era di Roma che io ti parlavo; e là io conto di fermare la mia stanza per sempre... Io voglio il Sole, io voglio la luce, e qui non si vedono mai né l’uno né l’altra; qui i giorni s’estinguono come tramonti continui”: così scrive alla sorella (e la parola sole la mette con S maiuscola). Più tardi nel 1904, in una poesia intitolata Vecchio avviso, esprimerà meno banale insofferenza nei riguardi del mondo tedesco dirà di una sua inquietudine che è poi quella che per mezzo secolo ha assillato l’Europa intera. E la descrizione di una scena allora non inconsueta in Germania, il concerto domenicale di una banda militare: Questi versi, e più i tre che dicono di una natura spaventata e annientata dal vento di guerra e di morte delle trombe, sono i più veri e i più belli che Pirandello abbia scritto in quel periodo, e si levano come premonizione dolorosa all’alba di un secolo che conoscerà quella insania non improvvisa ma lunga, duratura, filosoficamente articolata. La filosofia detta della vita, i cui termini più facilmente di quanto si dovrebbe vengono impiegati a definire il mondo pirandelliano, si avviava a diventare la filosofia della morte. A noi qui, ora, basta sapere che Pirandello ne ha avuto il presentimento.


(L. Sciascia, da La corda pazza)

 

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II. La formazione e le prime opere. 1889-1915

 

     Tornato dalla Germania, dopo un breve soggiorno in Sicilia, durante il quale va a monte il matrimonio con la cugina, che comunque era già seriamente compromesso anche perché Lina cominciava a soffrire di una malattia nervosa (strano destino pirandelliano!) che aveva cominciato a manifestarsi sin dal marzo 1889, e Luigi aveva assistito a una delle sue crisi!, si stabilisce a Roma con un assegno mensile ottenuto dal padre rinunciando alla sua parte di eredità.Qui stringe amicizia con un gruppo di scrittori giornalisti, tra i quali Ugo Fleres (cui dedicherà la traduzione delle Elegie Renane di Goethe); Ugo Ojetti; Giustino Ferri, redattore del “Fanfulla” e del “Capitan Fracassa” su cui pubblicherà parecchie novelle, che lo aiuterà in alcuni momenti difficili; Luigi Capuana, che cerca di spingerlo alla narrativa e lo avvicina alle scienze esoteriche, che avranno una parte notevole nella descrizione del soggiorno romano di Mattia Pascal; Giovanni Cena, redattore capo della “Nuova Antologia”.  Comincia un periodo di disorientamento, come si può ricavare dalle lettere che scrive a Jenny, determinato dal contrasto ormai abbastanza marcato tra la scientificità, e tutto sommato anche l’aridità, dei suoi studi sul linguaggio e il suo sentirsi portato irresistibilmente verso una non ancora determinata musa, affascinato comunque dal teatro. Anche l’offerta di un “lettorato” presso l’Università di Bonn viene lasciato cadere e il rifiuto di una possibile carriera universitaria sul subito significa anche la rinuncia definitiva a Jenny.
     Il biennio tedesco era stato intenso fervido di lavoro: aveva letto i romantici tedeschi, tra cui Tieck, Chamisso, Heine, e Goethe, iniziato la traduzione delle Elegie romane di Goethe (che pubblicherà nel 1896), composto su imitazione delle Romane le Elegie boreali (che pubblicherà nel 1895 con il titolo di Elegie renane) e cominciato a meditare sull’umorismo attraverso lo studio dell’opera di Cecco Angiolieri, sul quale scriverà due saggi, uno dal titolo Un preteso poeta umorista del secolo XIII verrà pubblicato sul numero del 15 febbraio 1896 de La vita italiana e contiene le prime annotazioni sul concetto di umorismo che è il vero fondamento della sua arte e che sarà l’argomento di un apposito e importantissimo saggio, L’Umorismo del 1908, di cui parleremo.
     Nel 1892, l’anno delle prime novelle (La ricca e Creditor galante) dopo che aveva scritto esclusivamente versi e drammi, a parte Capannetta, comincia a comporre il suo primo romanzo, L’esclusa, il cui titolo fu più volte cambiato (L’infedele, Destinati, Marta Ajala, un nome che rientrerà nel suo destino), fino ad assumere quello definitivo. Il romanzo, concluso nell’estate dell’anno seguente a Monte Cave (poi Monte Cavo) sui colli Albani vicino Roma, che gli era caro anche perché gli ricordava le contrade del Reno presso Bonn e la figura di Jenny Schulz che forse presta un po’ del suo carattere dolce e nel contempo sicuro a Marta Ajala, resterà parecchi anni nel cassetto, finché verrà pubblicato prima a puntate fra il giugno e l’agosto 1901 sul quotidiano romano «La Tribuna» poi in volume nel 1903. Comincia a prendere vita quella folla di personaggi, spesso dolenti, che cercano di avere anch’essi una loro dignità di vita.

 

     Sul finire del 1893 sullo stradone che da Porto Empedocle sale verso Agrigento, conosce Maria Antonietta, anche lei di Agrigento, dove era nata nel 1872, figlia di Rosalia Rinaldi e di Calogero Portolano, socio del padre; è un incontro combinato dal padre stesso che spera in un matrimonio tra i due giovani perché in questo modo avrebbe potuto risolvere parecchi problemi economici riguardanti la cava di zolfo che in quegli anni, per una prolungata crisi nel settore, destava non poche preoccupazioni. Fra i due giovani nasce istintivamente un’intesa spontanea, un trepidante sentimento amoroso (Aguirre) che porta subito a un contratto di matrimonio. Luigi parte per Roma da dove scrive quasi quotidianamente lettere alla bella sposa (13 lettere in venti giorni), dai grandi occhi ardenti e un po’ corrucciati, una donna timida e un po’ chiusa, di buona famiglia, che aveva fatto, probabilmente, i suoi studi presso le suore di San Vincenzo dell’Educandato Schifano, dove il 2 luglio 1892 diventa «Figlia di Maria» ed educata da un padre geloso e possessivo, temuto per il suo carattere difficile e tenuto in gran considerazione dai suoi concittadini. Le lettere mettono al corrente la futura sposa sulla ricerca e sui preparativi della casa e “parlano” del suo trasporto passionale per l’arte, per la scrittura e per la letteratura. E naturalmente del suo amore per Antonietta, un amore che fa sparire anche i disturbi neurovegetativi che negli ultimi anni hanno afflitto Luigi.
     Il matrimonio viene celebrato ad Agrigento il 27 gennaio 1894; dopo una breve luna di miele trascorsa al Kaos e un altrettanto breve viaggio di nozze, i due sposi raggiungono a Roma la casa che Luigi aveva trovato e arredato in via Sistina all’angolo con via del Tritone; l’anno seguente nasce il primo figlio, Stefano, che segna l’inizio della vita familiare di Luigi e di un periodo felice e tranquillo della sua esistenza, mentre Antonietta cercava di far di tutto per essere “una moglie esemplare”.  Nel 1896 i due sposi cambiano casa e vanno a vivere in via Vittoria Colonna, nel palazzo Odescalchi, che sarà tanto carico di vicende nella storia della vita di Pirandello, dove nasce la secondogenita, Lietta, nel giugno del 1897. Sono anni sereni, allietati dalla buona salute e da due figli che crescono bene senza causare problemi e da una certa tranquillità economica, aiutati anche dalla presenza assidua e amichevole del dottor Capparoni, il medico di famiglia, che sapeva dare all’occorrenza un consiglio buono a tutti, ad Antonietta su come rinforzare i capelli indeboliti dalle maternità, a Luigi per i suoi disturbi neurovegetativi e a tutti e due su come allevare e curare i disturbi dei bambini. Ma la vita a Roma, lontano da ogni presenza familiare, con il peso del ménage familiare sulle sue spalle, senza consigli, non doveva essere comunque tanto facile per la giovane Antonietta, che col matrimonio si sente gravare addosso il peso della famiglia senza nessuno vicino che le possa dare un consiglio. Sta di fatto che di tanto in tanto comincia a manifestare sintomi di insofferenza e momenti di nervosismo non sempre ben celati, soprattutto quando nel suo appartamento restava sola con i bambini mentre il marito era via, in casa degli amici Màntica o Ugo Fleres o al caffè “Aragno” di via Veneto.
     In questi anni si avvia intanto anche la “carriera” di scrittore di Pirandello: nel 1896 completa il romanzo Il turno, che verrà pubblicato a Catania nel 1902 dall’editore Niccolò Giannotta: il romanzo rappresenta il predominio del caso sulle vicende umane, un caso, o destino che dir si vuole, che rende imprevedibile ogni avvenimento anche, anzi soprattutto, quando gli uomini credono fermamente di poter dominare, o perlomeno guidare, il corso dei fatti. Alla fine del 1897, insieme con alcuni amici, fonda la rivista settimanale “Ariel”, che avrà vita breve (25 numeri fino al 5 giugno 1898), sul quale pubblica l’atto unico L’epilogo, che verrà poi intitolato La morsa, e alcune novelle (La scelta, Se..., ecc.); nella primavera è chiamato ad occupare la cattedra di Linguistica e Stilistica all’Istituto Superiore Femminile di Magistero, in sostituzione dell’amico Giuseppe Màntica: all’insegnamento dedicherà parte delle sue energie, anche se sente che non è un lavoro che fa per lui, perché andava contro la sua natura di artista e di creatore ben più forte di quella di colui che deve spiegare agli alunni e far capire quell’arte e quelle creazioni.

     Sono anni importanti, in cui la fama di scrittore di Pirandello si diffonde con la pubblicazione in appendice su giornali e riviste di molte novelle; e sono anche gli anni di fine secolo, attraversati da tensioni sociali e morali spesso gravi che segnano il trapasso ad un secolo che sarà funestato da due guerre sanguinose che coinvolgeranno tutti i continenti.
     L’ultimo decennio dell’Ottocento è stato particolarmente travagliato per l’Italia. Semplificando: abbiamo da un lato le forze popolari che cercano con la lotta sindacale e politica di ottenere nuove e migliori condizioni di vita sul piano economico-sociale-giuridico e dall’altro le forze conservatrici legate al latifondismo agrario e alla nobiltà fondiaria e a una parte dell’imprenditoria e del sistema bancario, che cercano non solo di mantenere le condizioni così come erano, ma addirittura di rafforzare i propri privilegi favorendo la piena attuazione dello Statuto albertino che prevedeva che il Governo rispondesse del suo operato esclusivamente di fronte al Re e non anche di fronte al Parlamento.
     Nel 1893 la Sicilia diventa teatro delle agitazioni promosse dai Fasci dei lavoratori, associazioni di artigiani e operai, solfatari e contadini, che si erano diffusi sia nei paesi che nelle campagne, dando voce alla protesta contro le tasse troppo esose e il malgoverno locale; in particolare, i contadini rivendicavano una revisione dei patti agrari e l’assegnazione di terre da coltivare. Nello stesso anno scoppia a Roma lo scandalo della Banca Romana; su denuncia del deputato radicale Napoleone Colajanni prende avvio un’inchiesta parlamentare che metterà in luce gli intrallazzi, esistenti sin dal 1889, tra il mondo politico e giornalistico e quello degli speculatori immobiliari e bancari. Giolitti, salito al Governo nel 1891, nonostante le pressioni dei conservatori, non aveva voluto prendere una dura posizione nei confronti dei Fasci, anche perché pensava che il Governo non necessariamente si doveva schierare coi ceti privilegiati contro le rivendicazioni dei lavoratori e dei contadini; anzi, era convinto che si dovesse consentire il libero gioco delle forze economiche e perciò anche le lotte sindacali, limitandosi a garantire l’ordine pubblico e a reprimere gli eccessi e le violenze da qualunque parte essi provenissero. Il suo atteggiamento era determinato dall’esigenza di allargare le basi del consenso del Governo, e quindi dello Stato, abbandonando la concezione strettamente elitaria della vita politica ed economica: aveva capito che l’ascesa delle forze proletarie e popolari era un fenomeno ormai inarrestabile col quale i governi di qualsiasi nazione avrebbero prima o poi fatto i conti, come ebbe ad affermare nel 1901 alla Camera: “nessuno si può illudere che le classi popolari conquistino la loro parte di influenza economica e di influenza politica”, e si augurava che le classi emergenti restassero nell’ambito della costituzionalità.
     Il pretesto del dissesto della Banca Romana costringe Giolitti a dimettersi, mentre si preannunciava un successo della linea delle classi privilegiate: gli succede proprio Crispi, che nello scandalo della Banca Romana era ben più gravemente responsabile, ma che, presentandosi come «uomo forte», rassicurava circa il ristabilimento dell’ordine nel paese e il contenimento del movimento operaio. Crispi comincia col reprimere duramente le agitazioni in Sicilia, proclamandone lo stato d’assedio e inviando un contingente militare di 50.000 uomini; per ridare una certa credibilità al mondo finanziario italiano, procede alla fusione di alcune banche e fonda, con compiti di sorveglianza e supporto, la Banca d’Italia. Trionfa così la linea dura che verrà portata avanti dai suoi successori, fino ai famigerati fatti di Milano, quando (1898) il generale Bava Beccaris fa sparare sulla folla inerme anche coi cannoni provocando centinaia di morti, anche se le stime ufficiali si fermeranno a 80 morti e 450 feriti. Con la salita al potere di Zanardelli nel 1901 (con Giolitti ministro dell’Interno) si apre nella vita politica italiana un nuovo scenario.

     Pirandello risente a livello personale di questi avvenimenti, vivendoli in prima persona, perché conosceva direttamente molti appartenenti al movimento dei Fasci (lo stesso zio Rocco viene coinvolto nello scandalo bancario): sono avvenimenti che faranno da sfondo al romanzo I vecchi e i giovani.
     A Palazzo Odescalchi, in via Vittoria Colonna il 12 giugno 1897 gli nasce Rosalia (Lietta) e nel 1899 l’ultimo figlio, Fausto. Pur in un clima di sostanziale incomprensione di Antonietta per la “carriera” artistica del marito, la vita familiare è serena, come attestano le lettere che i due coniugi indirizzano a Lina e al marito Calogero; diventa più intensa la collaborazione a riviste e giornali, come La Critica; la Tavola rotonda, su cui pubblica nel 1895 la prima parte dei Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me e il Marzocco, sul quale escono nel 1900 alcune celebri novelle (Lumie di Sicilia, La paura del sonno). Nel 1901 pubblica la raccolta di poesie Zampogna e a puntate, come abbiamo visto, il romanzo L’esclusa su La Tribuna; l’anno successivo raccoglie in volume alcune novelle che erano già uscite su riviste e giornali e le pubblica col titolo Beffe della morte e della vita (una seconda serie uscirà l’anno seguente) e pubblica il secondo romanzo, Il Turno, dedicato alla moglie Antonietta (la dedica: Buona siesta, Nietta mia).

     Nel 1903, anno particolarmente difficile e doloroso, arriva dalla Sicilia la tragica notizia dell’allagamento della zolfara di Aragona, nella quale i Pirandello avevano investito i loro averi, compresi quelli della dote della moglie di Luigi. L’improvvisa perdita della rendita di cui godono, getta la famiglia in una situazione di preoccupazioni e difficoltà economiche molto gravi, che si riflettono sull’andamento sereno della famiglia e aggravano quei disturbi nervosi finora abbastanza latenti di Antonietta e che si erano manifestati già alla nascita di Fausto: la lettura della lettera giunta ad annunciare la catastrofe la lascia senza parole e sembra che ne abbia provocato addirittura la paralisi delle gambe, per cui è costretta per circa sei mesi a letto, segnata da una forma di paranoia con manifestazioni pericolose per sè e per gli altri. Antonietta subisce dunque un colpo psicologico tale che il suo equilibrio ne rimane profondamente e irrimediabilmente scosso: il pensiero di tre figli piccoli da mantenere e le abitudini dell’agiatezza passata difficili da dimenticare generano nella donna quelle fissazioni che diventeranno sempre più angosciose col passare degli anni e che si riverseranno contro il marito in una forma morbosa di gelosia fino alla alterazione della salute mentale e psichica.
     Il dissesto economico costringe Pirandello, dopo un pensiero al suicidio, a riconsiderare su una base diversa il suo approccio con la letteratura, prima tanto disinteressato: ora, in qualunque modo, deve diventare fonte di introiti economici per sostentare la famiglia, visto che il magro stipendio di insegnante non poteva certo bastare al fabbisogno dei familiari e al mantenimento del suo decoro, offrendosi tra l’altro per la sua competenza nella lingua tedesca anche di dare lezioni private. In una lettera all’amico Angiolo Orvieto, che era stato direttore del «Marzocco», riassume bene la nuova situazione:


     «Avevo la novellina, intitolata La buon’anima, e invece che al “Marzocco”, l’ho mandata alla “Riviera ligure”.  E sai perché? È triste, molto triste, questo perché; ma, anche a costo d’affliggerti, sarà meglio che te lo dica, per togliere ogni ombra fra noi. Io purtroppo, caro Angiolo, non solo non voglio riposarmi, ma non posso, non posso più. Sappi che da circa un anno le condizioni finanziarie della mia famiglia, per una improvvisa sciagura, non sono più quelle di prima. Una grande zolfara, che dava a mio padre e a tutti noi l’agiatezza, s’è allagata, e l’allagamento ha prodotto danni per più di quattrocento mila lire. La sciagura non è del tutto irrimediabile. Mio padre ha già speso in un anno circa duecento mila lire per la costruzione d’un acquedotto e d’un piano inclinato. Ora la zolfara comincia a votarsi ma ci vorrà per lo meno un altr’anno, prima che si riprenda l’estrazione del minerale. Intanto io son rimasto... con tre figliuoli e la moglie... immagina tu in quale stato! Il misero stipendio di professore straordinario all’Istituto Superiore mi basta appena per pagar la pigione di casa. Bisogna che m’ajuti con le mani e coi piedi, per guadagnare, scrivendo. È una terribile prova, amico mio! inattesa!
     Tu sai che da parecchi anni presto al “Marzocco” gratuitamente la mia collaborazione. Figurati con che cuore vorrei seguitare a mandar di tanto in tanto qualche novella. Ma... te l’ho detto, ne avevo una e per venticinque lire l’ho mandata a un altro giornale!».
 

     Sette o otto anni di collaborazione non pagata. Angiolo fa avere all’amico 100 lire che Pirandello, riconoscente, accetta. E da quel momento la sua collaborazione verrà retribuita: 25 lire, poi 30 lire ogni novella (in quegli anni Capuana ne riceveva, dalla «Riviera ligure», 50, il doppio di Pirandello). Intanto Giovanni Cena lo impegna, dietro il pagamento di un anticipo di 1000 lire a scrivere un romanzo che avrebbe dovuto uscire a puntate sulla «Nuova Antologia»: Pirandello accetta, pur non avendo ancora nessuna idea. La proposta dell’amico Cena era un modo come un altro per aiutare l’amico in difficoltà? Sta di fatto che, in questa triste situazione, vegliando la moglie malata, nasce un romanzo che contiene numerosi spunti autobiografici sparsi sia nelle vicende che nella caratterizzazione dei personaggi, Il fu Mattia Pascal, che viene pubblicato nei fascicoli di aprile, maggio e giugno del 1904 e poi in volume: è il suo primo vero successo non solo in Italia ma anche all’estero, caso singolare per un autore italiano.

Nel 1910 con poche varianti viene pubblicato in una seconda edizione nella collana “Biblioteca amena” da Treves e nel 1918 in una terza edizione con numerose varianti; nel 1921 abbiamo l’edizione praticamente definitiva con la casa editrice Bemporad di Firenze (dopo aver lasciato la Treves): è in questa quarta edizione, che lo leggiamo oggi, arricchita da qualche variante e soprattutto dall’appendice Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, che accompagnerà sempre le successive edizioni.
     Già contestualmente alla pubblicazione sulla rivista il romanzo viene tradotto in francese (ma vicende editoriali ne ritarderanno la pubblicazione al 1910) e appena concluso viene tradotto in tedesco (uscirà prima in Austria nel 1905); nel 1923 verrà tradotto in inglese e pubblicato contemporaneamente sia a Londra che a New York. Il grande successo (quattro edizioni e numerose ristampe in pochi anni) gli permette di entrare a far parte della più importante casa editrice del tempo, quella dei fratelli Treves, dal 1906.
     Il romanzo si impone alla critica e all’attenzione dei lettori per il suo taglio antinaturalistico e segna la svolta definitiva della sua esistenza di scrittore, se così possiamo dire, nel senso che da questo momento in poi l’obiettivo vero della sua vita diventa l’arte: di ben pochi scrittori possiamo annotare una così completa dedizione all’arte della rappresentazione letteraria, sia essa narrativa o teatro poco importa: anzi, narrativa e teatro risulteranno intimamente legati tanto che possiamo parlare tranquillamente di una rappresentazione teatrale dei personaggi delle novelle e dei romanzi, a cominciare appunto da quel Marcantonio Ravì protagonista de Il turno che rappresenta la sua parte davanti al paese intero, che diventa il grande palcoscenico della vicenda e che a noi ricorda tanto come prosecuzione della vicenda il dramma Pensaci, Giacomino!.
     Sono anni di intenso e quotidiano lavoro: nel 1908 pubblica un volume di saggi dal titolo Arte e scienza e l’importantissimo saggio L’umorismo, che contiene una forte vena polemica con parte della cultura ufficiale, e soprattutto con Benedetto Croce col quale si innesta una diatriba che sarà lunga e spesso anche velenosa; l’anno seguente viene pubblicato a puntate la prima parte del romanzo I vecchi e i giovani, che riportando gli avvenimenti del 1893-1894 ripercorre la storia del fallimento e della repressione dei Fasci siciliani. Nel romanzo sono adombrate le figure del padre Stefano (Stefano Auriti) e della madre Caterina (Caterina Laurentano), come lo scrittore stesso scriverà ai genitori.

     Intanto cominciano ad aggravarsi le condizioni di Antonietta e a nulla vale l’amore dei tre figli e del marito e le premure da cui è circondata; lo stesso Pirandello entra in conflitto sia col padre (per la questione della dote della moglie), sia col suocero Calogero Portolano. Sempre più spesso la moglie chiederà di vivere per periodi di anno in anno più lunghi, lontano dal marito e fra i luoghi della sua giovinezza, a Girgenti, che diventa il suo rifugio ma non il toccasana al suo male; per questi soggiorni viene preso in affitto il villino Catalisano, nuovo, che davanti presenta uno scenario dolce, la campagna e in lontananza il mare. Sul finire del 1911 sarà addirittura lui a dover lasciare la casa maritale di Roma prendendo in affitto due stanzette ammobiliate: è un momento di profondo sconforto che troviamo puntualmente nelle sue lettere alla sorella Lina. Li divide soprattutto l’incomunicabilità, il muro invalicabile che Antonietta erigerà tra sè e il marito, un po’ per trauma mentale e molto per assoluta diversità di idee e di istinti nei riguardi del coniuge, visto come il titolare di una cultura che sradica (Claudio Toscani: Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, a cura di Claudio Toscani, A. Mondadori, Milano 1991, p. XIII). Unico conforto è l’arte, nella quale riesce a sublimare la triste tragedia quotidiana.
     Nel 1908 pubblica Arte e scienza e L’umorismo, saggi critici che rappresentano la sistematizzazione della sua teorizzazione artistica, l’angolo di visuale della sua visione della realtà, del suo sentimento della realtà e dell’esistenza umana. Al centro abbiamo sicuramente l’umorismo, ed è un umorismo che non esiste in natura o nei fatti, come il comico o il tragico, ma nell’uomo e nella sua riflessione sui fatti e sui personaggi, sulla realtà e sugli ideali, sui grandi valori e sulle piccole miserie quotidiane. I due volumi, insieme a quelli già pubblicati di novelle, romanzi e poesie, serviranno per la nomina a professore ordinario, che avviene con un decreto del 28 novembre 1908 col quale gli viene affidata ufficialmente la cattedra di “Lingua italiana, stilistica e precettistica e studio dei classici, compresi i greci e latini nelle migliori versioni” nel primo biennio dell’Istituto Superiore di Magistero di Roma; ed è una nomina che risolve in parte i suoi problemi economici. Pur pesandogli molto, come abbiamo visto, la professione di insegnante, anche se a quanto pare ebbe notevole successo presso gli allievi per il senso del dovere e per il modo stesso con cui affrontava la storia letteraria e l’analisi dei testi classici, Pirandello abbandonerà la cattedra solo nel 1922.
     Nel maggio 1909 muore Calogero Portolano: la morte del padre rende Antonietta più fragile ed esposta agli attacchi del male di cui Luigi è cosciente con la ragione ma che non accetta col sentimento; Antonietta trascorre quasi tutto l’anno a Girgenti, nella pace delle sue terre, e per consiglio dei medici, anche nella speranza che il male si attenui e le dia periodi sempre più lunghi di riposo e di serenità, continuerà ad andarvi fino al 1916. Luigi le sta vicino il più possibile; diventano importanti le villeggiature, che avvengono in luoghi non molto lontani da Roma e di cui restano testimonianze nei piccoli quadri a olio dipinti dallo scrittore stesso: è la sua visione della realtà e della natura e dei paesaggi, di San Marcello Pistoiese, della Versilia, di Viareggio, di Anticoli Corrado (che si trova dopo Tivoli, a un centinaio di chilometri da Roma, su una collina che domina la valle dell’Aniene), di Soriano nel Cimino, a una quindicina di chilometri da Viterbo (di cui era originario il mai dimenticato professor Monaci): un accomodamento semplice: un appartamento in affitto e i pasti in trattoria, insieme ai ritratti di Antonietta, dei figli e di Emilia Frateili.
     In ottobre comincia la sua collaborazione al «Corriere della Sera» con la pubblicazione della novella Il mondo di carta, una collaborazione che durerà per tutta la vita; l’ultima novella, infatti, Effetti d’un sogno interrotto, verrà pubblicata il giorno prima della sua morte. Fra le prime novelle troviamo La giara e, nel 1910, Non è una cosa seria e Pensaci, Giacomino!.
     Nell’autunno-inverno del 1910 Pirandello è solo a Roma col figlio Stefano, che studia al Convitto Nazionale, quasi in campagna, tra gli effluvi di luppolo della Birra Peroni e l’alto comignolo della fabbrica dei biscotti Gentilini. Quando Antonietta ritorna la famiglia andrà ad abitare in via Mario Pagano, vicinissimo alla sede del Magistero. Era un appartamento bellissimo, molto più bello di quelli che avevano abitato fino ad allora. Era stata la morte di Calogero a consentire una maggiore agiatezza? Pirandello aveva lo studio, due ampie finestre, su via Carducci. Dirimpetto era in costruzione un palazzo (gemello a quello che loro abitavano?): qui, e non a via Bosio come altri ha detto, era il grande divertimento e la costernazione dei muratori nel vedere Pirandello, seduto alla scrivania, gestire e parlare da solo mentre scriveva. (Maria Luisa Aguirre d’Amico, Album Pirandello, pag. 116). Pirandello fa vita molto ritirata, non esce che qualche volta la sera, per fare un po’ di moto, incontrando qualche amico, come scrive in una lettera lettera autobiografica.
     Proprio il 1910, il nove dicembre, segna l’ingresso ufficiale di Pirandello nel teatro, non più come spettatore, ma come autore: al Teatro Metastasio di Roma la Compagnia del «Teatro minimo», diretta dall’amico Nino Martoglio, attore e regista suo conterraneo, mette in scena due atti unici, La morsa (che è un rifacimento de L’epilogo pubblicato su «Ariel» nel 1898 e Lumìe di Sicilia ricavato forse proprio in quell’autunno dalla novella pubblicata sul Marzocco nel 1900. Numerose sono le repliche: La morsa piace di più al pubblico, Lumìe di Sicilia alla critica. Nel frattempo continua a scrivere e pubblicare novelle, che assumeranno il titolo generale di Novelle per un anno.
     L’anno dopo, contestualmente alla pubblicazione di straordinarie novelle, come La patente e La tragedia di un personaggio, presso l’editore Quattrini di Firenze esce Suo marito, (che il Treves non poté pubblicare per sue ragioni particolari, e ne fu dolentissimo, scrive nella Lettera autobiografica), romanzo pieno di spunti che saranno sviluppati nel teatro. Nel 1913, il 20 giugno, abbiamo la seconda presenza di una sua opera in teatro: nella Sala Umberto I di Roma la Compagnia del «Teatro per tutti» diretta da Lucio d’Ambra e Achille Vitti (che erano stati i soci presentatori per la sua iscrizione alla Società Italiana degli Autori avvenuta il primo gennaio 1911) rappresenta Il dovere del medico.
     Fino al 1915 gli anni passano lenti e dolorosi per il continuo aggravarsi della malattia della moglie. Il lavoro che lo assorbe maggiormente è quello di prosatore: Pubblica proprio in questo ultimo anno, da giugno ad agosto, il romanzo Si gira... sulla Nuova Antologia, che uscirà in volume nel 1916 e ristampato infine nel 1925 col titolo attuale di I quaderni di Serafino Gubbio operatore.


     “Si gira” era il nomignolo affibbiato a Serafino Gubbio di professione operatore di una casa produttrice di pellicole cinematografiche. Il romanzo è il diario di quest’operatore, non solo delle finzioni della scena, ma anche della vera vita che gli attori vivono. E nel romanzo c’è un personaggio, Cavalena, che ha una graziosa figlia, Luisetta, e una moglie irragionevolmente gelosa... (È Lietta stessa ad autorizzare questo accostamento autobiografico. In una lettera a Gaspare Giudice del 3 giugno 1961, Lietta scriveva con la consueta aderenza espressiva: «È ormai noto che Pirandello è autobiografico in tanti suoi scritti e non è difficile trovare in essi le dolorose vicende della nostra vita familiare. Non è quindi lontano dal vero il Suo sospetto su “l’ansioso tenero rapporto affettivo” del povero Cavalena con la Luisetta dei Quaderni di Serafino Gubbio. Sono nei miei ricordi più accorati quei balconcini di casa nostra, aperti all’ampia valle dei Templi a Girgenti, o sui giardini di Roma, sotto i cieli stellati della Sicilia o di questa città - e m’avviene ancora qualche volta, nell’alzare gli occhi la sera a ricercare le Pleiadi, di rivedere la sua mano che le addita e di riudire la sua voce che m’“arriva come da lontano”, soffusa d’un accoramento infinito.»)
 

     Da via Mario Pagano, in quegli anni, Pirandello è andato ad abitare in via Alessandro Torlonia (oggi via Antonio Bosio), nei pressi di uno stabilimento cinematografico, che qualche volta si è recato a visitare, introdotto dall’amico Lucio d’Ambra e accompagnato da Lietta. Lì ha visto “girare” qualche scena cinematografica, la rappresentazione dell’anima umana secondo la nuova arte.
     Il 1915 è uno degli anni più tristi per Pirandello e chiude un periodo della sua vita in cui afferra per intero il significato del sentimento del dolore. Due soprattutto gli avvenimenti che lo hanno caratterizzato:

  •   il 24 maggio l’Italia entra in guerra e il figlio Stefano, pieno di ideali e tenace interventista parte volontario ma ben presto (il 2 novembre) viene fatto prigioniero e rinchiuso prima nel campo di raccolta di Mauthausen poi (dopo Caporetto) in quello di Plan in Boemia: una prigionia durata praticamente tre anni (fino al novembre 1918), durante i quali c’è un intenso scambio epistolare tra padre e figlio importante sia per i temi trattati che per i sentimenti quotidiani che ci possono gettare un fascio di luce discreto e illuminante non solo per quanto riguarda l’artista Pirandello e i primi anni del suo teatro, ma anche per l’uomo;

  •      la morte della madre, avvenuta in settembre, una presenza sempre viva nella sua mente anche quando era lontano e la consapevolezza di essere sempre vivo in lei e nel suo pensiero, una presenza forte per per il suo carattere, quasi un riparo per resistere meglio agli attacchi traditori dell’esistenza, lei che sapeva così bene usare la prudenza, che le consigliava di evitare in ogni occasione di prendere di petto le situazioni e di prendere decisioni definitive, e la prudenza non può essere unita che agli affetti più profondi. All’arte è affidato il ricordo più intimo, ben rappresentato nell’epilogo del film Kaos dei fratelli Taviani:

      E m’è avvenuto, accostandomi per la prima volta all’angolo della stanza ove già le ombre cominciano a vivere, di trovarvene una che non m’aspettavo, ombra solo da jeri.


- Ma come, Mamma? Tu qui?


     È seduta, piccola, sul seggiolone, non di qui, non di questa mia stanza, ma ancora su quello della casa lontana, ove pure gli altri ora non la vedono più seduta e donde neppur lei ora, qui, si vede attorno le cose che ha lasciato per sempre, la luce d’un sole caldo, luce sonora e fragrante di mare, e di qua la vetrina che luccica di ricca suppellettile da tavola, di là il balcone che dà su la via larga del grosso borgo marino, per dove passa monotona tutti i giorni, stridente di carri, la solita vita, di traffico per gli altri, di tedio per lei; né più si vede davanti i cari nipotini dai dolci occhi intenti ai suoi racconti, e quegli altri due che più, certo, le è doluto di lasciare: il vecchio compagno della sua vita, la figliuola più amata, quella che fino all’ultimo la circondò di vigile adorazione.


     Curva, tutta ripiegata su se stessa per schermire gli spasimi interni, con le pugna sui ginocchi e su le pugna la fronte, sta qua, su quel suo seggiolone che le ricorda tutte le cure della casa e il tormento dei lunghi pensieri nell’ozio forzato, i viaggi dell’anima tra le memorie lontane e il lungo soffrire e anche, sì, le sue ultime gioje di nonna.


     Alla mia domanda: «Ma come, Mamma? Tu qui?» alza la fronte dai ginocchi e mi guarda con quegli occhi che hanno ancora la luce dei venti anni ma in un bianco volto molle e smunto dal male e dall’età; mi guarda e m’accenna di si, che è voluta venire per dirmi quello che non poté per la mia lontananza, prima di staccarsi dalla vita.


     «D’esser forte, Mamma, mi dici, in questo momento di prova suprema per tutti? Forse sì... ma tu, Mamma? Proprio in questo momento lasciarmi, partirti da quel tuo cantuccio laggiù, ove io venivo col pensiero a trovarti ogni giorno, quando più cupa e fredda mi doleva la vita, per rischiararmi e riscaldarmi al lume e al calore dell’amor tuo, che mi rifaceva ogni volta bambino...».


     Solleva con pena le palpebre e atteggia il volto a un sorriso di pena, tenendosi sul grembo le povere piccole mani che tanto hanno lavorato; quasi per nascondere il male, ov’esso gliele ha più torturate e offese. E non quelle mani soltanto si tiene così, ma dentro così anche l’anima, per nascondere dove più le vicende della vita gliel’hanno offesa, ove più qualche parola degli altri gliela toccano al vivo, e per non dire, attraverso quel sorriso di pena, se non ciò che conviene, non tanto per sé quanto per gli altri. (Da Colloquii coi personaggi - II, pubblicato sul Giornale di Sicilia, 11-12 settembre 1915)
 

     È del 1915 il fidanzamento di Lietta con il capitano Marino Valletti, che però lascia scarse tracce nella vita della ragazza che forse si abbandona a questa esperienza soprattutto per sfuggire al peso di una vita in famiglia divenuto ormai insostenibile; viene fissato perfino il matrimonio ad una data da stabilire dell’anno successivo prima che il giovane parta per due anni per Torino per seguire la scuola militare di guerra. Ma il 1916 non porta il matrimonio, che passa sotto silenzio, e i motivi non si conosceranno mai, ma forse incidono il carattere così diverso dei due giovani e la dolorosa malattia di Antonietta.

 

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III. la maturità e il teatro

 

     Le condizioni di salute della moglie diventano molto difficili; dal 1916 non tornerà più nemmeno a Girgenti e Lietta diventa il bersaglio del suo male. Lietta è remissiva, è rassegnata (la sua abnegazione pare quasi incomprensibile in una ragazza della sua età), ma a un certo punto compie un gesto inaspettato che rivela al padre la sua disperazione: tenta il suicidio (Aguirre), ma il colpo di rivoltella non parte, perché la capsula non è esplosa. Presto ritorna una parvenza di serenità, Lietta riacquista una certa forza d’animo che le consente di affrontare i duri momenti degli accessi della malattia: c’è da pensare a Stefano, prigioniero al fronte, a reperire e confezionare pacchi con indumenti, vettovaglie e sigarette.

     Pirandello continua a lavorare molto, e soprattutto comincia a dare largo spazio al teatro, più che alla narrativa, anche se il tempo è abbastanza scarso visto quanto ne occorre per il suo lavoro di insegnante. Dopo la recita di Se non così (La ragione degli altri) il 19 aprile 1915 al Teatro Manzoni di Milano con la Compagnia Stabile Milanese diretta da Marco Praga, con scarso successo e una sola replica, nel 1916 comincia la vera stagione teatrale pirandelliana che si sviluppa nei primi anni con questo quadro:

 

Il teatro pirandelliano nell’ordine cronologico delle prime rappresentazioni italiane

Nr.

TITOLO

FONTE

STESURA

PRIMA RAPPRESENTAZIONE

1910
1
La morsa (epilogo in un atto)
titolo originario: L’epilogo
("scene drammatiche”)
nel 1897 uscirà una novella dal titolo “la paura” sullo stesso soggetto
novembre
1892
9 dicembre - Roma,
Teatro Metastasio,
Compagnia del «Teatro minimo»
diretta da Nino Martoglio
2
Lumie di Sicilia
Lumie di Sicilia
novella del 1900
1910?
9 dicembre - Roma,
Teatro Metastasio,
Compagnia del «Teatro minimo»
diretta da Nino Martoglio
1913
3
Il dovere del medico
«Il gancio» 1902, poi intitolato
«Il dovere del medico»
1911
20 giugno - Roma,Sala Umberto I
Compagnia del «Teatro per tutti»
diretta da Lucio d’Ambra e Achille Vitti
1915
4
Se non così
(La ragione degli altri)
«00Il nido 1895
fine 1895
19 aprile - Milano, Teatro Manzoni
Compagnia stabile milanese
diretta da Marco Praga (prim’attrice Irma Gramatica)
5
Cecè
-------
luglio
1913
14 dicembre - Roma, Teatro Orfeo
Compagnia del «Teatro a sezioni»
di Ignazio Mascalchi e Arturo Falconi
1916
6
Pensaci, Giacomino!
in dialetto siciliano
Pensaci, Giacomino! (1910)
febbraio
marzo
1916
10 luglio - Roma, Teatro Nazionale,
Compagnia di Angelo Musco
7
Liolà
in dialetto agrigentino
cap. IV  Il fu Mattia Pascal (1904)
La mosca (1904)
agosto
settembre
1916
4 novembre - Roma, Teatro Argentina
Compagnia di Angelo Musco, in dialetto siciliano
1917
8
Così è (se vi pare)
La signora Frola e il signor Ponza suo genero (1917)
marzo
aprile
1917
18 giugno - Milano, Teatro Olimpia
Compagnia di Virgilio Talli
con la Melato e Betrone
9
Il berretto a sonagli
La verità 1912
Certi obblighi (1912)
agosto
1916
27 giugno - Roma, Teatro Nazionale
Compagnia di Angelo Musco
in dialetto siciliano col titolo ’A birritta cu’ i cincianeddi
Prima rappresentazione in italiano:
15 dic. 1923, Teatro Morgana di Roma
Compagnia di Gastone Monaldi
10
La giara
’A giarra in agrigentino
La giara (1909)
ottobre?
1916
9 luglio - Roma, Teatro Nazionale
Compagnia di Angelo Musco
in dialetto siciliano col titolo ’A giarra
11
Il piacere dell’onestà
Tirocinio (1905)
aprile
maggio
1917
27 novembre - Torino, Teatro Carignano, Compagnia di Ruggero Ruggeri
1918
12
Ma non è una cosa seria
commedia in tre atti
La signora Speranza (1902)
Non è una cosa seria (1910)
agosto?
1917
febbraio
1918
22 novembre - Livorno, Teatro Rossini
Compagnia di Emma Gramatica
con la Gramatica nella parte di Gasparina
Camillo Pilotto in quella di Memmo Speranza
e Aristide Arista in quella di Barranco
13
Il giuoco delle parti
Quando s’è capito il giuoco (1913)
luglio
settembre
1918
2 maggio Milano, Teatro Olimpia
Compagnia Antonio Gandusio
1919
14
L’innesto
commedia in tre atti
 
-------
settembre
ottobre
1917
29 gennaio - Milano, Teatro Manzoni
Compagnia di Virginio Talli
15
La patente
prima in siciliano
poi in italiano
La patente (1911)
dicembre
1917?
 
in italiano
dicembre
1917
gennaio
1918
19 febbraio - Roma, Teatro Argentina
Compagnia del «Teatro Mediterraneo»
diretta da Nino Martoglio
in dialetto siciliano col titolo ’A patenti
- Torino 23 marzo 1918 al Teatro Alfieri
Compagnia di Angelo Musco
16
L’uomo, la bestia e la virtù
Richiamo all’obbligo (1906)
gennaio
febbraio
1919
2 maggio Milano, Teatro Olimpia
Compagnia Antonio Gandusio
1920
17
Tutto per bene
Tutto per bene (1906)
1918
1920
29 gennaio - Milano, Teatro Manzoni
Compagnia di Virginio Talli
18
Come prima, meglio di prima
La veglia 1904
ottobre?1919
19 febbraio - Roma, Teatro Argentina
Compagnia del «Teatro Mediterraneo»
diretta da Nino Martoglio
in dialetto siciliano col titolo ’A patenti
Torino 23 marzo 1918 al Teatro Alfieri
Compagnia di Angelo Musco
19
La Signora Morli, uno e due
Stefano Giogli uno e due (1909)
La morta e la viva (1910)
 
estate
autunno?
1920
12 novembre - Roma, Teatro Argentina
Compagnia di Emma Gramatica
1921
20
Sei personaggi in cerca d’autore
commedia da fare
Personaggi (1906)
La tragedia di un personaggio (1911)
Colloqui coi personaggi (1915)
ottobre
1920
gennaio
1921
10 maggio Roma, Teatro Valle
Compagnia Dario Niccodemi
interpreti Vera Vergani e Luigi Almirante
1922
21
Enrico IV
-------
settembre
novembre
1921
24 febbraio - Milano, Teatro Manzoni
Compagnia Ruggero Ruggeri
22
All’uscita
mistero profano
-------
aprile
1916
29 settembre - Roma, Teatro Argentina
Compagnia Lamberto Picasso
23
L’imbecille
L’imbecille (1912)
?
10 ottobre - Roma, Teatro Quirino
Compagnia Alfredo Sainati
24
Vestire gli ignudi
-------
aprile
maggio
1922
14 novembre - Roma, Teatro Quirino
Compagnia Maria Melato e Annibale Betrone
1923
25
L’uomo dal fiore in bocca
Caffè notturno (1918)
poi intitolato
La morte addosso (1923)
?
21 febbraio - Roma, Teatro degli Indipendenti
Compagnia degli «Indipendenti»
diretta da Anton Giulio Bragaglia
26
La vita che ti diedi
La camera in attesa - (1916)
I pensionati della memoria (1914)
gennaio
febbraio
1923
12 ottobre - Roma, Teatro Quirino
Compagnia Alda Borelli
27
L’altro figlio
L’altro figlio (1905)
?
23 novembre - Roma, Teatro Nazionale
Compagnia Raffaello e Garibalda Niccòli
in vernacolo toscano
riduzione di Ferdinando Paolieri
1924
28
Ciascuno a suo modo
da un episodio
del romanzo Si gira...
aprile
maggio?
1923
22 maggio - Milano, Teatro dei Filodrammatici
Compagnia Niccodemi
interpreti Vera Vergani e Luigi Cimara
1925
---
La giara
La giara
trad.
1925
Roma, 30 marzo 1925
29
Sagra del Signore della nave
Il Signore della Nave (1916)
est
1924
4 aprile - Roma, Teatro Odescalchi
Compagnia del «Teatro d’Arte»
direzione Luigi Pirandello
1927
30
Diana e la Tuda
La trappola
«Corriere della Sera»,
22 maggio 1912
ottobre
1925
agosto
1926
11 gennaio - Milano, Teatro Eden
Compagnia Pirandello
prima attrice Marta Abba
già rappresentata nel ’26 in prima assoluta a Zurigo
31
L’amica delle mogli
L’amica delle mogli ( 1894)
agosto
1926
28 aprile - Roma, Teatro Argentina
Compagnia Pirandello
prima attrice Marta Abba
32
Bellavita
L’ombra del rimorso (1914)
1926 prima del  17 ottobre
27 maggio - Milano, Teatro Eden
Compagnia Almirante-Rossone-Tofano
1928
33
Scamandro
-------
-------
19 febraio - Firenze, Teatro dell’Accademia dei Fidenti,
interpretazione del Gruppo Accademico
musica di scena di Fernando Liuzzi
34
La nuova colonia
trama nel romanzo
Suo marito
maggio
1926
giugno
1928
24 marzo - Roma, Teatro Argentina
Compagnia Pirandello
interpreti Marta Abba e Lamberto Picasso
1929
35
O di uno o di nessuno
O di uno o di nessuno
(1912 e 1925)
aprile
maggio
1929
4 novembre - Torino, Teatro di Torino
Compagnia Almirante-Rossone-Tofano
36
Lazzaro
-------
febbraio
aprile?
1928
7 dicembre - Torino, Teatro di Torino
Compagnia Marta Abba
prima rappresentazione assoluta il 9 luglio 1929
al Royal Theater di Huddersfield
nella traduzione inglese di C.K. Scott Moncrieff
1930
37
Come tu mi vuoi
-------
?
18 febbraio - Milano, Teatro dei Filodrammatici
Compagnia Marta Abba
38
Questa sera si recita a soggetto
Leonora addio!
fine
1928
inizio
1929
14 aprile - Torino, Teatro di Torino
Compagnia appositamente costituita
diretta da Guido Salvini
prima rappresentazione assoluta a Koenisberg
il 25 gennaio 1930
tradotta in tedesco da Harry Kahn
col titolo Heute Abend wird aus dem Stegreif gespielt
1932
39
Trovarsi
-------
luglio
agosto
1932
4 novembre - Napoli, Teatro dei Fiorentini
Compagnia Marta Abba
1933
40
Quando si è qualcuno
-------
settembre
ottobre
1932
7 Novembre - San Remo, Teatro del Casino Municipale, Compagnia Marta Abba (prima rappresentazione assoluta al Teatro dell’Odéon di Buenos Aires il 20 settembre 1933 con traduzione in spagnolo di Homero Guglielmini col titolo Cuando se es alguien)
1934
42
Non si sa come
Nel gorgo (1913)
Cinci (1932)
La realtà del sogno (1914)
-------
24 marzo - Roma, Teatro Reale dell’Opera, musica di Gian Francesco Malipiero, interpreti Florica Cristoforeanu e Alessio De Paolis, direttore d’orchestra Gino Marinuzzi.
Prima rappresentazione solo testo (senza musica): 27 giugno 1949 a Bari al Teatro Piccinni «Piccolo Teatro della città di Bari»
1935
42
Non si sa come
Nel gorgo (1913)
Cinci (1932)
La realtà del sogno (1914)
-------
13 dicembre - Roma, Teatro Argentina, Compagnia Ruggero Ruggeri (fu rappresentata per la prima volta al Teatro Nazionale di Praga il 19 dicembre 1934 con traduzione cèca di Venceslao Jiřina
1936
43
Sogno (ma forse no)
-------
dicembre
1928
gennaio
1929
11 gennaio - Trasmissione radiofonica, Ente Italiano Audizioni Radiofoniche
- 10 dicembre 1937 - Genova, Giardino d’Italia, Filodrammatica del Gruppo Universitario di Genova (prima rappresentazione assoluta al Teatro Nacional di Lisboa il 22 settembre 1931, su traduzione portoghese di Caetano de Abreu Beirão col titolo Sonho (mas talvez não)
1937
44
I giganti della montagna
Lo stormo e l’Angelo Centuno(1910)
estate
1933
5 giugno - Firenze, Giardino di Boboli (Prato della Meridiana), Complesso artistico diretto da Renato Simoni (interpreti principali: Andreina Pagnani e Memo Benassi)

 

     Nel 1916 comincia quindi la grande stagione teatrale di Pirandello con Pensaci, Giacomino! e Liolà. Così scrive di Liolà al figlio Stefano: «È dopo Il fu Mattia Pascal la cosa mia a cui tengo di più: forse la più fresca a viva. Già sai che si chiama Liolà. L’ho scritta in 15 giorni, quest’estate; ed è stata la mia villeggiatura. Di fatti si svolge in campagna. Mi pare d’averti già detto che il protagonista è un contadino poeta, ebro di sole, e tutta la commedia è piena di canti e di sole. È così gioconda, che non pare opera mia
     Così ne scrive Gaspare Giudice nella sua biografia pubblicata dalla Utet:


     Liolà è l’unica invenzione di quei giorni, in cui l’autore tenti di evadere dalla presente disperazione. Scritta fra il pensiero continuo della prigionia del figlio, la follia della moglie e il pozzo profondo in cui dirà di avere immaginato Così è (se vi pare), rivela, ancor più di ogni altra opera e di ogni altra testimonianza, la possibilità che lo scrittore aveva di chiudersi ermeticamente in un suo mondo privato, di fantasia. In Liolà, opera-villeggiatura, egli chiama a raccolta le cose serene della sua vita: qui (come non era avvenuto ne I vecchi e i giovani) gli riesce di recuperare felicemente il tempo perduto della campagna della sua fanciullezza e, nel personaggio contadino, il processo veloce e innocente dei movimenti istintivi dimenticati; come anche, per una volta, riesce a ricreare immediatamente l’esperienza rasserenante della lettura di certi classici per esempio della commedia rusticana umanistica. E certo, anche in quest’opera, sono in fondo l’amarezza e lo scetticismo che dettano le altre commedie contemporanee, ma qui, quel sentimenti rimangono come involontari, segreti all’autore, sotto la pelle del suo personaggio vivo.»
 

Comincia così una attiva collaborazione, destinata a durare negli anni, con Martoglio e l’attore Angelo Musco. Con quest’ultimo spesso i rapporti saranno difficili, talvolta tempestosi, come ai tempi della rappresentazione di Pensaci, Giacomino!, perchè Pirandello era preoccupato soprattutto dal fatto che Musco, abbandonandosi alla sua irresistibile comicità spesso sfrenata e volgare, trascinava il pubblico nel gioco della farsa, allontanandolo dalla comprensione vera del dramma dei suoi personaggi. Ad un certo punto i rapporti erano diventati veramente tempestosi, tanto che il Pirandello arrivò alla minaccia della rottura completa della loro collaborazione spingendosi fino a ritirargli il permesso di rappresentare le sue opere, ritiro che restò in vigore per qualche mese e che solo l’intervento di amici comuni evitò che diventasse definitivo; la tempestosità di questa relazione rischierà di rompere perfino l’amicizia quasi fraterna che aveva per Martoglio. Proprio questi episodi porteranno in seguito il Pirandello alla realizzazione di una propria compagnia teatrale.
     Più collaborativi e sereni saranno i rapporti con un altro degli attori importanti dell’epoca, Ruggero Ruggeri, che porterà sulla scena opere importanti già dalla prima fase della produzione teatrale pirandelliana, a partire dal 1917 con Il piacere dell’onestà (che verrà rappresentata a Stoccolma nel 1934 in occasione dei festeggiamenti per la consegna a Pirandello del premio Nobel), una commedia che fa leva soprattutto sul paradosso e sull’anormalità, ma già vi si avverte il conflitto tra realtà e apparenza e tra la vita e le forme: un grande successo, ovunque viene rappresentata, perché mette in risalto le capacità dell’attore principale della compagnia.


     Il piacere dell’onestà - Agata, una ragazza di buona famiglia, ha una relazione segreta con un marchese che vive separato dalla moglie; ma il segreto sta per essere svelato perché la ragazza rimane incinta. Per evitare lo scandalo, bisogna trovare un marito di comodo che salvi le apparenze: Angelo Baldovino, un povero e un fallito che non gode di alcun credito, sembra l’uomo giusto. Ma all’improvviso le cose cambiano: Baldovino si rivela un uomo integerrimo e si appresta a recitare la parte del marito fino in fondo.

 

     Sempre nel 1917 viene messa in scena a Milano, tratta dalla famosa novella La signora Frola e il signor Ponza suo genero, Così è (se vi pare) dalla compagnia di Virgilio Talli con la Melato e Betrone, reputato da Martoglio il solo capocomico capace di comprenderne l’alto significato: è un grande successo, come scrive lo stesso Pirandello alla sorella Lina, non dico per gli applausi, ma per lo sconcerto e l’intontimento e l’esasperazione e lo sgomento diabolicamente cagionati al pubblico. Pirandello la definisce una parabola ed ha per tema la verità, da tutti affannosamente cercata sin dall’inizio, ma da nessuna nemmeno avvicinata: è il dramma della inconoscibilità prima ancora che della follia: anzi, la follia è la manifestazione esterna di questa inconoscibilità. Una grande Maria Melato (cui la dedicherà con le semplici parole: «A Maria Melato per la sua passione d’arte, fatta d’amore, di dolore, di poesia» e che sarà interprete di altri grandi drammi pirandelliani) impersona la parte della signora Ponza:


     La signora Frola e il signor Ponza suo genero - L'argomento è la verità, invano cercata, invano cercata, anche con affanno e passione, da tutti i personaggi, dall'inizio alla fine, invano affermata e sempre contraddetta in un intreccio di ipotesi senza sbocco; e la ricerca porta con naturalezza lo spettatore a considerarne la profonda relatività: è una farsa filosofica, che coinvolge un salotto borghese di provincia, sul filo del pettegolezzo, che può essere anche cattivo, con cui si muovono i personaggi per venire a conoscenza dei fatti altrui, facendosi scudo col fatto che l'autorità prefettizia ha il dovere di di sapere tutto sui fatti intimi delle persone: “Il prefetto con la sua autorità potrebbe farci sapere come stanno le cose...”.
 

A Valdana arriva il signor Ponza con la moglie e la suocera, ma prende in affitto due appartamentini, anzichè uno solo, come la gente si sarebbe aspettata. La suocera vive sola e sembra addirittura che non possa nemmeno andare a casa della figlia ma può comunicare con lei unicamente attraverso dei bigliettini portati a destinazione attraverso un panierino calato giù dalla finestra. Le supposizioni e i pettegolezzi sullo strano rapporto fra la coppia di sposi e l’anziana signora, che evita ogni contatto coi vicini, sono sulla bocca ormai di tutti i valdanesi. Quasi costretto dalla moglie e dalla figlia e spinto dalla curiosità generale, che rischiava di creare anche qualche problema, il superiore del signor Ponza induce a fargli visita la signora Frola che davanti a tutti racconta la sua penosa e triste storia: tutti i familiari suoi e del genero sono morti durante il terremoto e questi, addolorato, impedisce a tutti, anche a lei, alla madre, di vedere la moglie. Ma appena uscita la signora Frola, entra il signor Ponza che subito avverte che la signora è pazza: la povera donna ritiene che la figlia sia viva ed invece è morta da quattro anni, e lui, con l’aiuto altruista e nobile della seconda moglie è ricorso allo stratagemma della gelosia per evitare di farle provare il grande dolore che la perdita della figlia le avrebbe causato. Uscito il signor Ponza, però, rientra la signora Frola, che smentisce il genero dando la sua versione dei fatti. L’enigma non si scioglie nemmeno con l’ingresso sulla scena di Giulia: Io sono sì la figlia della signora Frola ... ma anche la seconda moglie del signor Ponza ... e per me nessuna! La risata finale di Laudisi (il Pirandello sulla scena) è il suggello derisorio a una ricerca vana e illusoria: la verità non è quella che è ma quella che ciascuno si crea dentro.


     Ancora due piccoli fatti interessano il 1917. Il primo è la partenza di Fausto per la visita di leva col rischio di dover partire militare, mentre Stefano è ancora prigioniero: viene fatto abile ai servizi sedentari, sebbene soffra di una grave forma di enterocolite; deve partire per Firenze, dove lo raggiunge ottenendo il suo ricovero all’Ospedale di Santa Maria Nuova. Dopo tante ansie e trepidazioni finalmente viene Lulù (come affettuosamente lo chiama il padre) viene fatto rivedibile ed ottiene una licenza per partire per casa, dove la situazione comunque è sempre tristemente dolorosa. Il secondo fatto riguarda la casa, abitata per tanti anni, che Pirandello deve lasciare: il villino dove abita è stato venduto e il proprietario ha scelto per propria abitazione proprio le stanze in cui si trovava Pirandello. Dopo qualche ricerca, nel marzo 1918 va ad abitare al n. 12 di via Pietralata (ora G.B. De Rossi) nel villino Ciangottini.
     Il 1918 è un anno pieno di lavoro, dell’aggravamento delle condizioni della moglie, di un po’ di contentezza (il ritorno del figlio Stefano dalla prigionia nel mese di Novembre) e di molto successo nel campo del teatro: ormai la strada è segnata, il nome è conosciuto, le grandi compagnie lo recitano nei maggiori teatri italiani e la sua opera non lascia mai indifferenti gli spettatori, nel senso che al piacere di assistere a una rappresentazione teatrale si unisce sempre un fiume di discussioni, spesso vivaci e contestatorie. Anche le recensioni sulla stampa sono animate e talvolta pungenti. Sul finire dell’anno Ruggeri porta sulle scene a Roma Il giuoco delle parti, accolta freddamente, riproponendola sia a Genova che a Torino e infine a Milano, dove fra gli spettatori si scatena un’accesa battaglia anche di pugilato fra sostenitori e avversari.

     Nel suo soggiorno tra Como e Milano della metà dell’anno, Pirandello

 

solo e chiuso in una stanza d’albergo, rifiatando dall’assillo della moglie, ma senza perder tempo o goderselo in qualche distrazione, aveva trovato il clima adatto per riprendere a scrivere con straordinaria vena il dramma che sarà uno dei capolavori del suo teatro. Tornato a casa, il 4 agosto scrisse a Ruggero Ruggeri: «Mi rimetterò da domani alla nuova commedia, che è già bene avanti. Conto di finirla tra pochi giorni e gliela manderò costà a Torino (se farò in tempo) o a Milano. Le ho cambiato il titolo: invece che Quando si è capito il giuoco la chiamerò Il giuoco delle parti, mi sembra più bello e più proprio». Ruggeri gli rispose il 7 agosto: «Ella sa che la mia stima per Lei è veramente profonda e senza restrizioni: e io non desidero di meglio che provarle, cooperando sotto la sua guida al successo delle sue opere, i miei sentimenti devoti. E così ho gran desiderio di leggere presto "Il giuoco delle parti"». ...

 

     Il giuoco delle parti ... degnamente concludeva tutta questa fase delle opere immaginate e composte durante il conflitto. Di uno spirito di guerra, anche se questa non veniva mai nominata, si può dire che era intrisa una commedia di infamie e inganni e ritorsioni affilate, coi suoi personaggi mossi da intenti spietati, tesi com’erano a procurare la morte cruenta dell’antagonista, ma menando le loro trame in una meccanica fatale e in una sorta di inconsapevolezza morale della scelleraggine di quei fini e atti, similmente alla "innocenza" di soldati nel colpire i nemici, pur prevedendo bene, ciascuno di loro, e anzi calcolando l’effetto letale delle azioni. (Queste erano in parte considerazioni estemporanee di Stefano in una delle conversazioni familiari.) Non era possibile trarsi fuori da quella partita per un uomo che si voleva estraneo al consorzio dei propri simili e lo spregiava, e che si era oltretutto svuotato d’ogni passione e reso così anche sentimentalmente invulnerabile? Non bastava, per sguizzarne via, limitarsi a fingere una scrupolosa osservanza della mera formalità esteriore delle loro regole e dei ruoli sociali assegnati a ciascuno? Il personaggio pareva credere che bastasse. Ma l’autore sembrava piuttosto incline a diabolicamente divertirsi (e regalare al pubblico lo spasso) nel contemplare come un uomo siffatto, e nel caso concreto Leone Gala, c’era chi si provava invece a costringerlo ad assimilarsi all’esperienza delle moltitudini. In sostanza, di coloro, tutti, che accettavano il posto dato loro nella società e vi si attenevano non solo formalmente ligi ma fino in fondo, taluno con convinta rassegnazione e talaltro con gusto e animosità, anche se dovevano subirne, magari malvolentieri, conseguenze spiacevoli, e tra queste in qualche caso toccava persino lo scherzo della morte. Cosicché il conclusivo duello fuori scena, col rumore di ferri delle prove d’armi che l’avevano preceduto e l’esibizione degli strumenti chirurgici da posto di medicazione d’immediata retrovia, sotto la parvenza di irridere i tardivi cultori di un retaggio ottocentesco, suonava come richiamo del conflitto feroce che non era un’esplosione momentanea di violenza con i reciproci mortali inganni ma diventava modo connaturato e permanente della vita umana. (Andrea Pirandello, cit. p. 292)

 

     Il giuoco delle parti - La commedia presenta un triangolo amoroso: il marito Leone Gala, la moglie Silia che detesta il modo razionale di ragionare del marito che «guarda e capisce tutto punto per punto, ogni mossa, ogni gesto, facendoti prevedere con lo sguardo l’atto che or ora farai»; Guido Venanzi, l’amante della moglie, un personaggio debole che subisce da entrambi. Silia è assillata dal pensiero di liberarsi del marito facendolo uccidere ed elabora un piano: lo spinge a sfidare a duello un giovane e spensierato marchese, celebre spadaccino, dal quale ritiene di essere stata offesa. Leone allora manda Venanzi a sfidarlo: come marito ha fatto il suo dovere, ma il duello dovrà sostenerlo colui che gode di fatto le grazie di Silia e vive con lei. Le condizioni dettate da Venanzi, credendo di porle per Leone e non per sè, sono dure: sfida fino all’ultimo sangue. Alla fine Venanzi deve accettare la parte assegnatagli da destino nel grande gioco della vita: l’esperto marchese lo uccide. Leone ha raggiunto il suo scopo, rovesciando il desiderio della moglie e facendo ricadere su di lei l’angoscia per una morte imprevista che lascia le cose come prima, anzi peggio di prima: ma per lui non è una vendetta che mette allegria.


     E nel 1918 Pirandello trova anche il titolo generale per le sue opere teatrali: Maschere nude, "Una invenzione fortunata nata dalla raggiunta consapevolezza di quello che il suo teatro aveva detto e che doveva continuare a dire". Il primo volume, pubblicato da Treves, comprendeva Pensaci, Giacomino!, Così è (se vi pare) e Il piacere dell’onestà dedicandolo all’amico Ruggero Ruggeri.
      Ai primi di giugno Lietta distrutta dalla malattia della madre, e poco sostenuta dalla presenza del padre che spesso è lontano per assistere alle prove delle sue opere teatrali, fugge di casa: per tutto il giorno girovaga per Roma; alla sera si rifugia dal parroco di Sant’Agnese, che conosce la famiglia e la conduce nel collegio di suore Stella Viae, pensionato per giovinette di buona famiglia sulla via Nomentana. Pirandello rimane sgomento e capisce che la situazione ormai è insostenibile; prega la sorella Lina di accogliere Lietta in casa a Firenze, dove la ragazza si reca verso la metà di luglio, in attesa che Antonietta venga internata. E l’attesa riguarda il ritorno a casa di Stefano dalla prigionia della guerra: Pirandello vuole che il figlio torni in una casa che sia come l’aveva lasciata ormai da oltre tre anni. Stefano in novembre rientrerà in Italia via mare e sbarcherà ad Ancona dove farà parte di una commissione per l’interrogatorio dei prigionieri.
     Ai primi di gennaio del 1919 Antonietta viene portata nella casa di salute Villa Giuseppina, sulla via Nomentana: la sua vita non è certamente stata fortunata, anche al di là del fallimento della solfatara che l’ha così scossa nell’intimo: non è riuscita ad accettare l’idea di condividere il marito con l’arte e di allontanarsi da quel quieto vivere che Girgenti le aveva riservato sin dall’infanzia, nella sicurezza di abitudini assimilate da bambina, di un modo di pensare e di esistere in cui si sarebbe sentita protetta: sradicata a Roma le pesa il fardello di prendere decisioni in prima persona, di accollarsi quelle responsabilità che nella casa paterna qualche altro si era sempre assunto per lei, a cominciare dalle piccole cose quotidiane, sostituendo il marito che era assente per lavoro. La follia di Antonietta diventa anche il rifugio per sfuggire alla paura di essere incapace di far fronte a questo cumulo di occupazioni quotidiane che rappresentano il fondo dell’assennatezza e della normalità di una donna, per lo meno all’inizio del Novecento, in cui la normalità era l’obbedienza a regole precostituite e valide per l’intera collettività.
     Quale il ruolo di Pirandello durante i lunghi anni di malattia della moglie e infine del suo ricovero? Antonietta aveva bisogno di assistenza continua, assicurata soprattutto da Lietta e occasionalmente da persone di fiducia: manca Pirandello, che per potersi dedicare alla moglie avrebbe dovuto tralasciare il lavoro e abbandonare la sua “vocazione artistica”, cosa impossibile se non altro perché entrambi rappresentano quella fonte di guadagno indispensabile per sostentare la famiglia.
     Certamente la presenza delle sue donne (la madre Caterina, la moglie Antonietta, la figlia Lietta, l’adorata sorella Lina, diventano sfaccettature diverse di uno stesso dolore, di un affetto mai goduto fino in fondo per motivi importanti e diversissimi fra loro (pensiamo ad esempio alla lontananza da studente a Bonn e da sposato a Roma rispetto alla madre e alla sorella, al lavoro rispetto alla moglie, agli impegni di teatro e di lavoro rispetto a Lietta).

     In quell’anno 1919, il 2 maggio, dalla Compagnia di Antonio Gandusio viene rappresentata al Teatro Olimpia di Milano L’uomo la bestia e la virtù, «apologo in tre atti» scritta nei primi mesi dell’anno tratta dalla novella Richiamo all’obbligo del 1906 e pubblicata dalla rivista «Comoedia» il 10 settembre di quello stesso anno, e di essa, per la prima volta, segue tutte le prove a Torino, dove avrebbe dovuto debuttare; ma il debutto vero, senza alcun motivo, avviene a Milano, come abbiamo detto, ed è un fallimento: la borghesia milanese grida allo scandalo e non viene replicata neppure una sera, caso unico nella storia del teatro pirandelliano.


     L’uomo la bestia e la virtù - Viene rappresentato il caso grottesco del “trasparente” professor Paolino (l’uomo), un insegnante onesto e rispettabile, che dopo aver reso madre “la virtuosa signora Perella” durante una delle frequenti assenze del marito, definito la bestia, spinge l’ammiraglio (infedele e insensibile al fascino della moglie, convivente anche di un’altra donna da cui ha avuto figli), tornato da uno dei suoi viaggi in mare, per un giorno solo, a compiere, contrariamente al suo solito, il proprio dovere coniugale spinto da un irrefrenabile desiderio provocato da una torta, fatta appositamente preparare per l’occasione, per metà potentemente afrodisiaca. In questo modo la virtù della signora Perella e la rispettabilità del professor Paolino saranno salve e il nascituro riuscirà ad avere un padre legittimo. Ma alla contentezza della situazione risolta non possiamo non aggiungere anche la perplessità quasi dolorosa del professor Paolino, quando capisce che l’ammiraglio per più volte quella notte aveva compiuto il proprio dovere coniugale.

 

     Tutti i personaggi vengono grottescamente paragonati ad animali e il tradizionale triangolo amoroso (marito, moglie e amante) è rovesciato nel senso che è l’amante a gettare la donna nelle braccia del marito. È questa la società che Pirandello ci rappresenta in questa commedia: una falsa onestà praticata da persone che in apparenza accettano le norme comuni che nel privato vengono trasgredite: questa volta sotto l’apparenza dell’umorismo ritroviamo la satira feroce contro tutte le apparenze perbeniste di una società che di fuori mostra un modello di comportamento che non è sentito e seguito nell’intimo.

     Il 10 novembre 1919 Pirandello chiede un congedo di due mesi dall’insegnamento, ora che può seguire più da vicino l’andamento delle prove teatrali dopo l’internamento della moglie. Da questo momento è un susseguirsi di richieste di permessi e congedi e aspettative e assenze per motivi di salute, ingaggiando quasi una lotta col Regio Commissario Giovanni Gentile, finchè nel 1922 dopo 24 anni di insegnamento chiede un anno di aspettativa o il collocamento a riposo: Gentile, il Ministro si affretta a dare disposizioni per il suo collocamento a riposo.
Nel 1920, lasciando la Treves, per le sue pubblicazioni si mette d’accordo con la società editrice Bemporad di Firenze, un accordo che prevede anche la ristampa di tutto quanto aveva pubblicato fino a quel momento. Tre le prime importanti di questo periodo:

     - Tutto per bene, scritta nel 1919 e rappresentata da Ruggero Ruggeri, deriva dalla novella che porta lo stesso titolo, e mette in scena il caso grottesco di un individuo, su cui poggia tutta l’attenzione dello scrittore e degli spettatori, costretto a subire, seguendole, le usanze, le convenzioni e le regole e soprattutto i pregiudizi della società; fanno comunque da contrasto potente il comportamento giocoso o gioioso di Palma e compagni con quello un po’ da misantropo di Martino Lori che con la morte della moglie si sente staccato dalla vita e da tutto ciò che esso rappresenta:

 

     Tutto per bene - Martino Lori vive esclusivamente nell’affetto per l’unica figlia, Palma, e nella venerazione del ricordo della moglie, morta ormai da molti anni. Ma la moglie lo aveva tradito con lo scienziato e senatore Salvo Manfroni e Palma era appunto il frutto della loro relazione e su di essa lo scienziato aveva sempre riversato cure ed affetto, prodigandosi anche per il Lori, favorendolo nell’ascesa ad alti e importanti incarichi fino a farlo diventare Consigliere di Statonello stato. Tutti conoscono la situazione e tutti credono che Martino Lori la vivesse pienamente cosciente di quanto era successo e lo disprezzano apertamente trattandolo con freddezza davanti e scherno dietro. Ma Martino Lori non capisce mai. Palma si sposa e tutto viene preparato e messo in opera da Salvo Manfroni. A Martino non resta che andare a casa del genero Flavio Gualdi, molto raramente. Ma una sera, dopo che la cameriera lo ha messo in guardia su certe carte che hanno fatto la fortuna disonestamente di Salvo Manfroni, per un errore della stessa figlia, che non ignorava la cosa (chiama papà rivolgendosi a Manfroni anzichè a Lori), viene messo al corrente della sconvolgente verità e si sento crollare addosso quel mondo nel quale aveva sempre creduto, fatto di amore per la moglie e la figlia, dell’amicizia di Manfrone, del buon concetto che la gente aveva di lui e della sua onestà e moralità. D’un tratto rimane come svuotato di tutto davanti allo spettro di una vita passata fatta di nulla e di cui non può restare più nulla, nemmeno quella donna che aveva sempre creduto figlia e che ora davanti a quella situazione nuova invano gli dice che può essere per lui quella che lui credeva.

 

- Come prima, meglio di prima, ricavata dalle novelle La veglia pubblicata sul «Marzocco» del 2 maggio 1904 Vexilla Regis, nel 1897 sulla rivista L’Italia, e rappresentata dalla Compagnia Ferrero-Celli-Paoli al teatro Goldoni di Venezia il 24 marzo; Il tema è difficile: una donna abbandona il marito (perchè? è questo il nodo primo da sciogliere per la comprensione della commedia), si abbandona a una vita disordinata, dopo 13 anni tenta il suicidio, viene salvata proprio dal marito col quale torna a casa, infine abbandona definitivamente il marito portandosi dietro le figlie: da un lato i problemi di una convivenza coniugale, dall’altro quelli della società; non a caso da una parte abbiamo il doppio triangolo Silvio-Fulvia-Mauri e Silvio-Fulvia-Livia e dall’altra la società non coi suoi problemi, ma coi suoi pregiudizi e le sue regole bellamente fissate che però stanno troppo strette allo spirito umano.

 

     Come prima, meglio di prima - Anche questa commedia presenta come tema di fondo la polemica contro le rigide convenzioni della società che vi è presentata. A differenza di Martino Lori, la protagonista, Fulvia Gelli sceglie volontariamente la propria strada: lascia la casa, abbandona il marito Silvio Gelli e la figlia Livia e passa da un amante all’altro, di volta in volta ingannata e ingannatrice. Dopo tredici anni avventurosi, tenta il suicidio con un colpo di pistola che la colpisce al ventre e viene salvata proprio dal marito dottore che la opera; la prima parte è ambientata proprio nella casa che la ospitava e insieme ad estranei che rappresentano il “coro della società” è presente anche l’amante, il pretore Marco Mauri, che intanto ha lasciato il posto di lavoro e abbandonato i quattro figli e la moglie, anzi è stato praticamente cacciato dalla moglie dopo che questa ha scoperto il suo tradimento con Fulvia. Mauri crede di aver abbandonato per sempre il silenzio, il vuoto e il nulla in cui era vissuto per dieci anni e ora con Fulvia crede di potersi rifare una vita dando libero sfogo alle sue passioni, come quella per la musica, che da giovane aveva studiato. Arriva Silvio Gelli e tutti sono pregati di lasciare la stanza: restano in tre; Mauri vorrebbe parlare ed esporre le sue ragioni al Galli, ma Fulvia lo interrompe: è con Silvio il vero dialogo, sotto la minaccia di partire definitivamente con Mauri. Tornano indietro nel tempo, torna la figura della figlia che ormai crede morta la madre, che spinta da Silvio accetta di tornare a casa non più come prima: come moglie per Silvio ma non come madre per la figlia.
 

Nel secondo atto, a quattro mesi di distanza dal primo, la scena si svolge nella villa di Gelli: Fulvia sta preparando il corredino per il bambino che deve nascere, ma proprio in quel giorno in chiesa vengono celebrate tre messe per la “defunta moglie” del marito. Fulvia, che nessuno del paese aveva riconosciuto, deve spingere il marito ad andare ad assistere alla messa funebre in suo onore: ritorna il tema del “fu Mattia Pascal”, mentre la figlia Livia la tratta con una certa durezza perché si era frapposta tra la “madre” e lei. La vita diventa una recita in cui ogni personaggio è il fantasma di se stesso. Anche la zia Ernestina non la riconosce, e a lei è costretta a rivelarsi. Nel colloquio finale con Livia, Fulvia usa strane parole, parole che solo una madre può usare; ma la ragazza non le capisce: anzi, dette da colei che non crede sua madre, quelle parole le fanno ribrezzo, acuito dal tentativo di lei di accarezzarle i capelli.
 

Nel terzo atto, sei mesi dopo il secondo, tutti sono in attesa del ritorno di Fulvia e della bambina a un mese dal parto avvenuto in una località abbastanza lontana. C’è una prima chiarificazione: da indagini effettuate Livia viene a sapere che recentemente non ci può essere stato matrimonio tra Fulvia e Silvio, perché nè in municipio nè in chiesa risultano le rituali pubblicazioni; per questo dice a zia Ernestina che quel giorno stesso sarebbe andata via perché non avrebbe potuto tollerare in casa un’altra donna, anzi una donnaccia, accanto a suo padre e non avrebbe potuto tollerare l’amore di suo padre per quella donna, perchè ciò che la sdegna “è che questo suo amore si vede così chiaro che lo riporta alla sua gioventù, proprio ai tempi di mia madre - come un’irriverenza tanto più cruda alla memoria di lei”. Intanto nell’attesa entra in scena anche Mauri, che dichiara subito di non poter più vivere senza Fulvia. Quando finalmente i coniugi arrivano, Fulvia si dimostra contenta e sempre disposta a sopportare la doppia parte di se stessa, ma una madre non può sopportare il ribrezzo e l’odio di una figlia, e così davanti alla decisione di Livia si rivela e decide di andare via di nuovo e definitivamente da quella casa, e questa volta non più da sola, perché si sarebbe portata via con sè anche Livia insieme alla bambina.

 

     - La Signora Morli, uno e due è la terza ’prima’ del 1920, scritta in quello stesso anno forse proprio a Francavilla a Mare, dove era andato insieme a Lietta, che vi trascorre la sua prima vera vacanza, e lavora alla stesura dela discorso celebrativo per gli ottant’anni di Verga che terrà in settembre a Catania. La commedia è tratta dalle novelle La morta e la viva (pubblicata sulla “Rassegna contemporanea” nel novembre 1910) e Stefano Giogli uno e due (su «Il Marzocco» del 18 aprile 1909) e rappresentata per la prima volta a Roma al Teatro Argentina dalla Compagnia di Emma Gramatica. La commedia presenta analogie con la precedente, ma qui il protagonista è un uomo che non è propriamente sottomesso alle regole di comportamento generalmente accettate, e già il solo fatto di essere gaudente e spendaccione, sempre disposto a commettere qualche pazzia, lo renderà pure un po’ simpatico, ma anche e soprattutto disprezzabile agli occhi delle gente “per bene ”, che vuole persone posate e “con la testa sul collo”. Col fallimento e la fuga del marito Ferrante Morli, Evelina si trova sola con un figlio, ma viene soccorsa e aiutata dall’avvocato Carpani, col quale allaccia una relazione da cui nasce anche una figlia. All’improvviso ritorno del marito la situazione si complica: si sente una col marito e una col secondo uomo della sua vita: alla fine decide di restare con chi l’ha aiutata, dopo che questi ha accettato, se non proprio capito, la condizione nuova della donna. Evelina è Eva, allegra e spensierata, libera e appassionata nella sua vita col marito o Lina silenziosa e schiva, resa tale dalla sventura che la vita le ha fatto cadere addosso senza che se lo aspettasse? Sono i due aspetti coi quali deve fare i conti non solo il personaggio Eva-Lina ma anche tutti coloro che la circondano, dalle bisbetiche e malevole “amiche” al marito, all’amante, ai figli. Ma sono poi soltanto due gli aspetti della nostra essenza che appaiono agli occhi degli altri?. Il finale della commedia è agrodolce: Evelina come Lina abbandonerà per sempre il suo essere come Eva accettando le forme e le formule di comportamento della società, che comunque da ora in poi non potrà più pensare che ognuno di noi è fatto in un modo che sarà quello per sempre e per tutti.

 

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IV. la maturità: il trionfo del teatro

 

     Il 1921 è un anno importante per il teatro italiano: il 10 maggio viene messo in scena al Teatro Valle di Roma dalla Compagnia di Dario Niccodemi, Sei personaggi in cerca d’autore, la prima commedia della trilogia del cosiddetto «Teatro nel Teatro» (le altre due saranno Ciascuno a suo modo del 1924 e Questa sera si recita a soggetto del 1930). Alla fine del del secondo atto gli applausi sembrano assicurare il successo pieno anche se non esaltante; Le chiamate, comunque, in scena tra primo e secondo atto sono una quindicina. Ma del terzo atto gli spettatori non capiscono nulla o quasi, e alla fine si scatena una battaglia con fischi del pubblico e urla: manicomio, manicomio!, e battimani dei sostenitori di Pirandello che, rannicchiato nel fondo di un palco insieme alla figlia Lietta, assiste allo spettacolo ed è quasi costretto a fuggire da un’uscita secondaria, accolto da fischi e lanci di monetine. Ben diverso fu l’esito dello seconda rappresentazione, avvenuta a Milano al Teatro Manzoni il 27 settembre. Nell’occasione scrisse Marco Praga: “Il pubblico del Manzoni ha accolto trionfalmente questa strana commedia ch’è, indubbiamente, un’opera d’arte di una originalità rara”. Da allora il successo dell’opera fu assicurato su tutti i palcoscenici del mondo.

Già nel 1917 aveva scritto al figlio Stefano, prigioniero a Plan: ... ho già la testa piena di nuove cose! Tante novelle... E una stranezza triste: Sei personaggi in cerca d’autore: romanzo da fare. Forse tu intendi. Sei personaggi presi in un dramma terribile che mi vengono appresso, per essere composti in un romanzo, un’ossessione, e io che non voglio saperne, e io che dico loro che è inutile e che non m’importa più di nulla; e loro che mi mostrano tutte le loro piaghe e io che li caccio via... - e così alla fine il romanzo da fare verrà fuori fatto. Nell’ottobre del 1920 Pirandello, come scrive Maria Luisa Aguirre D’Amico, lavora già al dramma, per cui sarebbe da rifiutare quanto scrive Orio Vergani il 15 dicembre 1936 sul Corriere della Sera che la commedia sia stata scritta in sole tre mattinate consecutive: “Aveva scritto nella mattinata, e finito sotto i nostri occhi, il secondo atto dei Sei personaggi in cerca d’autore. Il giorno avanti aveva scritto il primo atto: l’indomani avrebbe scritto il terzo. E il pomeriggio? Un’altra commedia, in tre pomeriggi.”: quale? non ci è dato saperlo da Vergani. Ma sappiamo quale riservatezza avesse durante la scrittura e sappiamo anche che la mattina era impegnata nella scrittura, il pomeriggio normalmente nello studio e solo nel tardo pomeriggio si trovava con gli amici coi quali usciva per una passeggiata. Nel mese di gennaio con molta probabilità la stesura è terminata e subito dopo, in casa di Arnaldo Frateili, com’è sua abitudine ne dà lettura agli amici.
     I sei personaggi rappresentano ciascuno a suo modo la condizione umana e vengono “rappresentati in diretta”, come fa notare Leone de Castris: nei Sei personaggi in cui per l’unica volta la condizione fluida dell’uomo attinge la rappresentazione diretta, la tragedia sorge da un «caso», da una passione: confermando così, anche nel momento di massima spersonalizzazione simbolica quella dialettica tra situazione e condizione, persona e personaggio, che è la legge interna del teatro di Pirandello.


     Sei personaggi in cerca d’autore - In un teatro, mentre gli attori di una compagnia di prosa stanno provando Il giuoco delle parti di Pirandello, all’improvviso si presentano sei persone, o meglio sei Personaggi, parto della fantasia di uno scrittore che a un certo punto, per stanchezza o deliberatamente, li ha abbandonati: i sei si presentano al Capocomico e per bocca del padre si dichiarano: Siamo qua in cerca di un autore, perché i sei personaggi voglio vivere, almeno per un momento perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna non ha neanche bisogno di straordinarie doti. Essi vorrebbero che il Capocomico sostituisse l’autore e facesse recitare il loro dramma agli attori: Un “padre”, dopo aver avuto un “figlio”, lascia che la “madre” se ne vada con l’amante. Avranno tre figli (la “figliastra”, il “ragazzo”, la “bambina”). Diversi anni dopo il “padre”, in cerca di facili amori, troverà la “figliastra” in una casa d’appuntamenti.. Il Capocomico si lascia tentare dall’idea di dar corpo alla rappresentazione e si apparta con i “personaggi” nel suo ufficio per stendere una bozza di scenario, mentre anche gli attori lasciano il palcoscenico dando l’idea della fine della prima parte. Il sipario resta alzato.


     La recita riprende dopo una ventina di minuti annunciata dal suono dai campanelli del teatro, una volta predisposta una sommaria scenografia; si comincia con la rappresentazione dell’episodio chiave dell’intera vicenda: l’incontro casuale in casa di Madama Pace tra il “padre” e la “figliastra”. Si organizza la scena e quando è ormai pronta fa la sua comparsa, all’improvviso proprio Madama Pace, come «attratta dagli oggetti stessi del suo commercio», un personaggio che non è in cerca d’autore ma che rappresenta la consistenza inquietante e tangibile della realtà, contro la quale si scaglia la “madre” gridandole ’assassina’.

I personaggi provano la scena che viene rifatta dagli attori fra le risate della “figliastra” che non si riconosce nell’attrice Infine il “padre” e la “figliastra” eseguono il finale della loro scena interrotta, con il grido finale della “madre” che evita l’illecito rapporto carnale che i due stanno inconsapevolmente per consumare. Fraintendendo le grida del Capocomico, il macchinista fa cadere erroneamente il sipario, lasciando sulla scena solo il “padre” e il Capocomico stesso.


     La rappresentazione riprende per correre filata verso la fine tragica del “giovinetto” e della “bambina”, rallentata solo dalle discussioni tra Padre e Capocomico. Ma se da un lato ai personaggi gli attori sembrano falsi, perché recitano a modo loro un dramma che sentono ciascuno a suo modo, dall’altro agli attori sembra finzione il dramma dei personaggi. Il dramma si chiude con l’apparizione finale dei quattro Personaggi sul palcoscenico a luci spente, illuminato solo da un riflettore verde; anche il Capocomico schizza via atterrito dal palcoscenico; si spegne il riflettore e rimane accesa una luce notturna azzurrina. Per ultima apparirà la figliastra che guarderà verso gli altri tre ed esploderà precipitandosi poi giù per la scaletta; correrà attraverso il corridojo tra le poltrone; si fermerà ancora una volta e di nuovo riderà, guardando i tre rimasti lassù; scomparirà dalla sala, e ancora, dal ridotto, se ne udrà la risata. Poco dopo calerà la tela.

 

     Nei primi mesi di quello stesso anno Lietta conosce l’addetto militare dell’Ambasciata (o Legazione) del Cile presso il Quirinale, il maggiore Manuel Aguirre. Le piace andare alle feste dell’Ambasciata: presto diventerà, lei, piccola, graziosa, che veste e si comporta così bene, figlia di uno scrittore italiano di cui tanto si parla, la beniamina degli Ambasciatori, e i colleghi del marito faranno a gara per esserle presentati. Lietta è contenta, è appagata... Pronuba di questo matrimonio fu una signora Cilena, Olga Prieto (sposata Asaro) e venuta in Italia per studiare l’arte del bel canto e conosciuta da Lietta quando i Pirandello abitavano ancora al primo piano di via Torlonia. Olga Prieto abitava in una palazzina adiacente il villino dove era l’appartamento dei Pirandello. Fu forse il suo italiano frammisto di spagnolo a richiamare alla mente lo strano linguaggio usato dallo Spagnuolo e da Pepita Pantogada nel Mattia Pascal e di metterlo in bocca a Madama Pace. (Maria Luisa Aguirre d’Amico, cit.)
     Proprio in questo stesso mese di maggio Lietta si fidanza e a metà luglio si sposa nella basilica costantiniana di S. Agnese (come era allora prescritto, il matrimonio avvenne in due giornate, prima con rito civile e poi religioso, il 14 e 16 luglio). La partenza per il viaggio di nozze segnò il primo vero allontanamento da casa e un distacco doloroso da suo padre. L’anno dopo i due coniugi dovettero partire per il Cile rientrando in Italia solo nel 1925 dopo che aveva avuto il primo figlio, Manolo, che morì a soli tre anni per le ferite riportate durante la nascita per un uso maldestro del forcipe.
     Pirandello resta senza una presenza femminile in casa e la partenza di Lietta è un colpo durissimo. Poco dopo Stefano sposa Olinda Labroca, fine musicista, sorella di Mario Labroca che era stato suo compagno di studi al Convitto Nazionale; i due sposi vanno ad abitare in via Pietralata e sarà Olinda a prendere le redini di casa Pirandello che dopo qualche mese viene allietata dalla mascita della primogenita di Stefano, Maria Antonietta, lo stesso nome di sua madre, a dimostrazione di un amore che le dolorose vicende trascorse e la crudele malattia non hanno scalfito.
Fra l’ottobre e il novembre 1921 scrive l’Enrico IV, la cui trama di fondo, ma senza il finale, aveva già anticipato in una lettera all’amico Ruggero Ruggeri, per il quale l’aveva pensata e scritta, definendola una delle sue commedie più originali. All’inizio di febbraio la legge agli attori che la metteranno in scena il 24 febbraio al Teatro Manzoni di Milano: è la Compagnia Nazionale diretta da Virgilio Talli, nata dalla fusione della Compagnia di Ruggeri con quella di Alda Borelli. Enrico IV è il primo e incontrastato trionfale successo di Luigi Pirandello, sia a Milano che a Roma, dove la commedia viene rappresentata dalla Compagnia di Uberto Palmarini.


     Enrico IV - Il dramma ha un antefatto: un avvenimento accaduto al protagonista più di diciotto anni prima: un giovane gentiluomo, che impersona Enrico IV di Germania in una sorta di cavalcata storica, durante i festeggiamenti di Carnevale, cade da cavallo per colpa di Belcredi, suo rivale in amore; batte la nuca e per dodici anni crede di essere davvero l’imperatore Enrico IV. Vive, quindi, rinchiuso in una villa isolata, ristrutturata in modo da sembrare la residenza imperiale di Goslar, in compagnia di quattro finti Consiglieri Segreti, un vecchio servitore e due valletti, tutti impegnati ad assecondare la sua follia e a vivere la creazione di quell’atmosfera storica, comunque mai uguale. Recuperato improvvisamente il senno, l’uomo decide di rimanere Enrico IV, per non subire le difficoltà di un rientro nella realtà.


     Primo atto - Il sipario si apre sulla sala del trono, dominata da due quadri che rappresentano a grandezza naturale «Lui» travestito da Enrico IV e «Lei» travestita da Matilde di Canossa, nella quale si trovano i due valletti e i quattro finti Consiglieri, Landolfo Arialdo Ordulfo e Bertoldo, quest’ultimo al suo primo giorno di lavoro, nuovo in sostituzione di Adalberto, impersonato da un certo Tito morto da poco, e ignaro perché credeva di trovarsi al tempo di Enrico IV di Francia. I tre cercano di mettere subito Bertoldo a proprio agio, facendogli una veloce ripassata storica; all’improvviso entra Giovanni il maggiordomo (in abiti del Novecento) che annuncia ai sei l’arrivo della Marchesa Matilde Spina (vedova da molti anni) con sua figlia Frida accompagnata dall’amico barone Tito Belcredi e dal medico Dionisio Genoni, tutti convocati dal Marchese di Nolli, nipote di “Lui” (che era fratello di sua madre deceduta da circa un mese facendo sospendere il matrimonio tra il Di Nolli e Frida). Entrando nella sala Matilde va a guardare il quadro che la ritrae da giovane e si accorge che somiglia moltissimo a Frida; intorno al quadro e alla rassomiglianza si accende una piccola discussione, interrotta dal Di Nolli che richiama tutti al motivo per cui si trovavano in quella sala, cioè la visita al malato Enrico IV. Intorno al quadro il dottore fa qualche domanda e viene a conoscere tutto l’antefatto: molti partecipanti alla cavalcata, avvenuta 22 o 23 anni prima di quella visita (il quadro venne regalato da Matilde alla sorella di Enrico IV 18 anni prima, 3 o 4 anni dopo la disgrazia), si fecero fare quel quadro. L’idea della cavalcata venne proprio a Belcredi e ciascuno si scelse il suo personaggio: Matilde scelse quello di Matilde di Canossa e “Lui” quello di Enrico IV per poterle stare vicino e continuare a farle la corte: era un ’serio’ in mezzo a persone sciocche e un po’ vanesie. Il suo corteggiamento comunque non veniva preso molto sul serio da Matilde. La rievocazione della disgrazia si conclude: il cavallo si impenna, “Lui” viene trasportato in villa, finita la cavalcata tutti accorrono in villa recitando ciascuno la parte che si era assegnata quando compare “Lui” che recita la sua meglio di tutti, fino a sfoderare la spada e ad avventarsi su due che sghignazzavano più di altri: tutti si rendono conto della tragedia e hanno un momento di terrore. All’improvviso compare Bertoldo che chiede al Di Nolli di poter abbandonare il suo posto di lavoro: “Lui”, montando su tutte le furie, ha dato ordine che venga arrestato e vuole giudicarlo subito sedendo al suo posto sul trono. Matilde e il dottore (che diventa Ugo di Cluny) devono vestire gli abiti d’epoca per potersi presentare nella sala del trono, oppure andarsene. Belcredi decide di vestirsi da benedettino. Ad un certo punto Arialdo annuncia finalmente l’imperatore: l’attesa è finita! Enrico IV compare e recita la sua scena da consumato attore, con repentini cambiamenti di toni e di voce e puntando la sua attenzione soprattutto su Belcredi-benedettino che “Lui” chiama Pietro Damiani. È quasi un soliloquio, che rievoca fatti e situazioni storiche, che mettono in imbarazzo i presenti che non sanno assolutamente cosa fare e come reagire. Quando ha finito di parlare e ottenuto di essere ricevuto dal Papa, vede Belcredi che si avvicina per sentire meglio: subito Enrico IV, supponendo che voglia rubargli la corona imperiale posata sul trono, tra lo stupore e lo sgomento di tutti, corre a prenderla e a nascondersela sotto il saio, e con un sorriso furbissimo negli occhi e sulle labbra torna a inchinarsi ripetutamente e scompare. Così l’atto si chiude.


     Secondo atto -  Si apre con la scena ambientata in una sala vicina a quella del trono; sono in scena Dona Matilde, il Dottore e Belcredi, colei che vive e capisce, colui che crede di capire secondo l’ausilio della scienza e colui che è spinto dall’istinto e per questo non capisce. Il dottore cerca di capire il comportamento di “Lui”, Matilde ha invece capito capito tutto, ma viene compatita: ha capito che lui l’ha riconosciuta quando le ha parlato dei capelli tinti che una volta erano bruni come quando era giovane, e ancora una volta sono stati i suoi occhi a farle leggere la verità. Alla realtà aubentra la finzione: Bertoldo annuncia l’ingresso della Marchesa Matilde di Canossa, cioè Frida che veste i panni indossati da sua madre ventidue anni prima durante la famosa cavalcata della disgrazia: bellissima e identica alla donna raffigurata nel quadro. L’illusione del passato che si sovrappone al presente è perfetta. I tre chiedono licenza di allontanarsi ma contrariamente alle aspettative si presenta lo stesso Enrico IV: viene svelato l’amore segreto di Enrico IV per Matilde, un amore corrisposto, se è vero che la stessa Marchesa intercede presso il Papa perché gli venga concesso il perdono e tolta la scomunica. All’uscita dei tre Enrico IV prorompe in un grido: “Buffoni! Buffoni! Buffoni!”, lasciando attoniti spettatori e compagni presenti (i finti consiglieri e le finte guardie) rivelando di non essere il matto che credono e di non aver potuto rivelare mai la sua guarigione per salvaguardare la propria essenza umana. Per “Lui” Matilde e Belcredi non contano più nulla; tuttavia il ricordo della giovinezza perduta gli brucia; per di più sa che la caduta non fu accidentale e vorrebbe vendicarsi. Ma la vendetta a freddo non è nel suo carattere. Quando infatti compare il servitore Giovanni, vestito da umile fraticello, la commedia (secondo Enrico IV) e lo scherzo (secondo i finti Consiglieri) continuano.


     Terzo atto - si ritorna nella sala del trono. La Matilde di adesso non rappresenta più nulla: per lui la Matilde di allora è la Frida di adesso, ed è Frida che viene coinvolta a rappresentare la Matilde di allora nel tentativo di ricreare in “Lui” quello shock che possa riportarlo alla “normalità”. Enrico IV sta attraversando la sala del trono, illuminata solo da una lampada che “Lui” stesso regge in una mano, per recarsi nella sua camera per la notte, si sente improvvisamente chiamare: al posto del quadro rappresentate la Marchesa si trova Frida e al posto del quadro di Enrico IV si trova il nipote Di Nolli. La finzione non è più possibile, Frida grida la sua paura: al suo grido rientrano tutti e tutti sanno che Enrico IV è guarito perché lo hanno rivelato i suoi “consiglieri”. Appare il contrasto tra passato e presente, tra la vita che altri hanno vissuto e il tempo trascorso che “Lui” non ha vissuto, rappresentati da Matilde e Frida. Quando alla fine afferra Frida e la abbraccia, Belcredi si avventa su di lui, Enrico lo trapassa con la spada tolta ad uno dei suoi “Consiglieri": ora che ha ucciso, è condannato a non abbandonare mai più la finzione, a restare per sempre Enrico IV.

 

     Ormai la fama dello scrittore varca i confini dell’Italia: i Sei personaggi in cerca d’autore sono rappresentati in lingua inglese a Londra il 27 febbraio 1922 al Kingsway Theatre dalla Stage Society, e G.B. Shaw, che assiste a una serata, la consiglia a Brock Pemberton che la metterà in scena a New York al Fulton Theatre nel novembre dello stesso anno con ben 127 repliche.
     Nel 1922, oltre all’Enrico IV, vengono rappresentati ancora tre drammi: il 29 settembre al Teatro Argentina di Roma dalla Compagnia di Lamberto Picasso, All’uscita, un atto unico apparso sulla Nuova Antologia nel novembre 1916, che può essere considerato più di altri l’atto di nascita ufficiale del teatro pirandelliano: è un dialogo di morti, insolito e assoluto che si richiama a una totale umiltà e vuol essere l’esplicito messaggio del “mito di una realtà ridotta a pura parvenza”. Il 10 ottobre va in scena al Teatro Quirino di Roma, con la Compagnia di Alfredo Sainati, L’imbecille, tratto dalla novella omonima pubblicata nel 1912 sul «Corriere della Sera», un dramma in cui l’intensa angoscia della vita e della malattia sono mescolati con la satira politica, condotta con piglio grottesco e triste ironia, che non nasconde una protesta contro certi costumi politici. Il 14 novembre va in scena, sempre al Teatro Quirino di Roma, Vestire gli ignudi, con la Compagnia di Maria Melato e Annibale Betrone. Ancora un suicidio, determinato dalla falsità dei rapporti umani, mancando i quali ciascuno di noi è nudo.


     Vestire gli ignudi - "Ognuno è un’anima nuda e sente la necessità di rivestirsi di un abito di rispettabilità, di qualità apprezzate dagli altri, per dare un senso alla propria vita e sentirsi concretamente qualcosa.”
 

     Intorno a questo principio, che domina le azioni di Ersilia Drei, si svolge la trama della commedia in tre atti Vestire gli ignudi. ...
 

     Ersilia per tutta la vita si è sentita un nulla: «non ho mai avuto», afferma, «la forza di essere qualche cosa»; è stata sempre come l’hanno voluta gli altri. Il tenente di vascello Franco Laspiga si fidanza con lei che era governante in casa di Grotti, Console italiano a Smirne, e le dà per breve tempo l’illusione d’essere qualcosa. Ma poi la lascia ed Ersilia cede alle insidie del Console Grotti che la possiede. E proprio per averla distolta - in preda a una torbida passione - dalla vigilanza della figlia, la bambina sale su una sedia e precipita dalla terrazza nel vuoto. Ersilia è ossessionata da questa morte, la Signora Grotti la scaccia. In preda all’orrore per la tragedia vissuta si dà in strada al primo venuto. Lo schifo per la sua miserevole vita la spinge infine a tentare d’avvelenarsi. All’ospedale, ormai certa di morire, racconta una dolorosa storia d’amore per cingersi in qualche modo d’un alone romantico di martirio: s’è uccisa perché abbandonata dal Tenente di Vascello Franco Laspiga. Un’intera pagina d’un giornale racconta la sua storia tragica, suscitando generale commozione; ma sconvolgendo anche la vita di Franco Laspiga, che preso dal rimorso abbandona la fidanzata che sta per sposare e corre da Ersilia, sopravvissuta all’avvelenamento, per riparare; nonché del Console che ambiguamente fa ampie smentite ai giornali, ma si precipita anche lui da Ersilia per riaverla. Ersilia ne è sconvolta, non vuol ritornare a vivere con nessuno dei due. Dice a Franco Laspiga: «Perché non puoi capire tu questa cosa orribile, d’una vita che ti ritorna, così... come... come un ricordo che invece d’esserti dentro, ti viene... ti viene, inatteso, da fuori... Così cangiato, che stenti a riconoscerlo. Non sai più trovargli posto in te perché anche tu sei cangiato ... ».
 

     La notizia che era stata l’amante di Grotti, sconvolge Laspiga che tratta Ersilia da sgualdrina e fa perdere alla protagonista la pietà di cui era circondata. Ora la giudicano una donnaccia colpevole della morte della bambina che le era stata affidata.
 

     Il continuo mutare dei sentimenti e degli stati d’animo; la presa di coscienza di Ersilia che non vuol essere causa di male agli altri e si ribella al soccorso che le offrono i due uomini, esclamando: «Mi vorreste condannare a essere quello che io volli uccidere? No, no, basta quella!»; la sua convinzione che Franco non ha colpe, perché di ciò che accade ha colpa la vita, rappresentano il tessuto ideologico della commedia, riscattato in poesia dalla sofferenza. Ersilia sarà costretta ad avvelenarsi di nuovo e negli ultimi istanti di vita, mentre parla con superiore distacco di quanto è accaduto, tutti le si rifanno intorno commossi e comprensivi.
 

     Ersilia aveva tentato di coprirsi «con un abitino decente inventando la sua morte per amore, ora anche quello le è stato strappato ed è rimasta nuda. Non vuol più sentire e vedere nessuno e conclude il suo nobile soliloquio finale - di grande effetto scenico e di intensa poesia - dicendo ai due pretendenti: «Andate, andatelo a dire, tu a tua moglie, tu alla tua fidanzata, che questa morta - ecco qua - non s’è potuta vestire». (I. Borzi)

 

     Colla data del 1923, ma in effetti nel novembre dell’anno precedente, Adriano Tilgher pubblica l’opera Studi sul teatro contemporaneo con la quale offre la prima interpretazione del teatro pirandelliano, che qualche mese prima era stata anticipata in un pomeriggio mondano a Roma. Il pomeriggio del 12 aprile 1922 la Roma intellettuale ed elegante affollava i locali dalla Galleria Giacomini in piazza Madama. Si inauguravano le Stanze del Libro e, dopo i discorsi ufficiali, Adriano Tilgher avrebbe parlato dell’arte di Luigi Pirandello. Tilgher parlò dell’umorismo e del rapporto tra la filosofia e l’arte di Pirandello, chiarì come nella sua opera fosse presente il «contrasto tra l’eterno fluire della vita e i singoli eventi in cui esso di volta in volta si congella. Guai alle creature che per sé o per gli altri rimangono agganciate e fisse in un singolo fatto della loro vita senza potersene staccare». È da queste idee, affermava Tilgher, che nascono i Sei personaggi e l’Enrico IV.


     Adriano Tilgher - L’antitesi è perciò la legge fondamentale di quest’arte. L’inversione dei comuni ordinarii abituali rapporti della vita trionfa sovrana. [ ... ]
 

     Dualismo della Vita e della Forma o Costruzione; necessità per la Vita di calarsi in una Forma ed impossibilità di esaurirvisi: ecco il motivo fondamentale che sottostà a tutta l’opera di Pirandello e le dà una ferrea unità e organicità di visione.
 

     Ciò basta da solo a far comprendere di quanta freschissima attualità sia l’opera di questo nostro scrittore. Tutta la filosofia moderna da Kant in poi sorge sulla base di questa intuizione profonda del dualismo tra la Vita, che è spontaneità assoluta, attività creatrice, slancio perenne di libertà, creazione continua del nuovo e del diverso, e le Forme o Costruzioni o schemi che tendono a rinserrarla in sé, schemi che la Vita, di volta in volta, urtandovi contro, infrange dissolve fluidifica per passare più lontano, creatrice infaticata e perenne. Tutta la storia della filosofia moderna non è che la storia dell’approfondirsi del conquistarsi del chiarificarsi a se medesima di questa intuizione fondamentale. Agli occhi di un artista che di questa intuizione viva - è il caso di Pirandello - la realtà appare nella sua stessa radice profondamente drammatica, e l’essenza del dramma è nella lotta fra la primigenia nudità della vita e gli abiti o maschere di cui gli uomini pretendono, e debbono necessariamente pretendere, di rivestirla. La vita nuda, Maschere nude. I titoli stessi delle opere sono altamente significativi.


     Se in un primo momento l’analisi tilgheriana piacque al Pirandello, ben presto gi sarebbe però sembrata troppo ristretta e limitativa sia perché troppo si rifaceva alla sua produzione fino al 1922 sia perché chiudeva la sua arte in un ambito dal quale sarebbe stato impossibile uscire. Qualche anno dopo, nel 1927, arriveranno alla polemica e praticamente alla rottura perché Tilgher pensa, e a molti lo fa pensare, di essere stato lo scopritore dell’arte pirandelliana e quasi l’artefice del suo successo. Nel ’28 fra i due scende il silenzio, anche perché Pirandello sceglie un volontario “espatrio”.
     Fra gennaio e febbraio del 1923, tratta dalle novelle La camera in attesa (pubblicata nel 1916 sulla rivista «La lettura») e I pensionati della memoria (pubblicata sulla rivista «Aprutium» nel 1914) scrive La vita che ti diedi per Eleonora Duse, che nel 1921 era tornata alle scene: ma i mesi passano senza che l’attrice dia una risposta. Intanto trae dalla novella La morte addosso, pubblicata su «La Rassegna italiana» il 15 agosto 1918 col titolo Caffè notturno, l’atto unico, considerato unanimemente fra le migliori opere pirandelliane, L’uomo dal fiore in bocca, che viene messo in scena da Anton Giulio Bragaglia al Teatro degli Indipendenti di Roma dalla Compagnia degli «Indipendenti» diretta da Anton Giulio Bragaglia il 21 febbraio. L’incontro fra “l’uomo” e “l’avventore” fa intuire la profonda drammaticità del personaggio. Un uomo colpito da epitelioma sa che dovrà morire da un momento all’altro e vive i suoi ultimi giorni in un disperato delirio, come assente dalla propria vita ma mostrando un disperato attaccamento alla vita stessa colta nei suoi atti e gesti più semplici umili e quotidiani, come quelli di una commessa che fa un pacchetto e lo guarnisce di nastri: L’uomo dal fiore in bocca è veramente colui che è capace di cogliere i sensi più riposti della vita.

     Subito dopo, parte per Parigi (per la prima volta varca i confini dell’Italia per seguire il suo teatro) dove il 5 aprile assiste alla prima dei Sei personaggi (Six personnages en quête d’auteur), con la traduzione di Benjamin Crémieux, al Théatre de la Comédie des Champs Élisées con la direzione di Georges Pitoëff (attore e regista). Al banchetto in suo onore, come scrive alla figlia Lietta che si trova ancora in Cile, partecipano ministri uomini politici, l’Ambasciatore italiano, letterati e artisti di Francia e gli viene conferita la Legion d’onore. Parigi tributa il definitivo trionfo al dramma: è un successo strepitoso che affermerà la fama nel mondo di un Pirandello che raccoglie trionfali accoglienze. “Son ritornato da Parigi, non tanto stanco - scrive alla figlia Lietta in Chile - quanto turbato e commosso dalle accoglienze che mi sono state fatte, veramente trionfali, come avrai potuto vedere da alcuni ritagli di giornali che ti mando e che ti prego di conservare. È il primo caso, e veramente d’inaudita eccezionalità, che uno scrittore italiano sia rappresentato contemporaneamente in due teatri di Parigi. E le repliche dei due lavori saranno innumerevoli”. Ormai il «dramma da fare» è rappresentato nelle maggiori città d’Europa.
     Il 12 ottobre 1923 viene rappresentata al Teatro Quirino di Roma La vita che ti diedi da Alda Borelli, una tragedia che è imperniata tutta sull’amore materno, un figlio che ritorna dopo sette anni completamente cambiato fino ad apparire un estraneo e muore poco dopo il ritorno:
 

     La vita che ti diedi - Primo Atto - Donne alla veglia di un giovane che sta per morire e dolore per la sua morte. Durante la veglia veniamo a conoscere l’antefatto: partito sette anni prima per studi per Firenze si innamora di una donna sposata, la signora Maubel, che dopo un po’ di tempo deve seguire il marito a Liegi; il giovane la segue. Il cadavere è vegliato dalla madre, che non riconosce in quel corpo Fulvio, il figlio partito sette anni prima così bello e giovane e pieno di speranze e pensa che sia un’altra persona; per questo decide di farlo seppellire nudo, semplicemente avvolto in un lenzuolo: suo figlio vivrà con lei e dentro di lei finché lei stessa avrà vita. Oggi la madre non ha più lacrime, perché ha già pianto per sette anni, quanti ne sono passati dalla sua partenza, e al ritorno arriva un figlio completamente diverso, anche nel fisico, da quello che lei ricordava e amava, perché il figlio che lei amava era rimasto con “quella là”, la donna che amava. Ricordarlo significava per la madre dargli ancora un po’ di vita, come dal principio, come sempre: la morte non può essere la cancellazione totale, ma la vita che va al di là della morte fisica, una vita tessuta d’amore reciproco. All’improvviso arriva una lettera di “lei”, la donna del figlio, che negli ultimi tempi aveva manifestato il desiderio di abbandonare figli e marito e di raggiungerlo, con la quale annuncia la sua prossima partenza. La madre decide allora di scriverle.


     Secondo atto - Con il cameriere Giovanni dispone delle piante per rendere più accogliente la casa: andrà lei stessa ad accoglierla alla stazione e per prima cosa le chiederà di seguirla a casa. Intanto arrivano i figli di Donna Fiorina, sorella di donn’Anna, anch’essi partiti per la grande città, ma solo da circa un anno. Donna Fiorina prova davanti ai figli la stessa sensazione di estraneità davanti al grande cambiamento che hanno subito, ma cerca di non pensarci, anche se le battute di Elisabetta gliela portano sempre alla mente. Ad un certo punto i due giovani, mentre si va spegnendo la luce del giorno, scorgono il lume acceso nella stanza vicina e chiedono se è quella la stanza dove è morto Fulvio: ma non di morte si parla: bensì di vita e quel lume rappresenta una situazione ben precisa: i figli che partono, muojono per la madre. Non sono più quelli! mormora Elisabetta, e Donna Fiorina si mette a piangere, un pianto che i figli pensano dovuto al dolore per la sorella: subito dopo i tre abbandonano la casa. Poco dopo arrivano Lucia Maubel e Donn’Anna dalla stazione. Lucia è frastornata dall’assenza di Fulvio; le due donne si parlano e Lucia confessa di essere in attesa di un bambino proprio di Fulvio e racconta del marito e dei suoi maltrattamenti e di non farcela più ad essere di tutti e due. Accetta quindi di passare la notte e vuole passarla proprio nella camera di Fulvio: Donn’Anna guarda la porta chiusa della camera del figlio e con il viso d’un ilare divino spasimo sa che il figlio vive anche in Lucia come in lei.


     Terzo atto - Il mattino dopo arriva la madre di Lucia, Francesca Noretti, che alla stazione aveva saputo della morte di Fulvio. Fra le due madri c’è un drammatico confronto. All’improvviso esce Francesca dalla camera di Fulvio: durante la notte lo aveva sognato e aveva sentito la sua morte. In questo modo Donn’Anna si rende conto che il figlio è ormai morto, perché morto è anche per Lucia e a nulla potrà valere la nascita del nuovo bambino. Alla fine convince Lucia a tornare a casa, a curare i suoi due bambini e a far nascere il terzo, a tornare al suo martirio: a tornare a - Martoriarsi - consolarsi - quietarsi. - perché - È ben questa la morte.

 

     Alla fine del 1923, mentre va in scena il 23 novembre al Teatro Nazionale di Roma (in vernacolo toscano con la riduzione di Ferdinando Paolieri) L’altro figlio con la Compagnia di Raffaello e Garibalda Niccòli, Pirandello compie un altro viaggio: a dicembre si imbarca sulla nave “Duilio” a Napoli per New York, dove arriva il 20 e assisterà al Fulton Theatre (ribattezzato per l’occasione Pirandello’s Theatre) alle rappresentazioni dei Sei personaggi e di Così è (se vi pare); il viaggio è fatto in compagnia dell’attore Arnold Korpff che metterà in scena l’Enrico IV (The Living Mask). All’arrivo a New York viene ricevuto “da un esercito di giornalisti americani e italiani e di fotografi” (lettera al figlio Stefano). Festose sono le accoglienze degli italiani, e soprattutto della numerosa comunità siciliana: sono due mesi esaltanti.
     Al ritorno in Italia, in maggio (il 22 o il 23?) assiste al Teatro dei Filodrammatici di Milano, con la Compagnia diretta da Dario Niccodemi e gli interpreti principali Luigi Cimara e Vera Vergani alla prima di Ciascuno a suo modo, il secondo dei «drammi da fare» (della trilogia del teatro nel teatro, una definizione che lo stesso autore adotterà dopo aver messo in scena il terzo dramma, Questa sera si recita a soggetto nel 1930), che ripropone la storia della donna fatale, presente nel romanzo Si gira... .
     La prima di Ciascuno a suo modo fu preceduta già da polemiche, sollevate sollevate dal feroce avversario di Pirandello, il critico Domenico Lanza, che aveva per le mani la recentissima pubblicazione dell’opera (caso unico nella vita del Nostro Autore la pubblicazione dell’opera prima della rappresentazione) aveva recensito il testo in maniera molto negativa con “quattro colonne di vituperi” come scrisse lo stesso Pirandello in risposta sul Corriere della Sera. Grande perciò divenne l’attesa. Il primo atto ebbe un grande successo: pur con qualche dissenso, gli applausi durarono per tutta la durata dell’intervallo; Ma alla fine del secondo i dissensi furono più marcati: l’uscita dello stesso Pirandello sul palcoscenico mise tutti d’accordo: l’applauso fu unanime, come ci racconta Renato Simoni in Trent’anni di cronaca drammatica, (Ilte, Torino 1954, pag. 78). Il dramma parte da un fatto di cronaca per operare quella mistione tra cronaca quotidiana e finzione scenica, tra realtà vissuta e creazione artistica che sarà uno dei punti fondamentali del teatro oltre che della narrativa pirandelliana.
     L’estate del ’24 Il Pirandello la trascorre a Monteluco con la famiglia del figlio Stefano, anche nell’attesa del ritorno della figlia Lietta col marito dal Cile, un desideratissimo ritorno che stava lentamente slittando di quasi un anno. La famiglia si stava per riunire, ma il destino aveva in serbo ancora una carta importante, che inciderà non soltanto sull’arte ma anche sulla vita privata dell’autore.

 

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V - Il Fascismo e la Musa

 

V-a. L'adesione al fascismo

 

    «Eccellenza, sento che questo è il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita in silenzio.


Se l’Eccellenza Vostra mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregierò come massimo onore tenervi il posto del più umile e obbediente gregario»

 

     Questa è una parte del messaggio che Luigi Pirandello inviò a Mussolini nel settembre 1924, nel periodo della massima incertezza e della massima debolezza del regime che Mussolini da poco ha cominciato a instaurare e a realizzare dal punto di vista istituzionale. Tre mesi prima (il 10 giugno), Giacomo Matteotti era stato rapito e poi presumibilmente subito dopo assassinato da un gruppo di squadristi capitanati dal famigerato fascista fiorentino Amerigo Dumini (detto il Panella).

     Ma pur esistendo questa adesione apparentemente totale al fascismo, una adesione che non sarà del resto mai ritirata, i rapporti tra Pirandello e il Fascismo sono tormentati e contraddittori, e direi anche influenzati da vicissitudini personali (il proprio successo e quello di Marta Abba) e da ideali (come la creazione di un Teatro Nazionale). Dal 1925 Pirandello era preso da due passioni, che diventano intimamente connesse e in qualche modo interdipendenti, tanto da cancellare o mettere in secondo piano tutto il resto, perfino i figli: il teatro e Marta Abba: e la sua era un’arte che mal si adattava alle direttive e allo spirito del fascismo, perché l’arte è aliena da qualsiasi orientamento o linea di condotta dittatoriale. Già dal 1927 Pirandello comincerà a distinguere tra la propria disinteressata adesione e il comportamento spesso “gaglioffo” di molti che mangiavano e si saziavano nella mangiatoia fascista senza produrre nulla di buono; anzi distruggendo il Teatro italiano, come il “famigerato” Paolo Giordani (impresario teatrale, consigliere delegato della società teatrale Suvini-Zerboni e della Società Finanziaria Italiana per la gestione di aziende teatrali e commerciali e della società del Teatro Drammatico), più volte accusato da Pirandello di essere il losco despota dei trusts che monopolizzavano i teatri italiani per lungo tempo protetto da Bottai, condannato nel 1935 a cinque anni di confino ma riabilitato dallo stesso Mussolini dopo pochi mesi.
     Pirandello è considerato dai fascisti come un corpo estraneo, nel senso che i suoi atteggiamenti e il pensiero espresso dalla sua arte non sono allineati alla “filosofia” fascista, e nessuno dei suoi personaggi, neanche lontanamente, esprime l’atteggiamento del “libro e moschetto, fascista perfetto”. Pirandello non è un intellettuale fascista, nel senso che l’intellettuale è una persona che, grazie alle sue eccezionali capacità intellettive e conoscenze culturali, con la sua opera e colle sue azioni “esercita una profonda influenza in seno a una classe sociale, a una categoria, a un partito politico, in modo da costituirne la guida, l’elemento dirigente, la mente organizzatrice”: l’intellettuale è colui che si pone e si impone al centro della situazione. E a questo proposito Leonardo Sciascia afferma che “L’arte pirandelliana non ha nulla a che fare col fascismo, ma l’uomo sì!”, distinguendo opportunamente l’artista dall’uomo. Ma è una distinzione che comunque non soddisfa pienamente, perché quando Pirandello si presenta in camicia nera alle parate fasciste non è solo l’uomo che fa atto di presenza lasciando a casa il Pirandello-artista, (“jeri ... alle 10 son dovuto andare in camicia nera al grande discorso del Duce alla II Assemblea Quinquennale del Regime, e m’è passata così tutta la mattinata”, scrive a Marta Abba il 19-3-1934). Fino a che punto è possibile accettare l’affermazione di Leonardo Sciascia? Si tratta forse dell’uomo che ha mire ambiziose di potere (essere a capo del Teatro Nazionale), avere la possibilità di guadagnare moltissimo? Comunque, tolto l’uomo, resta la sua arte: ma è quell’uomo che intriga e fa discutere perché obittivamente non ha ancora trovato, e forse ma la troverà, la sua reale collocazione.
     Pirandello diventa “fra le quinte” un personaggio scomodo non tanto per la sua grande arte, che non va contro nessuno, quanto per la sua scomoda posizione sociale e personale, così diversa e contraria ai grandi valori in cui crede la maggioranza delle persone e lo stesso regime fascista, di cui a Pirandello sotto sotto credo che non interessi poi molto se non per raggiungere un obiettivo, che non riguarda lui direttamente, ma la sua Marta.

     È comunque difficile capire quale sia il motivo che spinge Pirandello ad avanzare la richiesta di adesione al fascismo e le intime motivazioni della mancata sconfessione di quell’adesione, come altri personaggi fecero, pur avendo strappato la tessera del fascismo in una burrascosa lite con alcuni gerarchi romani, che volevano costringerlo ad accettare decisioni prese in alto e contro le quali nessuno aveva il coraggio nemmeno di manifestare il proprio dissenso. Questo atteggiamento ambiguo tra l’adesione e lo spirito di critica e di indipendenza è il nodo gordiano, che ognuno può risolvere a modo proprio, perché per scioglierlo bisognerebbe capire a fondo l’uomo e i suoi sentimenti. E che Pirandello sia perfettamente consapevole dell’impossibilità di essere indipendenti e che il fascismo abbia esteso i suoi tentacoli ad ogni aspetto della vita pubblica fino a determinare perfino il modo di pensare e di agire della gente è dimostrato: basta leggere queste righe scritte a Marta Abba da Berlino il 27 settembre 1936: “fin da jersera son venuti a trovarmi due agenti, Ahn e Simrok, divenuti ormai, col nuovo regime, i primi di Berlino e della Germania, i quali sono animati dal proposito di fare una rinascita del mio teatro qui e mi hanno offerto condizioni vantaggiosissime. Alfieri ha promesso loro che ne avrebbe parlato domani o doman l’altro col Goebbels che gli si dimostra amico. Se verrà l’autorizzazione, l’affare è fatto. Qua ci vuole l’autorizzazione per tutto; e per tal riguardo si sta molto peggio che da noi.

     Agli occhi di Pirandello certamente la classe politica italiana, che aveva retto le sorti del Paese dal 1890 in poi, era responsabile di una Grande Guerra che aveva toccato nell’intimo ogni persona, con morti, feriti e prigionieri, distruzioni e miseria nuova aggiunta alla miseria vecchia, e si era dimostrata incapace di risolvere i problemi del paese e ancor peggio, di capire i bisogni e i problemi del paese (pensiamo ad esempio a cosa pensavano i politici del “paese reale”). L’adesione è innanzitutto un atto d’accusa contro quella classe politica che era partita dallo scandalo della Banca Romana. Al contrario, il fascismo si poneva come l’unica formazione in grado di rompere con il passato e di risolvere i problemi, e qualcosa in questa direzione viene pur fatto, se pensiamo ad esempio all’istituzione della “Cassa mutua” e della pensione di vecchiaia che pone la legislazione sociale italiana all’avanguardia fra le nazioni civili e successivamente alla legge di riforma agraria. Ma nel contempo i mali morali del fascismo cominciavano a diventare sempre più evidenti, e i quattro anni trascorsi fuori dall’Italia dal ’28 al ’32 in “volontario esilio” gli faranno capire molte cose.
     Ma quando capisce, e questo avviene già a partire dal ’27, che l’essenza morale del fascismo è negativa almeno quanto quella della incapacità della vecchia classe politica dirigente, perché non sconfessa la sua adesione? Pirandello di fronte alla vita è nudo come i suoi personaggi, e ciascuno di noi può rivestirlo dei panni che ritiene più giusti: e per noi resta un mistero il suo atteggiamento più intimo. Vien da dire: è difficile conoscerlo! Di fronte alla politica svolge il ruolo passivo dell’osservatore, tanto che il regime non lo mostrerà mai come un fiore all’occhiello, ma in molte occasioni, come nel 1929, gli mette i bastoni fra le ruote impedendo la rappresentazione di Questa sera si recita a soggetto. Ma quale importanza e significato avrebbe assunto una sua eventuale sconfessione? In quanti modi diversi sarebbe stata giudicata quella sconfessione? Comunque col passare degli anni e coll’aumentare del suo terribile senso di solitudine, un atto pubblico del genere sarebbe stato assolutamente inutile. Mussolini non organizzerà mai una serata in onore di Pirandello, come quelle tributate a Stoccolma, a Parigi, a Londra, a Praga, a Berlino, a New York: il fascismo non ha bisogno di Pirandello per tirare avanti ma Pirandello ha bisogno del successo, sia artistico che economico, per tenere avvinto a sè una parte di Marta, che era più importante del fascismo e dei figli e della vita stessa, perché Marta (Santa Marta, come la chiama in alcune lettere) è la sua vita. Così scrive alla sua donna una ventina di giorni prima della morte, l’ultima volta in cui parla di sè, il 21 novembre 1936:


     New York è come una scacchiera; e, conoscendola, mi posso render conto benissimo di dove abiti: so la strada 53ma, dove taglia la VI Avenue (West); non ricordo soltanto se i numeri dispari siano a destra o a sinistra della strada. A che piano stai? Posso domandarlo al portiere. Già ci sono. Salgo con l’ascensore. Suono il campanello alla porta. Mi si presenta una “magnifica” cameriera negra.
 

     - Miss Marta Abba?
 

     E odo dall’altra stanza il Tuo grido:
 

     - Maestro! Maestro!
 

     Marta mia, che sogno! Soltanto a farlo, mi sento tutto rinascere. Ti farei, prima di tutto, un grosso rimprovero amoroso, d’aver trascurato la salute.


     ...
 

     Mi domandi di me, Marta mia, ti lamenti che non Ti parlo di me, di quel che faccio. Non faccio più nulla, Marta mia, sto tutto il giorno a pensare, solo come un cane, a tutto ciò che avrei da fare, ancora tanto, tanto, ma non mi pare che metta più conto di aggiungere altro a tutto il già fatto; che gli uomini non lo meritino, incornati come sono a diventare sempre più stupidi e bestiali e rissosi. Il tempo è nemico. Gli animi avversi. Tutto è negato alla contemplazione, in mezzo a tanto tumulto e a tanta feroce brama di carneficina. Ma poi, nel segreto del mio cuore, c’è una più vera e profonda ragione di questo mio annientarmi nel silenzio e nel vuoto. C’era prima una voce, vicino a me, che non c’è più; una luce che non c’è più...

 

C’era prima una voce ... una luce che non c’è più: quale importanza può avere ormai la vita stessa se quella luce-Marta non c’è più?
Forse è proprio per questo che, quando si parla di Pirandello, si tende a mettere in sordina la questione fascismo.

 

 

V-b. L’amore per Marta


     Alla fine del 1924 si costituisce a Roma davanti al notaio Metello Mencarelli il Teatro d’Arte, da un’idea di Orio Vergani e Stefano Pirandello, fondato da un gruppo di undici personaggi, tra cui figurano anche Massimo Bontempelli e Giuseppe Prezzolini, che per questo verrà definito il «Gruppo degli Undici», che nel ’25 affiderà la direzione artistica sia per la sua ormai grande esperienza che per la sua fama a Luigi Pirandello, che ottiene sovvenzionamenti per i lavori di ristrutturazione del Teatro Odescalchi. Sovvenzionamenti scarsi e che purtroppo arrivano a rilento (c’è perfino una contribuzione autorizzata da Mussolini di 50.000 lire).
     Nell’esperienza diretta del palcoscenico e attraverso il contatto diretto con gli attori ai quali cerca di far capire lo spirito dei suoi personaggi, correggendo toni e intonazioni, atteggiamenti mentali e perfino la postura del corpo in una sorta di interazione tra attore e personaggio che porta Pirandello ad accentuare la teoria del “siamo tutti personaggi che recitano una parte”, qualunque essa sia, voluta da noi o voluta dagli altri: viene a modificarsi, quindi, la concezione dell’attore, che, come avviene nei Sei personaggi, inevitabilmente tradisce il testo, recitandolo secondo la propria sensibilità e intelligenza e non secondo ciò che è presente; ora l’attore deve appunto identificarsi con il personaggio d’arte: Marta Abba arriverà a mettere sulla porta del suo camerino non il suo nome ma quello del personaggio. Pirandello, infatti, fa di tutto perché i suoi attori si calino nel personaggio.
     La direzione artistica della Compagnia del «Teatro d’Arte» costituisce un momento di fondamentale importanza nello svolgimento della poetica teatrale di Pirandello, che non si limita solo a dare delle indicazioni scenografiche contenute nelle didascalie delle opere, ma mette in pratica le sue idee e le sue intuizioni sia sul piano della messa in scena che della recitazione, idee che era venuto affinando assistendo ad alcune rappresentazioni a Parigi e a Berlino, attraverso Antoine e Pitoëff da un lato e dall’altro alla scuola di recitazione russa, che aveva in Stanislavskij la sua massima espressione. Guido Salvini ricorda che nei primi tempi dell’attività del «Teatro d’Arte» Pirandello tenne ai suoi attori delle vere e proprie lezioni sui sistemi di recitazione sperimentati dalla scuola di regìa russa, che ha come centro l’idea che ogni attore deve calarsi nel personaggio, per sentirlo dentro fino a immedesimarsi. Pirandello diceva « calarsi in un personaggio » quasi come in uno scafandro. Si trattava di un termine che, tolto dalla sua genericità e reinserito nel contesto dell’insegnamento registico pirandelliano, raccoglie alcuni importanti risultati dello studio di regole e caratteristiche della regìa europea di quegli anni e si ricollega così, da un lato, al suggerimento della verità, della spontaneità, della «obbedienza» naturalistica dell’attore che voleva Antoine Pitoëff e, dall’altro, all’insegnamento della recitazione, secondo il mitico Stanislavskij, per il quale era essenziale il momento della «identificazione» col personaggio, alla quale si doveva arrivare con tutti i mezzi possibili, razionali e non, al fine di raggiungere quel «cerchio dell’attenzione» nel quale coinvolgere gli spettatori, in cui nulla di estraneo deve interferire.
     Il 4 aprile al Teatro Odescalchi ha luogo, alla presenza di Mussolini, l’inaugurazione del del Teatro d’Arte con la rappresentazione dell’atto unico Sagra del Signore della nave, ricavato dalla novella Il Signore della nave, pubblicato sulla rivista “Il Convegno” del 30 settembre 1924: è una commedia in cui risalta l’interesse per la scenografia di un Pirandello che si mette alla prova come direttore artistico della compagnia e manifesta qui il desiderio di una partecipazione corale della platea alla rappresentazione, affrontando difficili problemi scenici. L’opera si ispira ad un’antica leggenda fiorita intorno alla chiesetta di San Nicola eretta dai frati Cistercensi nel Duecento, che si trova in una piccola vallata a metà strada tra le rovine della valle dei Templi e la città agrigentina.
 

     Il giorno della festa di San Nicola è caratterizzato da due avvenimenti particolari: la sagra della macellazione del maiale, avvenimento folkloristico diffuso in molti paesi della Sicilia, con tanto di “Mastro Medico” che deve sovrintendere come incaricato del Comune al primo scannamento dei suini, e il ringraziamento dei marinai che sono scampati, miracolati appunto da San Nicola, alla “mala morte” in mare. Nella mattinata sul piazzale antistante la chiesa, fra le bancarelle che espongono per la vendita le carni di maiale insieme a insaccati e altri prodotti, e le tavolate imbandite per una “abbuffata” collettiva, arriva la processione dei marinai miracolati, ciascuno dei quali viene avanti senza senza scarpe e accompagnato da tamburini, portando “sul petto una tabella votiva, appesa al collo” sulla quale è dipinto un mare in burrasca e una barchetta col suo nome ben visibile e “il Signore della Nave” che appare e fa il miracolo.


     I due motivi, il sacro e il profano, si intrecciano creando un’atmosfera paesana un po’ primitiva, con tanto movimento, in cui i sentimenti sono assolutamente naturali. È quest’atmosfera che bisogna tener ben presente per capire l’alterco fra il grasso “Signor Lavaccara”, che si era pentito di aver portato allo scannatoio il suo bellissimo e intelligente maiale Nicola (gli mancava solo la parola) e non aveva fatto in tempo per ritirarlo per riportarselo a casa, e il “giovane pedagogo”, maestro del piccolo Lavaccara, che che sostiene che i maiali non possiedono intelligenza perché mangiano per ingrassare e quindi non per sè ma per gli altri. Gli uomini, invece, con la loro beata intelligenza, mangiano non per gli altri, ma per sè. Perché un porco è porco e basta, mentre un uomo può essere porco e avvocato, porco e professore, porco e notajo, ecc. Alla fine tutti, uomini in foia sborniati e furenti e donne ubriache strappate scarmigliate ... si butteranno a danzare un frenetico trescone. Ma all’improvviso s’ode un rintocco di campana: c’è la processione del “Signore della Nave”.  I presenti allora si battono furiosamente il petto e piangono pentendosi dei propri peccati. Si sono ubriacati, si sono imbestiati; ma eccoli qua ora che piangono dietro al loro Cristo insanguinato! E volete una tragedia più tragedia di questa?

 

     La Compagnia scrittura per un anno (dalla Quaresima del 1925 al Carnevale del 1926) la giovane Marta Abba come prima attrice, che debutta con Nostra Dea di Massimo Bontempelli, una «commedia moderna» nella quale l’autore afferma “una di quelle verità quotidiane, che ognuno ha cento volte modo di osservare, e prima le esaspera fino a darle un sorprendente aspetto di paradosso, poi grado a grado ne viene sviluppando le più impensate e divertenti conseguenze. I quattro atti alternano continuamente i toni più diversi della comicità più piena e gioconda alla più tagliente indagine dell’animo umano” (Dal programma di sala della serata).
     In giugno è a Londra, in luglio a Parigi; dopo un breve soggiorno in Italia, fra ottobre e l’inizio di novembre la Compagnia è in Germania (Berlino, Dresda, Colonia, Kassel, Düsseldorf, ospite del Governo a Bonn, altri centri monori); dal 12 novembre al 30 luglio del 1926 lunga tournée in 22 città italiane. Nei tre anni di vita della Compagnia vengono allestiti cinquanta spettacoli, molti dei quali rimangono tra i più significativi della storia del teatro italiano.

La conoscenza di Marta Abba sconvolge la vita di Pirandello e rappresenta una svolta importante, perché apre un campo nuovo nella drammaturgia pirandelliana, che attraversa dal 1910 cinque fasi essenziali, che spesso si sovrappongono, ma sostanzialmente corrispondono a cinque momenti della vita dello scrittore e dei suoi interessi e sentimenti; sono fasi, cui corrispondono tematiche ben precise, che possiamo così schematizzare, tenendo conto che ogni schematizzazione presenta sempre delle incongruenze:

 

1
1910 - 17
Teatro dell’uomo
 
Realtà
Superstizione
Uomo
Religione
La morsa
Lumìe di Sicilia
Il dovere del medico
Se non così
Cecè
Pensaci, Giacomino
Liolà
La giara
La patente
L’imbecille
Bellavita
2
1918 - 25
Teatro del personaggio
Pirandello al centro della scena
Realtà e apparenza
Forme di vita
La vita della forma
Così è, (se vi pare)
Il berretto a sonagli
Il piacere dell’onestà
Ma non è una cosa seria
Il giuoco delle parti
L’innesto
L’uomo la bestia e la virtù
Tutto per bene
Come prima, meglio di prima
La signora Morli una e due
3
1921 - 30
Trilogia del teatro nel teatro
Teatro come vita, vita come teatro
Personaggi vs attori
Attore vs spettatore
Personaggi vs regista
Sei personaggi in cerca d’autore
Ciascuno a suo modo
Questa sera si recita a soggetto
4
1925 - 32
Teatro della donna e dell’amore
La donna (Marta)
al centro della scena
L’amore
Rapporto uomo donna
Marta e Pirandello
Diana e la Tuda
L’amica delle mogli
O di uno o di nessuno
Come tu mi vuoi
Trovarsi
Quando si è qualcuno
Non si sa come
5
1932 - 36
Teatro dei miti
Il mito:
come al di là,
come poesia,
come eternità
Esistenza e mito sociale
Maternità e mito religioso
Poesia come mito
La nuova colonia
Lazzaro
I giganti della montagna
(La favola del figlio cambiato)

 

     L’incontro con Marta sconvolge Pirandello che d’ora in poi cambia atteggiamenti anche nei confronti delle persone che più gli stavano vicine. Vediamo quel che scrive Benito Ortolani nella sua introduzione a “Pirandello, Lettere a Marta Abba”, nell’edizione mondadoriana dei Meridiani:


     La sorte aveva fatto incontrare troppo tardi a Pirandello il più grande amore della sua vita, e in circostanze morali e giuridiche tali da renderne comunque impensabile una realizzazione alla luce del sole. Il primo incontro avvenne a Roma, al Teatro Odescalchi, dove il Maestro stava mettendo insieme una compagnia con la quale intendeva dare anche all’Italia un teatro nobilmente ispirato e di alto livello artistico. L’attrice era stata scritturata per debuttare nel ruolo di protagonista nel dramma di Massimo Bontempelli Nostra Dea. Veniva da Milano, non aveva ancora compiuto venticinque anni, ed era ai primi passi della carriera. Autore ormai affermato in Europa e al di là dell’Oceano, Pirandello aveva già cinquantotto anni, e si trovava in una situazione familiare particolarmente penosa per la malattia mentale della moglie, così grave da rendere necessario il suo internamento in una casa di cura, senza serie speranze di guarigione. Il divorzio allora in Italia non esisteva, i figli di Pirandello erano più vecchi di Marta. Da autentico gentiluomo siciliano, correttissimo, all’antica, il drammaturgo aveva un profondo pudore a esternare i sentimenti che pur gli esplodevano dentro; era anche conscio che la fama internazionale di cui godeva attirava su di lui l’attenzione del mondo. E l’incombere della vecchiaia lo ossessionava.


     In una scena del suo ultimo dramma, Quando si è qualcuno, dove l’ispirazione autobiografica sembra prevalere, Pirandello presenta un anziano poeta al quale la giovane Veroccia rinfaccia il tempo in cui lei, innamoratissima, gli si era offerta tutta: «tutta - e tu lo sai - tu che non hai voluto, vile... non hai avuto il coraggio di prendermi, di prenderti la vita che io t’ho voluta dare - per te che soffrivi di non averne nessuna». È la fine del secondo atto e il poeta, rimasto solo, si mette a parlare con tenerezza infinita a Veroccia, come se fosse ancora presente: «... eri pronta a tutto... E ora mi rinfacci il male che non t’ho fatto... Tu non l’hai compreso questo ritegno in me del pudore d’esser vecchio... e la vergogna dentro, la vergogna allora, come d’una oscenità, di sentirsi, con quell’aspetto di vecchio, il cuore ancora giovine e caldo». Il dramma sembra riflettere situazioni cui le lettere accennano: il non aver voluto e non aver potuto realizzare un grande amore destinato ad ardere senza più spegnersi, insoddisfatto, irraggiungibile, e quasi precipitato in un limbo penoso in seguito a un misterioso episodio traumatico al quale lo scrittore allude come a un evento ben noto a Marta: quella «atroce notte passata a Como» (lettera del 20 agosto 1926). Anni dopo (1929), abbandonato da Marta a Berlino, Pirandello attribuirà la sua miseria a un «sentimento che non c’è più» nel cuore dell’amata. Ma la speranza che quel sentimento possa rinascere non lo lascerà fino all’ultimo giorno.»


     In queste parole troviamo compendiata la storia d’amore di Pirandello per Marta, che ha il suo momento più profondo e drammatico in riva al lago di Como, in una notte tra l’1 e il 6 ottobre 1925 durante la prima delle trasferte nella città lariana della compagnia del Teatro d’Arte, prima di partire per la tournée in Germania: ciò che avvenne quella notte resta misterioso per noi e caratterizzerà d’ora in poi il loro rapporto e sprofonda lo scrittore in uno stato di depressione che col passare degli anni diventerà sempre più acuto, tanto che nei momenti in cui la cappa di solitudine diventerà più pesante e irrespirabile, penserà più volte al suicidio.
     Pirandello incontra in Marta il grande amore, e lei, anche per compiacerlo, affigge sulla porta del suo camerino non il suo nome ma quello dei personaggi che viene man mano interpretando. La sesta donna della sua vita sembra diventare quella più vera ed importante, ma leggendo molte delle sue lettere, anche quelle alla figlia Lietta quando questa si trovava in Cile, i contorni della passione e dell’amore sono sempre gli stessi. Fin dal primo incontro l’attrice è l’unico punto di riferimento della vita di Pirandello che vive ogni momento in funzione di lei e per lei anche se troppo poco con lei, come avrebbe voluto e come fortemente desidera, ma questo desiderio non si realizzerà mai. Marta nell’anima di Pirandello assume il ruolo di santa guida, di consigliera infallibile, di ispiratrice del suo teatro, di colei che con la sua presenza sia fisica che spirituale, attraverso una lettera o un telegramma, lo può salvare dalla depressione donandogli la vita: un suo sguardo, una sua parola detta o scritta diventa un alito di vita indispensabile, e quando questo alito non arriverà più, perché la donna si trova in America, troppo lontana, il suo corpo non avrà più la forza di lottare contro la depressione e l’angoscioso senso di solitudine che lo attanaglia ormai da molti anni: è il fatale 10 dicembre 1936.
     Col 1925 comincia per Pirandello un decennio che sarà dominato da una solitudine che col passare degli anni diventerà sempre più dolorosa e atroce, dalla quale potrebbe salvarsi solo in un modo: vivere con Marta Abba e non solo per Marta Abba: ma questa soluzione è per tanti versi inattuabile, sia per motivi di educazione profonda dei due personaggi, sia per motivi di convenienza sociale, perché nessuno avrebbe potuto tollerare una tale unione vista la differenza di età (33 anni) e la sua situazione matrimoniale. È un decennio di sofferenza che porta lo scrittore in un “abisso di tristezza senza fine” e a diventare “come una mosca senza capo”. Da adesso in poi tutte le sue azioni saranno scandite dalla presenza fisica o anche soltanto pensata di Marta, della quale, quando sono lontani, vorrebbe conoscere ogni momento, sapere tutto quello che fa in ogni attimo della giornata, per poterla seguire con l’immaginazione momento per momento. È una dolce ossessione che da un lato rasenta la follia e dall’altro gli dà quella terribile forza di vivere che lo sorreggerà fino agli ultimi istanti della sua esistenza.
     La follia d’amore e la realtà della vita, con tutti i suoi problemi, saranno le due componenti di ogni sua giornata. La sua visione di Marta, i suoi pensieri su Marta, i pensieri stessi di Marta, i consigli di Marta saranno d’ora in poi non solo l’oggetto della sua ossessionante condizione amorosa, ma anche della sua arte: nasceranno in questo modo Diana e la Tuda, Come tu mi vuoi, L’amica delle mogli ed altre importanti opere teatrali fino a Trovarsi, in cui il personaggio è sospeso tra l’arte della recitazione e la vita reale.

 

 

V-c. Il nuovo rapporto con i figli


     Nel gennaio 1925 Lietta col marito Manuel e il figlio, nato in un drammatico parto che lo segnerà crudelmente nei suoi pochi anni di vita, e la piccola Lietta torna dal Cile e va ad abitare in via Pietralata, nella casa del padre che fino a quel momento era stato insieme al figlio Stefano con la moglie Olinda che in questo modo ritrovano la loro libertà di movimento. Manuel incomincia a mettere ordine fra le carte del suocero. Diventa il suo segretario, sollevando Stefano da un compito che gli pesa, ne cura con competenza gli interessi ottenendo perfino una procura a trattare e stipulare contratti. La stessa Lietta crede di trovare la stessa situazione che aveva lasciato tre anni prima. Ma la realtà è diversa. (Le parole in corsivo sono citazioni da M. Luisa Aguirre, cit.)
     La situazione sembra inizialmente buona e favorevole per ricostruire quella unità familiare che si era frammentata con la lontananza in Cile di Lietta. Ma in febbraio avviene il fatale incontro tra Marta e Pirandello, che già era molto assorbito dall’impegno come direttore della Compagnia, nella quale cominciano subito i problemi, che Stefano, uno dei dodici firmatari, dovrebbe conoscere abbastanza bene, e sono problemi ovviamente di natura economica: al grande successo artistico non fa seguito un altrettanto grande successo economico e i sovvenzionamenti promessi dal regime tardano a venire e quando arrivano sono largamente insufficienti. Manuel compra un terreno in via Onofrio Panvinio (una traversa di via Nomentana), intestandolo ovviamente a Pirandello, e fa costruire un villino quando i proventi dai diritti d’autore sono copiosi e possono essere in larga parte utilizzati. Ma giorno dopo giorno i problemi economici diventano sempre più pressanti, con incassi spesso disastrosi, come confermano molte testimonianze.
     Nel villino di via Onofrio Panvinio si trasferiscono alla fine del 1925 dopo la morte del piccolo Manolo di Lietta e la nascita di Maria Luisa: Luigi Pirandello è sempre fuori Roma, in tournée, in Inghilterra, in Francia, in Germania e infine in Italia. Lietta è gelosa di Marta sia perché allontana il padre dai figli colla sua presenza, sia perché ha preso il suo posto accanto al padre, anche se è un posto che col passare dei mesi si fa del tutto particolare visto il tipo di rapporto che si instaura fra i due. Luigi sul piano umano ha perso la testa e sembra vivere in un perenne stordimento nel quale non vede che Marta, non pensa che a Marta, non ascolta che Marta, dimenticando i figli che diventano sempre più un peso e cacciandosi in una situazione strana che porta alla solitudine e alla depressione: si trova davanti a un bivio, una strada è l’accettazione dell’amore per Marta che significa abbandonare i figli, l’altra strada è l’accettazione dei figli che avrebbe significato abbandonare Marta razionalizzando il suo sentimento. E Pirandello segue l’istinto.
     Ciò che manca in questo momento, e che mancherà fino alla fine dei suoi giorni, è proprio la razionalizzazione di ciò che prova nel suo intimo e di quelli che sono i suoi doveri di uomo e di padre, che così bene aveva descritto nella novella La carriola, composta probabilmente nel 1916, nella quale la soluzione è rappresentata da un gesto: qui non esiste alcuna soluzione,. Da questo momento possiamo parlare di una dicotomia nella personalità di Pirandello: da un lato l’uomo, coi suoi problemi e la sua discutibilità, dall’altro l’artista, grande, che si afferma sempre più e che affronta l’ultima stagione della sua vita col tormento, profondamente radicato in un animo scosso da tante sfortune e disavventure, di un amore irrealizzato. È una situazione che possiamo così sintetizzare:


- un grande artista
- un padre che non fa il padre
- un marito che non fa il marito
- un fascista che non è fascista
- un amante che ama una donna che non non è la sua amante e che per lui prova affetto e gratitudine e tanto altro, ma non amore: basta leggere Trovarsi per rendersene conto.
 

     Il rapporto Abba-Pirandello diventa oggetto di critiche più o meno velate e diffuse non solo nell’ambiente teatrale. La rottura tra Pirandello e tutto ciò che lo circonda diventa insanabile. Tra l’aprile e il maggio del 1926 Lietta scrive al padre: leggiamo come riporta l’episodio Maria Luisa Aguirre (cit. pag. 133-134)


     « Nell’aprile o nel maggio del 1926 scrive al padre una lettera che desta il suo risentimento. Avevo sentito parlare di questa lettera, ma fra le carte di mia madre c’è solo la minuta di un’altra lettera (non so se questa seconda lettera fu poi scritta e inviata) che dice:


     «Papà mio, forse non ti interessa sapere come sono andate e vanno le cose qui: te ne sei allontanato anche materialmente e devi giudicare senza vedere e sapere, da quello che te ne arriva lassù. Così non saprai mai come e perché e con che scopo io scrissi quella lettera. Io sapevo che mi difendevo il mio Papà e non ho veduto altro: la maniera mi fu suggerita come la migliore, l’unica forse. Papetto mio, tu sei l’unica persona che per qualche anno ha reso quasi felice questa mia vita disgraziata. Ma del mio affetto a te ormai non t’importa e quindi non puoi trovarmi scuse. Sono andata a cercarti a Milano per dirti quello che non so più scrivere, ma non m’è riuscito di sapere dov’eri.»

 

     Le parole di Lietta sono inutili, come inutile era stata la disperazione per la lontananza del padre. Aveva letto e aveva sentito parlare con poco rispetto di lui: glielo avrà scritto con parole che lo avranno ferito. Lietta avrà mancato di prudenza. Ma non è del tutto colpevole: quella lettera l’hanno incitata a scriverla, soltanto lei può permetterselo, le hanno detto. »

 

     Ai primi d’agosto del 1926 Pirandello torna a Roma per pochi giorni; i rapporti tra i figli sono diventati burrascosi. Stefano e Fausto, che vedono Lietta vivere in grande agiatezza mentre Manuel spesso ritarda il pagamento dei loro assegni vogliono chiarimenti: nel villino di via Onofrio Panvinio urla e grida contrassegnano la tragedia di una famiglia disunita. Pirandello si rende conto della tragica situazione finanziaria in cui versa; Lietta e Manuel, sono accusati di sperpero e di appropriazione di somme di denaro e Manuel non ha la possibilità di difendersi e di provare come tutte le sue azioni siano state rivolte a migliorare le condizioni finanziarie della famiglia (la stessa costruzione del villino potrebbe confermare le sue parole, che con l’annesso terreno ha un valore di circa un milione) facendo anche in modo che queste non risentissero delle disperate condizioni in cui versava la compagnia, per le quali Pirandello versa grandi somme e il 4 ottobre 1925 (quasi un anno prima) era arrivato perfino ad inviare un telegramma a Mussolini pregandolo di intervenire tempestivamente per evitare per sé e per la propria famiglia la bancarotta. Manuel e Lietta sono costretti ad abbandonare la casa e restano privi di mezzi finanziari: Pirandello aveva fatto perfino bloccare il loro conto corrente. Vengono ospitati dalla zia Lina a Viareggio finché non raggranellano la somma per pagarsi il viaggio di ritorno in Cile che avverrà l’anno seguente; i rapporti stessi fra i due coniugi diventano difficili, Lietta si sente sola e isolata dalla famiglia e non può ricorrere a nessuno nei momenti più dolorosi.
     Del doloroso episodio così scrive a Marta Abba il 5 agosto:


     «Cara Marta,
     posso darti finalmente qualche notizia su quanto si prepara per il venturo anno comico. Ma debbo dirti prima, che non ti ho scritto finora perché la mia casa, il giorno dopo il mio arrivo, è stata purtroppo teatro di scene selvagge tra i miei figli e mio genero. Puoi immaginarti in quale stato d’animo mi trovi. Sono andato giù in pochi giorni, più che in dieci anni. Ma ho ancora tanta forza in me, da riavermi subito, appena passato questo momento di tempesta. Oggi alle 5 l’avvocato finirà d’accertare come stanno le cose, e si deciderà la sistemazione e il modus vivendi di ciascuno. ...»

 

     Trascorreranno tre lunghi anni prima che possano essere in qualche modo ricuciti i rapporti familiari, anni che non bastano comunque a far superare a Pirandello i suoi problemi finanziari, che, ironia delle liti, solo con la vendita del villino di via Panvinio nel 1929 potranno essere appianati ma le sue finanze non diventeranno mai floride viste le ingenti spese. Lietta ritornerà in Italia nel 1930. Ma le parole di Pirandello saranno amare: così scrive a Marta l’11 maggio mentre si trova a Berlino alle prese con la preparazione di Questa sera si recita a soggetto:
 

     Ora sei a Roma, Marta mia. Speriamo che non abbia a prenderti dispiaceri, né col pubblico né con la critica. Ma per quest’ultima ci ho i miei dubbi. Non so se vorrai vedere i miei figli, che ora sono tutti e due a Roma. Regolati come Ti senti e come Ti pare, Marta mia, senza nessun riguardo per me. Io non ho avuto altro da loro che amarezze senza fine, e ancora non mi lasciano in pace. È arrivato l’altro jeri da quell’altra sciagurata che sta in America un telegramma a Roma così concepito: “Pregovi mandarmi quindicimila posta aerea mio viaggio di ritorno, evitare conseguenze irreparabili, avvisare papà”.  Naturalmente, mi hanno subito avvisato. Scusami se Ti ho parlato di questo. È per dirti qual è il mio animo verso i miei figli, perché Tu comprenda, che comunque Tu pensi di regolarTi, essi sono una cosa, io un’altra: nulla di comune con loro, altro che i dolori e i dispiaceri che mi dànno.

 

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VI - La coscienza dell'arte e l'espatrio

 

VI-a. La coscienza dell'arte

 

     Nel 1925 Marcel L’Herbier gira Il fu Mattia Pascal e chiama a interpretare la parte di protagonista Ivan Mosjoukine, il grande attore russo che prima della Rivoluzione d’ottobre aveva recitato in teatro la parte di Fedja Protasov de Il cadavere vivente di Tolstoj; Mosjoukine in Francia, nel periodo del cinema muto, era diventato un divo: «indimenticabile Mattia Pascal: - scrive Leonardo Sciascia in Pirandello dalla A alla Z, - nonché tutti i lettori del romanzo che hanno visto il film, forse lo stesso Pirandello non riuscì più a ricordare il suo personaggio se non con la figura, i movimenti e le espressioni di Mosjoukine».

     Tra il ’25 e il ’26, dopo una gestazione durata quindici anni, esce a puntate sulla Fiera letteraria l’ultimo romanzo, Uno, nessuno e centomila, che ha un lungo sottotitolo: “Considerazioni di Vitangelo Moscarda, generali sulla vita degli uomini e particolari sulla propria, in otto libri”; l’idea del romanzo nasce dalla novella Stefano Giogli uno e due del 1909. Già in una lettera del 26 giugno 1910, indirizzata a Massimo Bontempelli: Se sapesse in quale tetraggine io mi sento avviluppato, senza più speranza di scampo!!! Lo vedrà dal mio prossimo romanzo - Moscarda-uno-nessuno-e centomila che sarà forse l’ultimo aceto della mia botte, la quale - dicono - continua a saper di secco. e dieci anni dopo, in una intervista concessa all’«Idea Nazionale» del 10 febbraio 1920 fa capire l’importanza che attribuisce al romanzo:

 

«C’è un punto nel mio teatro che è rimasto ancora in gran parte oscuro per il pubblico: un punto che è fondamentale. Varrà, forse, a spiegarlo, un romanzo che spero di poter presto ultimare, Uno, nessuno e centomila, romanzo già annunziato e che ho dovuto interrompere, perché nella mia opera di narratore si è aperta questa parentesi del teatro, che mi auguravo si dovesse chiudere presto, e che invece, come purtroppo accade, è rimasta e rimane tuttora aperta per i molti impegni derivatimi dai primi lavori. In Uno, nessuno e centomila è studiato il dualismo dell’essere e del parere, la scomposizione della realtà e della personalità, il bisogno che l’essere ha dell’accadere infinito che si finisce nelle forme temporanee: il giuoco delle apparenze a cui noi diamo valore di realtà.»
 

     La scomposizione della realtà e della intimità stessa del personaggio, nei suoi pensieri, nei suoi valori, nelle sue aspettative, nelle verità che riteneva raggiunte, porta l’individuo a una condizione di profonda solitudine nel momento in cui capisce che il suo essere non non corrisponde a nessuno di quelli che gli altri, ciascuno per proprio conto si immaginano e che quindi l’immagine che ciascuno si fa di se stesso non corrisponde all’immagine che gli altri si fanno di lui. Da questo momento in poi proprio la solitudine sarà la compagna più fedele di Pirandello, superata soltanto quando si trova vicino a Marta.

 

 

     Uno nessuno e centomila - Il romanzo è diviso in otto libri, al modo degli antichi.
     Vitangelo Moscarda si trova davanti allo specchio guardandosi il naso che toccato in un certo punto gli fa male; la moglie lo osserva e gli chiede cosa sta facendo e alla risposta del marito (provo un certo dolorino) esclama con ingenuità: “Credevo ti guardassi da che parte ti pende”. Da questa stupefacente risposta Vitangelo si rende conto confusamente che sua moglie non lo vedeva allo stesso modo di come si vedeva lui, e comincia allora a cercare di rendersi conto di come veramente gli altri lo vedono a cominciare dalla moglie e dai suoi due soci in affari, Sebastiano Firbo e Stefano Quantorzo, per finire con le persone che più gli stanno vicino. Dalla prima conoscenza con il se stesso diverso da quello che vedono gli altri, Moscarda trae la prima grande conclusione: di non essere per gli altri quello che fino ad allora aveva ritenuto di essere per sè.

     La disintegrazione dell’individuo in tante forme di esistere quante sono quelle che ci danno le persone colle quali veniamo a contatto generano il problema della incomunicabilità e quindi di una condizione esistenziale dominata dalla solitudine. Moscarda cerca di ribaltare questa situazione generale, proponendosi come unico autore e generatore della propria forma di essere, distruggendo subito negli altri le forme che questi si creano. Il suo modo di agire non può che essere considerato folle dagli altri perché non allineato a nessuna delle forme che essi si sono create.

     Alla fine a Moscarda non resta che ritirarsi in un ospizio dopo essersi privato di tutto, per “rinascere attimo per attimo”, come una sorta di rivincita dell’individuo sull’Enrico IV che resterà fisso nella sua follia perché l’unica forma che gli altri gli hanno dato e che lo ha immobilizzato una volta per tutte impedendogli di vivere.

 

     Il 20 novembre 1926 viene rappresentata in prima mondiale allo Schauspielhaus di Zurigo tradotta in tedesco da Hans Feist, Diana e la Tuda, la prima di una serie drammi che l’autore compone ispirati alla sua musa vivente, Marta Abba; l’opera ha una gestazione abbastanza lunga: cominciata durante la tournée a Lipsia nell’estate del 1925, rappresenta il contrasto tra movimento e immobilità, tra mutevolezza e forma. Diana e la Tuda è centrata sul contrasto tra la vita in continua evoluzione e la forma dell’arte che la blocca - immortalandola nell’espressione di un attimo fissa per sempre, mentre il vecchio Nono Giuncano, che da anni ha distrutto tutte le sue opere, ammira nella giovane donna la forza vitale, sacrificata alla forma immota e fredda dell’arte. L’opera verrà rappresentata in Italia per la prima volta il 14 gennaio 1927 al Teatro Eden di Milano dalla Compagnia di Pirandello con Marta Abba.

 

     Diana e la Tuda - Atto primo - Studio dello scultore Sirio Dossi.
     La scena si svolge nello studio di Sirio Dossi, un giovane scultore, abbastanza ricco, tanto da poter vivere di rendita, che sta lavorando a una statua di Diana in cui vuole esaltare l’immagine della bellezza; posa per lui la modella Tuda che ad un certo punto, stanca, chiede un poco di riposo. Alla scena assiste Nono Giuncano, un vecchio artista che di Sirio è il maestro ed anche, secondo la voce comune, padre. Il dialogo è rapido: Tuda è una modella piena di vitalità e posa anche per altri artisti, ma Sirio è geloso, e lo manifesta soprattutto quando viene a sapere che un mediocre artista, Caravani, istigato da lei, s’è messo in testa di fare anche lui una statua di Diana. Il contrasto tra il vecchio e il giovane s’accende: per il primo “se vivere vuol dire morire ogni momento, mutare ogni momento” mentre la statua non muore e non si muta più, per il secondo la statua è vive nella sua immutabile bellezza da ammirare. Sopraggiungono intanto prima Sara, l’amante di Sirio, e poi Caravani, che vanno via insieme impedendo così che Tuda vada via con Caravani; Sirio le chiede allora di sposarla, solo per finire la statua e per evitare che Tuda faccia da modella anche ad altri artisti. è un matrimonio in bianco.

     Atto secondo - Stessa scena del primo atto. Tuda in abito da sera
    Tuda sta provando degli abiti con cappelli e pellicce con una sarta e una modista: gli stessi abiti provati sono disposti in modo da ricoprire le statue presenti nello studio; la scelta è difficile; tutte quelle spese sono una vera pazzia, fatte per punire Sirio per il suo atteggiamento. Arriva Sara, che apre la porta con la sua chiave (è ancora l’amante di Sirio Dossi) e resta sorpresa e un po’ sdegnata davanti a quel buffo spettacolo. È subito sfida fra le due donne, l’una armata del suo diritto d’amante, l’altra del suo diritto di moglie, anche se in bianco; e Tuda vorrebbe vendicarsi dei due amanti e di quello che le fanno soffrire. Arriva anche Giuncano, al quale Tuda si offre, pensando a consumare la sua vendetta contro Sirio, come modella non come moglie chiedendogli di prenderla con sé; ma Giuncano è cosciente della vitalità di Tuda e della sua vecchiaia, della sua esistenza senza vita: “La vita non mi deve riprendere”, esclama, e rivede in sé suo padre, un’immagine che lo perseguita: “Se sapessi che specie di ribrezzo provo, ora che vedo in me mio padre: sì, non so, come se avessero amato lui, non me: lui così - anche allora - quand’ero giovane. - Eh, le sapeva amare, lui, le donne; ne morì disperata mia madre! - Si vede che - questo corpo - quest’aspetto - le donne... Non te lo so dire! So, so ora, che non ero io - e che anche tutte quelle che amai dovettero a un certo punto accorgersene e si allontanarono da me, tutte, perché sotto questo corpo scoprirono me, diverso. - È più, più che ribrezzo; è odio, proprio odio. - Mi sembrerebbe di contaminare in te, così bella, la vita, con mani non mie.” L’atto si chiude con la Tuda che va via col misero pittore Caravani.

     Atto terzo - Stessa scena degli altri due atti
     Sara e Giuncano sulla scena. Tuda è scomparsa e Sirio la cerca disperatamente; si rivolge persino a Giuncano, suo presunto padre
Questa, che nel frattempo si è innamorata del marito, intende come lo scultore voglia esprimere nella statua anche un’inquietudine e un tormento della femminilità insoddisfatta e umiliata. Si dispone così a vendicarsi, e lo fa nel modo che può maggiormente offendere il marito: posando nuda - cioè - per quel mediocre pittore. Sirio lo sfida a duello e lo ferisce, dopo aver distrutto il suo quadro. Tuda, infine, in una drammatica scena, si getta verso la statua. Sirio crede voglia distruggerla e la minaccia di morte. Allora Giuncano, per impedire che Sirio risolva la Vita nella Forma, si slancia su di lui e lo strangola.
 

     Intanto porta a compimento L’amica delle mogli, tratta dalla omonima novella del 1894, dedicata a Marta Abba che la rappresenterà per la prima volta il 28 aprile 1927 con la Compagnia di Pirandello al Teatro Argentina di Roma davanti ad un pubblico entusiasta che per quattordici volte chiamerà gli attori alla ribalta per prolungati applausi. L’opera ottiene un grande successo presso la critica che rivolge alla Abba grandi elogi per la sua interpretazione.

 

     L’amica delle mogli - Il personaggio centrale è Marta (questa volta Pirandello non ha voluto nemmeno cambiare il nome), una discreta e riservata creatura, che vede i suoi segreti spasimanti sposarsi uno dopo l’altro con un’altra donna (Francesco Venzi con Anna, Carlo Berri con Rosa, Paolo Mordini con Clelia, Fausto Viani con Elena, gli ultimi sposati, per i quali ha perfino provveduto ad arredare la casa) di cui diventa immancabilmente amica e discreta consigliera, fino a indurle a pensare come lei, ad agire come lei. Il dramma esplode al ritorno di Fausti Viani ed Elena dal viaggio di nozze: Elena è ammalata gravemente. Nel secondo atto le condizioni di Elena si aggravano, pur assistita amorevolmente dal marito e da Marta. Francesco Venzi, l’unico che ha chiara l’ambiguità di Marta, comincia a provare per l’amico Fausto una sorda gelosia, pensando che questi, con la morte di Elena, proporrà a Marta di sposarlo. Prima, nella sua lucida follia, rivela il suo pensiero a Marta, rinfacciandole la sua bontà, affermando che questa è semplicemente calcolo, poi alla stessa Elena, in un serrato e drammatico colloquio, rivela la tormentosa certezza che Fausto alla sua morte sposerà Marta. Elena ne rimane colpita e, pur non volendo credere alle parole di Venzi, ne sente tutta l’angosciosa possibilità. Nel terzo atto l’ammalata, nonostante le cure assidue ed amorose di Marta, muore mentre Fausto Viani nella camera attigua sta riposando vinto dalla stanchezza di giorni e notti insonni; In questo momento supremo Venzi, non potendo sopportare l’idea che lo tormenta, uccide Fausto simulandone il suicidio. A Marta non resta che chiudersi in una sterile solitudine, pregando tutti di essere lasciata sola senza sciogliere il nodo della sua ambiguità di fondo, che oscilla tra la sua disponibilità altruistica e l’imposizione alle amiche del suo modo di pensare e di agire.
 

     La Compagnia del Teatro d’Arte, che nel frattempo aveva cambiato nome diventando “Compagnia del Teatro Argentina”, con attori protagonisti Lamberto Picasso e ovviamente Marta Abba, alla fine di maggio del 1927 parte da Genova, imbarcata sulla motonave «Re Vittorio», per una lunga tournée nell’America del Sud, toccando prima l’Argentina (debutta il 15 giugno al Teatro Nacional di Buenos Aires dove resterà per un mese), poi l’Uruguay e il Brasile fino al 15 settembre. Tornati in Italia, da Novembre riprendono le rappresentazioni in alcune città italiane.
L’anno dopo, il 24 marzo, mette in scena al teatro Argentina di Roma, sempre con la sua compagnia, il «mito» in tre atti La nuova colonia, che appariva come dramma scritto da Silvia Roncella nel romanzo Suo marito, pubblicato da Pirandello nel 1911.

 

     La nuova colonia  - In una città marinara del Mezzogiorno un gruppo di diseredati, relitti della società, trascorre le sue giornate tra la taverna di Padron Nuccio d’Alagna e le strade dove le occupazioni più ovvie sono il ladrocinio, la prostituzione e il contrabbando: gente che aveva avuto più volte a che fare con la giustizia e qualcuno era stato perfino internato nel penitenziario situato su un’isola vulcanica che negli ultimi tempi era stata però evacuata a causa di un forte terremoto e del timore che un maremoto potesse sommergerla.


     Dopo l’ennesima disavventura, il gruppo, guidato da Currao, affiancato da La Spera, una prostituta dalla quale aveva avuto un figlio, decide di lasciare la città per fondare, su quell’isola, una comunità più libera e più giusta senza costrizioni né privilegi. Ciascuno si sottomette volontariamente alle nuove norme: non comanda nessuno e ciascuno obbedisce a se stesso. Ma ben presto cominciano i guai: Currao convive con La Spera, l’unica donna presente sull’isola e naturalmente acquisisce una specie di potere su tutti. Qualcuno, come Crocco, comincia a sentirsi dominato e schiacciato dalla nuova situazione, un servo al servizio della coppia. Crocco tenta addirittura di possedere La Spera, che, difesa dal giovane Dorò, gli fa capire di aver smesso con la vita di prima e che non è più la donna di tutti come era prima, quando nessuno la voleva neanche per quattro soldi, ma una donna al servizio di tutti, e la garanzia di questa sua nuova disponibilità è proprio il figlio che allatta, perché questo fa di lei il simbolo vivente di ogni madre che vive disinteressatamente per i propri figli. Crocco allora scappa rubando la tartana colla quale il gruppo aveva raggiunto l’isola: la sua fuga porta tutti a prendere coscienza che da questo momento in poi ognuno può e deve contare solo sulle proprie braccia, prendendo coscienza che il lavoro quotidiano può essere l’elemento che la forza di portare l’individuo alla salvezza dalla miseria e dall’abbrutimento.


     Le cose si complicano quando Crocco, vera anima nera della situazione, ritorna, con danari e donne, sull’isola dopo aver convinto Padron Nocio, ricco da non aver bisogno di nulla e di nessuno, ad andare sull’isola, dove si trova anche il figlio Dorò, per arricchirsi ancora di più. Currao e La Spera, trattati come un re e una regina, perdono tutta la loro forza; La Spera in particolare ricomincia ad essere trattata come prima, come una prostituta che tutti possono avere e che nessuno vuole, perché adesso sull’isola di donne ce ne sono tante, giovani e belle, quasi una per ciascuno, non come all’inizio quando c’era soltanto lei.
 

     Con Padron Nocio sono arrivati anche i festeggiamenti, le luminarie, le danze e viene organizzata perfino una festa con la celebrazione di matrimoni che nelle prime intenzioni avrebbero dovuto essere finti. Crocco organizza un complotto, che avrebbe portato all’uccisione di Padron Nocio e di suo figlio Dorò addossando tutta la colpa su Currao, che in questo modo sarebbe stato reso inoffensivo in modo definitivo. Per realizzare il suo piano coinvolge La Spera, che avrebbe dovuto denunciare il complotto, convincendola che il suo uomo, Currao, si sarebbe sposato con la giovane e bella Mita sorella di Dorò e figlia di padron Nocio. Ma il piano non si svolge come vorrebbe Crocco, le cui reali intenzioni vengono scoperte da Currao. Quando sta per scatenarsi la violenza, ecco che arriva il tanto temuto maremoto, dal quale si salvano soltanto La Spera e il figlioletto che si trovavano sulla punta più alta dello sperone roccioso: la madre Terra ha salvato La Spera, simbolo vivente della maternità.
 

     Nel gennaio 1928 finisce di comporre il dramma “onirico” Sogno (ma forse no), cominciato nel dicembre dell’anno precedente e pubblicato sulla rivista «La lettura», il supplemento mensile del «Corriere della Sera» nell’ottobre dello stesso anno. La sua prima rappresentazione avverrà a Lisbona in traduzione portoghese Sonho (ma talvez nâo) il 22 settembre 1931 e in Italia dopo la morte dello scrittore il 10 dicembre 1937 al Giardino d’Italia di Genova allestita dalla Filodrammatica fascista del Gruppo Universitario locale.

     Tra i mesi di febbraio e aprile del 1928 (secondo Alessandro D’Amico) scrive il secondo “mito”, sulla sacralità dell’esistenza, Lazzaro.
 

     In quello stesso 1928 il figlio Stefano si sposa con Pompilia D’Aprile, una modella di Anticoli Corrado, dove, come abbiamo visto, aveva trascorso molte villeggiature estive, e nell’anno seguente nascerà il loro primo figlio Pier Luigi.
Nell’agosto dello stesso anno la compagnia del Teatro d’Arte di Pirandello, oberata dalle pesanti e irrisolte difficoltà economiche, si scioglie. È un momento di grande amarezza, nel quale si rende conto di essere abbastanza isolato nel panorama del teatro italiano, gestito da poche persone prive di scrupoli.

 

 

VI-b. Berlino: espatrio parte prima


     Chiusa l’esperienza della Compagnia d’Arte, Pirandello ha un momento di smarrimento e di ripensamento su quanto è successo intorno a lui negli ultimi due anni nel mese di vacanza che trascorre insieme a Marta Abba dal 16 agosto al 20 settembre. Con fatica e sofferenza matura la risoluzione di abbandonare l’Italia, definita ormai un «letamaio», per cercare all’estero, magari per sempre, sia nel teatro che nel cinema, di cui tanto si sente favoleggiare, quella fortuna e quei successi economici che avrebbero permesso a lui e alla “sua” Marta di tornare in Italia da incontrastati vincitori e dominatori, in grado di poter ridare vita in patria a quel teatro artistico che si sarebbe dovuto reggere senza sovvenzioni e aiuti di nessun genere, indipendente dallo Stato e dalla “masnada”. Già da qualche mese il pensiero gli frulla per la testa, come scrive, per esempio, da Nettuno a Marta Abba l’8 luglio: Bisogna, bisogna andar via per qualche tempo dall’Italia, e non ritornarci se non in condizioni di non aver più bisogno di nessuno, cioè da padroni. Qui è un dilaniarsi continuo, in pubblico e in privato, perché nessuno arrivi a conseguire qualche cosa a cui tutti spudoratamente aspirano. La politica entra da per tutto. La diffamazione, la calunnia, l’intrigo sono le armi di cui tutti si servono. La vita in Italia s’è fatta irrespirabile. Fuori! fuori! lontano! lontano!
     Queste sono le principali motivazioni della decisione:

     §      il fallimento economico della Compagnia d’Arte, praticamente priva di quelle sovvenzioni governative sulle quali aveva molto contato;

     §     la perdita di ogni speranza di poterla trasformare in un Teatro Drammatico di Stato, in quanto vengono a mancare da parte di Mussolini quegli auspicati interventi autoritari ed effettivi che avrebbero potuto risolvere dall’alto la creazione o formazione di un teatro artistico nazionale secondo un piano che lui stesso aveva presentato alla Società degli Autori e che alcuni anni dopo presenterà e illustrerà di persona allo stesso Mussolini;
     §      la delusione determinata dalla spartizione dei poteri che dominavano in Italia la gestione dei teatri unitamente al problema della distribuzione alle varie Compagnie delle opere italiane e straniere da rappresentare; in questo quadro si inserisce l’inefficienza del regime fascista nel risolvere la situazione ma anche la precisa strategia tesa a non permettere a nessuno di raggiungere una posizione di preminenza determinando una situazione di piattezza nella quale il potere doveva restare unico ed indivisibile;
     §      la coscienza che lo Stato e il Regime nulla facevano per contrastare i monopolizzatori (la “masnada” dei trusts commerciali, la definisce) senza scrupoli, contro i quali, ma invano, Pirandello aveva cercato di combattere anche per favorire l’ascesa della “sua” attrice.
     Per capire meglio proprio quest’ultimo punto leggiamo la lettera che invia a Marta Abba il 22 settembre nella quale fa il punto della situazione e conferma una decisione che sembra già essere stata presa:


     Mia cara Marta,

     jersera è stato a cena da me Interlandi, che s’è trattenuto fin dopo mezzanotte. Mi ha parlato della confusione che è in tutti gli animi per l’incertezza della situazione d’ognuno. Ormai s’è capita la tattica. Appena qualcuno accenna a conquistarsi una posizione preminente in qualsiasi campo, per quanto sappia guardarsi e difendersi, andar cauto, con l’occhio a tutto, pronto a parare insidie e a sventar trame, si fa in modo che cominci lui stesso a sentirsi esposto e isolato e a provar disagio per ogni gesto che faccia, per ogni passo che muova, e si obbliga così a rientrare, disajutato, tra le file; per qualche altro cominciano subito le mormorazioni, le accuse vaghe o anche le polemiche aperte, suscitate a tempo, troncate a tempo e poi riprese; e per un terzo che già si vanti d’esser sicuro del suo ascendente e d’un potere ammesso e riconosciuto, ecco subito una smentita in pieno, uno scacco reciso che lo mette a terra nel più goffo atteggiamento; e così via. Ciò che si vuole è che nessuno predomini, nessuno alzi la testa. Attorno a Lui, un livello di teste che gli arrivino appena appena al ginocchio e non un dito più su. Tutto, così, resta in basso, per forza, e confuso; e non c’è altro veramente che bassezza e confusione.

     Abbiamo parlato del Bisi preposto all’Ente nazionale per la Cinematografia. Pareva ottimamente disposto verso di me. Son venuto a sapere che Bisi, appena nominato, non è più sicuro del suo posto. Sembra di fatti che sarà mandato via e non si sa ancora chi sarà messo in vece sua. È un continuo fare e disfare, mettere e levare. E cresce in tutti un senso di precarietà che avvilisce e angoscia.

     Dopo aver conversato tre ore, io mi son sentito cadere più che mai le braccia e venir meno il respiro.

     Sì, sì cara Marta, bisogna andar fuori, fuori, a respirare, a lavorare, a riacquistare il senso della propria personalità.

Non mi par l’ora! [ ... ]
 

     Pirandello si reca dunque in «volontario espatrio», partendo probabilmente il 9 ottobre da Milano, a Berlino insieme con Marta accompagnata dalla sorella Cele; da metà dicembre vanno ad abitare, sempre in camere contigue, al numero 9 di Hitzingstrasse fino a metà febbraio 1929, quando si trasferiscono all’Hôtel Herkuleshaus in Friedrich-Wilhelmstrasse che diventerà la residenza abituale di Pirandello a Berlino.
     A Berlino intreccia subito febbrili trattative con agenti tedeschi e americani per entrare nel mondo del cinema, ma le parole sono molte e i fatti nessuno, mentre i mesi passano senza che si approdi a qualche vero contratto. Frequenta molto i teatri, conosce gente nuova, arricchisce le sue conoscenze di nuovi elementi, è interessato fortemente agli spettacoli dei registi espressionisti come Max Reinhardt, Erwin Piscator e Jessner. E per la novità e l’originalità delle soluzioni tecniche adottate lo affascina soprattutto Reinhardt, regista che tra l’altro aveva messo in scena, i Sei personaggi nel ’24. Di questi registi non condivide, però, l’autonomia spregiudicata dal testo scritto e dalle indicazioni dell’autore, arrivando a creare una messa in scena che tendeva a ri-creare il testo al di là di una pur legittima interpretazione registica.
     Il 13 marzo 1929, dopo cinque mesi di quasi convivenza, Marta abbandona Pirandello a Berlino e fa ritorno in Italia, dove cerca subito di reinserirsi nel mondo teatrale: ma le difficoltà sono tante, anche perché i sei mesi trascorsi lontano l’hanno fatta praticamente uscire dal giro, anche lei oggetto del boicottaggio che da molte parti viene effettuato nei confronti di Pirandello.
     Il 22 marzo, Pirandello riceve da Mussolini il telegramma col quale gli annunzia la nomina ad Accademico d’Italia: “Sono lieto di parteciparle che Sua Maestà il Re su mia proposta ha nominato la S.V. Accademico d’Italia per la classe delle lettere” (Lettera a Marta Abba del 22/3/1929). Pirandello risponde: “Sopratutto orgoglioso Suo alto riconoscimento ringrazio Eccellenza Vostra grande onore e torno a esprimerLe mia intera profonda devozione.”

     Il 9 luglio 1929 viene rappresentato in prima assoluta il dramma Lazzaro al Royal Theater di Huddersfield nella traduzione inglese di C.K. Scott Moncrieff e nello stesso anno in prima italiana a Torino, al Teatro di Torino, dalla Compagnia Compagnia Marta Abba il 7 dicembre, destando molte perplessità nella critica contemporanea. Nell’agosto del ’28 Pirandello lo legge agli amici a Viareggio, dove Pirandello si trova per le ultime recite della sua Compagnia, e tutti, compresa Marta, ne sono commossi; è un dramma scritto tenendo presente Marta (ho dato a ’’Sara’’ la parte più importante di tutto il lavoro, l’ho posta in tutti e tre gli atti e al centro dell’azione, sulla scena più grande e più bella col figlio, in preminenza sul figlio stesso) facendo in modo che sia una voce coraggiosa su la vita e la morte, sul Dio dei vivi e il Dio dei morti (proprio il Fascismo e il Vaticano) intesi soprattutto come unità politiche e umane radicate nella vita quotidiana.
     Lazzaro, comunque, non avrà il successo sperato né al Teatro Torino di Torino dove viene rappresentata il 7 dicembre 1929 dalla Compagnia di Marta Abba con Marta nella parte di Sara, né al Teatro Olimpia di Milano con la Melato nella parte di Sara, nonostante l’accorrere di Pirandello a collaborare alla nuova messa in scena: l’insuccesso non è clamoroso ma è sicuramente penoso e la critica sottolinea con forza gli aspetti più negativi dell’opera rimanendo perplessa per il modo con cui l’ateo Pirandello tratta l’argomento.


     Lazzaro - I personaggi principali sono Diego Spina e sua moglie Sara fra i quali si scatena un contrasto insanabile perché radicati a due diversi modelli di vita: è una sorta di lotta di supremazia dell’uno sull’altro che avrà come conseguenza immediata ed importante quella dell’educazione dei figli: è lo stesso Diego a riconoscerlo: Non potemmo mai metterci d’accordo sul modo d’allevare prima, e poi d’educare i figliuoli.

     Sara abbandona Diego Spina, che con la sua fede religiosa vive, coinvolgendo anche i due figli, Lucio che va in seminario e Lia rinchiusa in un collegio di suore già da bambina ed ora a quindici anni perennemente su una sedia a rotelle, un’esistenza priva di vitalità, dalla quale ogni gioia sembra bandita, e si unisce ad Arcadipane, il fattore del podere del marito, andando a vivere con lui, fa due figli pieni di salute e fa rifiorire un terreno che fino a quel momento aveva dato poco o nulla: la campagna ora è ricca di frutta come la vita è ricca di soddisfazioni, derivate da un lavoro duro e quotidiano e dalla capacità di sfruttare in positivo gli elementi della natura, soprattutto dell’acqua vivificatrice, la vera ricchezza: si è ricreato, insomma, il paradiso terrestre, nel quale Sara e Arcadipane, nomi assai significativi, sono i nuovi Adamo ed Eva, mentre Diego con la sua fede tutta apparenze, sembra vivere fuori dal paradiso.

     Diego a questo punto decide di cacciare dal suo terreno Sara ed Arcadipane per farne un ricovero per tutti i poveri della città e portarvi Lia in modo che questa possa riprendersi vivendo all’aria pura e sana della campagna. È in questo frangente che compare Sara per annunciargli che Lucio ha abbandonato il seminario per raggiungere la madre, per rinascere un’altra volta. È il dramma Diego si precipita fuori per andare dal figlio, ma viene investito da un’automobile che lo uccide.

     Atto secondo - Arcadipane e Sara stanno terminando di caricare le loro masserizie sul carretto per andar via dal podere, dopo lo sfratto ricevuto da Diego, quando arriva il dottor Gionni (che all’inizio della rappresentazione si vede con una coniglietta bianca in mano anch’essa riportata in vita) che con un’iniezione lo ha riportato in vita dopo che era stato perfino stilato l’atto di morte, per parlare con Lucio e pregarlo di non rivelare, almeno per il momento, a suo padre della sua morte e del suo ritorno in vita. Lucio capisce la situazione, ma si pone su un piano diverso riacquistando la fede che sembrava perduta, un credere in questo eterno presente della vita, ch’è Dio, e basta. E al figlio ritornato dal seminario e ritrovato nella fede Sara si confessa e racconta la tragedia del suo matrimonio finito in frantumi e della sua feroce volontà di divenire così, come forse nessuno più intende che voglia dire: naturale, liberandosi di tutto il male che sentiva addosso determinato dal comportamento del marito e dalle norme sociali che le davano irrimediabilmente torto. Alla fine della confessione Sara presenta a Lucio Arcadipane e i due figli avuti da lui, Tonotto e Michele, e ridiventa per Lucio di nuovo la mamma che guida, il conforto che solo lei può dare, la forza, per intraprendere liberamente a vivere la sua vita e a percorrere la sua strada, che solo da lei può venire. Intanto sopraggiunge Lia e subito dopo il dottor Gionni che rivela con un cenno del capo che Diego ha saputo, e sa tutto e sa che dopo la morte non c’è nulla e non si riceve nessun compenso per le rinunce fatte durante l’esistenza: tutta la sua fede religiosa è crollata.

     Atto terzo - Tornato al podere Diego si chiude in una stanza oppresso dalla cupa disperazione determinata dalla fede perduta, mentre Lucio raggiante vuole rindossare i suoi panni di seminarista per la fede ritrovata, perché in Dio non si muore. A questo punto si ode un colpo di fucile, che fa pensare a tutti al suicidio di Diego, ma compare Arcadipane ferito di striscio alla testa: è stato Diego che non può accettare più l’affronto subito tanti anni prima, quello che ormai ritiene un tradimento della moglie, che prima era stata perdonata dall’alto di una fede fatta più di apparenza che di sostanza. Ora Diego, che sente di essere ripiombato sulla terra, caduto da tutta quella menzogna lassù, non può più accettare Sara che è rimasta con lui e si lancia su Sara mentre dall’altra parte si lancia su di lui Arcadipane, trattenuto da Lucio, Deodata e Sara che affronta Diego da sola (Basto io!). Diego cede, ormai oppresso dalla certezza che di là non c’è nulla, che questa vita è tutta carcere, carcere senza scampo, mentre di là, tanto, non si paga nulla, se tutto si paga qui. Ma ora che Lucio ha ritrovato la vera fede anche la sua vita può cambiare: tu avevi chiuso gli occhi alla vita, credendo di dover vedere l’altra di là. Questo è stato il tuo castigo. Dio t’ha accecato per quella, e ti fa ora riaprire gli occhi per questa che è Sua, perché tu la viva - e la lasci vivere agli altri - lavorando e soffrendo e godendo come tutti. Ed ora Lucio può dire al padre, come Gesù disse a Lazzaro: Alzati e cammina, cammina nella vita, dicendogli di lasciare agli altri di vivere la loro, a Sara di vivere con Arcadipane, a Lia di vivere con sua madre: è questo il vero miracolo, insieme a quello di Lia che accorre alla madre che la chiama, spinta da Lucio ormai avvolto come in una luce divina, alzandosi dalla sedia a rotelle.

 

     A metà ottobre deve lasciare Berlino (da dove parte il 17 fermandosi a Milano per vedere Marta Abba), e rientrare in Italia per partecipare all’inaugurazione dell’Accademia d’Italia, che, sotto l’insegna del littorio (verrà denominata anche Accademia del Littorio), ebbe come prima sede il palazzo cinquecentesco della Farnesina affrescato da Raffaello, e sostituiva l’antica e celebre Accademia dei Lincei. L’inaugurazione avvenne in Campidoglio il 28 ottobre in un’assemblea generale alla quale partecipò anche lo stesso Mussolini. Pirandello, comunque, aveva deciso il suo momentaneo rientro anche per esplorare le possibilità di affari nel mondo del cinema e per aiutare con la sua nuova influenza di Accademico d’Italia l’impresa della nuova Compagnia che Marta stava allestendo.
     In una lettera alla stessa Marta Abba di quel medesimo giorno così descrive la prima assemblea dell’Accademia: Questa mattina c’è stata l’inaugurazione dell’Accademia. Puoi immaginarti che comparseria! Io parevo un ammiraglio: ero - a giudizio generale - il più elegante di tutti - nato con la divisa. Entrando e vedendomi, Mussolini mi sorrise e mi salutò con la mano: fece questo atto confidenziale a me solo; poi salì sulla predella, e cominciarono i discorsi: tre col suo: e le più belle parole le disse lui. Alle dodici, tutto finito. Un po’ di vanità non guasta mai. Ricordiamo che Pirandello vestiva l’uniforme gallonata con gli alamari sul petto, la feluca e la spada (conservate nella sua casa-museo di Roma) che ogni Accademico riceveva insieme a un decoroso stipendio mensile di 3.000 lire. E quelle 36.000 lire annue al neo-Accademico Pirandello dovevano in quel momento veramente far comodo, viste le difficili condizioni economiche in cui versava da qualche anno.
     Finita la “comparseria” riparte per Berlino, dove arriva il 6 novembre passando per Milano (incontrando Marta) e per Vienna (per assistere all’inaugurazione di una mostra del figlio Fausto). Verso la meta del mese si rimette in viaggio alla volta dell’Italia per andare a Roma per risolvere tutti i problemi legati alla vendita del villino di via Onofrio Panvinio, alla Provincia di Roma, per la somma ragguardevole di 900.000 lire, proprio quel villino che, come abbiamo visto, era costato tante incomprensioni e tante liti da rompere l’unità familiare. La vendita risolve i problemi economici, nel senso che avrebbe potuto pagare finalmente tutti i debiti (scrive a Marta Abba l’11-10-29: “Il villino è stato venduto per 900 mila lire; ma a noi ne verranno 865, nette, che (detratte le 230 del mutuo sul Monte dei Paschi) si ridurranno a 625. Dando l’assegno promesso ai figli, e pagando tutti i debiti, a me non verrà niente; ma avrò la liberazione da tutto il mio passato: non dovrò più nulla a nessuno, grazie a Dio! Ed essendo già arrivato a questo, lo considero come la mia più grande fortuna, da che son nato!”; la sola dote alla figlia Lietta ammontava a 200.000 lire).
     Da Roma si sposta a Torino per aiutare aiutare Marta nella preparazione della messa in scena di Lazzaro e subito dopo per Milano, anche perché Marta non lo vuol vedere gironzolare sempre intorno a lei: sta maturando il secondo e più doloroso distacco, dopo quello del 13 marzo a Berlino. Cosa si dicono i due protagonisti e quali sono le basi su cui Marta, che comunque non ama Pirandello, vorrebbe che si incanalasse il loro rapporto, resta soltanto nel campo ipotesi; certamente, vista dall’esterno, la loro relazione appariva assai più intima di quanto in realtà non fosse, e si prestava facilmente a commenti e pettegolezzi spesso di cattivo gusto sia negli ambienti teatrali sia sulla stampa, specialmente umoristica (Ortolani).
     Questo secondo distacco dalla “sua” Marta si rivela molto doloroso; Pirandello entra in una crisi depressiva profonda, che raggiunge toni altissimi ed allarmanti: così il 12 dicembre 1929 da Milano a Marta Abba, che recita a Torino, scrive del suo teatro, quel teatro col quale per tre anni aveva cercato di unirla a sè e che aveva creato in lui tante illusioni spezzate in quel fatidico 13 marzo con la partenza di lei da Berlino; Pirandello parla del teatro, ma in effetti è la sua anima al centro dei pensieri: Con Te, Marta, mi pareva ancora mio, più che mio: tuo e mio; ora non mi pare più di nessuno..., come se non avesse più senso... Tu eri Fulvia, per me, Tu eri Ersilia, Tu la signora Frola, Tu la Figliastra, Tu Silia Gala, Tu Evelina Morli ... - sono morte, tutte; e io morto, con loro. Mi sento, Marta, Ti giuro che mi sento veramente morto. A Torino nella Tua stanza, addossato al muro, l’ultima sera, nel licenziarmi da Te, ho avuta questa precisa sensazione della mia morte; e me ne corre ancora il brivido per la schiena.
     Pirandello è disperato per il suo amore non corrisposto e in certi momenti gli balena nella mente perfino l’idea del suicidio; i suoi giorni trascorrono in uno stato di depressione e prostrazione psicologica sempre più grave gravi, dovute proprio al silenzio di Marta, che, presa anche com’è dalle pesanti cure per la sua Compagnia, gli scrive troppo poco e definisce le esternazioni amorose e le espressioni della dolorosa sofferenza del suo stato d’animo e del suo amore “totale”, rivolto unicamente a lei escludendo ogni e qualsiasi altro affetto, come “parole inutili”. Ma il suo cuore ha bisogno proprio di quelle “parole inutili”, nelle quali si trova veramente tutta la sua vita, come le scrive l’8 maggio: E io avrei tanta sete di “parole inutili”! Ora che sono alla vigilia di una grande fortuna, ora che forse la porta della ricchezza mi è aperta, vedo tutta la mia miseria. Non ho nulla! Sono in una lontananza, in una solitudine, che fa spavento. E se grido quello che sento, tutto lo spavento di questa lontananza e di questa solitudine, son “parole inutili! “. I-nu-ti-li: devo morire in questa lontananza e in questa solitudine. La Gloria? la Ricchezza? Tu, primo che passi per la via, le vuoi? te le do, te le do per nulla, te le do in cambio della ventura che a te, pover’uomo, può toccare, ritornando a casa, di sentirti dire una “parola inutile”!

     Il 18 febbraio la Compagnia Marta Abba rappresenta al Teatro dei Filodrammatici di Milano, riscuotendo un grande successo, Come tu mi vuoi, scritto nei mesi di settembre e ottobre dell’anno precedente.


     Come tu mi vuoi - atto I - Siamo a Berlino, nel salotto della casa dello scrittore Carl Salter, che ha una figlia, Greta, soprannominata Mop, nome ambiguo che significa sia “scopa” sia “con le frange”, così come ambiguo è il personaggio, oscillante fra la mascolinità e la femminilità, un’ambiguità che nel corso del primo atto diventa più palpabile quando si scopre che padre e figlia sono gelosi l’uno dell’altra della convivente, L’Ignota, cioè Elma, nome arabo che significa acqua, che mette in evidenza tutta l’inconsistenza della vita, vedova da quattro anni, amata da Salter e insidiata da Greta. Sulla scena entrano prima Mop, poi Salter, che all’improvviso sentono delle voci, e incerti sul da farsi aprono la porta d’ingresso: irrompono quattro giovanotti sfaccendati che accompagnano L’Ignota, che Mop cerca subito di proteggere, insieme ad un certo Boffi che da un po’ di tempo la segue per strada chiamandola, o ri_chiamandola di tanto in tanto, con tanti accenti diversi: “Signora Lucia”, come a risvegliare in lei sopiti ricordi del passato. Si riesce a cacciar via i quattro, che sembrano “marionette sbattute”, ma resta il Boffi, italiano, il quale rivela che L’Ignota si chiama in effetti Lucia Pieri, che lui conosce sin da bambina, e che il suo vero marito, Bruno Pieri, si trova in quel momento a Berlino, alloggiato in un alberghetto poco lontano: L’Ignota è stanca di quella vita fatta di niente e senza sbocchi: si potrebbe farla finita, con la rivoltella che ha il Salter e che questi mette in bella mostra sul tavolino. È la signora Lucia Pieri, impazzita quando le truppe nemiche penetrarono nella sua casa quasi alla fine della guerra e che vagando senza mesi fu raccolta da Carl Salter? L’atto vive tutto sullo svelamento del passato di Lucia Pieri, di quand’era bambina e delle vicende belliche di dieci anni prima, della sua vita di ballerinetta che si ubriaca tutte le sere in un locale notturno e si chiude col tentato suicidio di Carl Salter.

     Atto II - Ambientato nella villa Pieri nelle vicinanze di Udine. L’Ignota viene presentata alla famiglia che quella sera si riunisce tutta: L’Ignota è proprio identica al ritratto di Lucia Pieri che grandeggia nel salone. Lo zio Salesio deve sottoscrivere un atto notarile per confermare la donazione delle terre che aveva già fatto a nome dell’Ignota (la nipote Lucia Pieri) al momento in cui questa si sposa e che negli ultimi tempi era stato messo in discussione a causa della sua presunta morte favorendo l’altra nipote, Ines; il fatto che il marito riottenga l’eredità col suo ritorno è sentito da Cia (Lucia-Elma-L’Ignota) come una cosa sudicia perché dettato da uno sporco gioco d’interesse, che però tanto sporco non poteva essere, visto che Bruno col suo lavoro e le sue capacità aveva reso quelle terre molto produttive e quindi una vera ricchezza. L’Ignota avrebbe accettato di essere Cia, e quindi di donarsi totalmente al “marito” Bruno che era felice di ritrovare la moglie: sarebbe venuta “come da una morte, solo per lui”, pur sapendo quello che avrebbero pensato di lei e della sua vita di ballerina e “di peggio” a Berlino. A complicare ancor di più la situazione giunge da Vienna una lettera, che annuncia l’arrivo di Carl Salter, che afferma di aver trovato là, per mezzo di un suo amico dottore, la vera Cia, demente in un manicomio, e che adesso la sta portando con sé. Lo sforzo degli uomini che vogliono sollevarsi dalla realtà si scontra sempre e inesorabilmente coi fatti: “Con l’anima ti puoi levare un momento, uscir fuori, su da tutto quello che di più orribile t’aveva potuto far provare la sorte: sì, vola, ricrea in te una vita; quando te ne senti tutta piena - giù - devi scendere, devi scendere, a riurtare nei fatti che te la sconciano, te la pestano, te la insudiciano, te la schiacciano”. Ma un “fatto” è stato anche il suo identificarsi con Cia, il suo farsi creare giorno dopo giorno dal marito, “fammi tu, fammi tu, come tu mi vuoi!” perché “Essere? essere è niente! essere è farsi! E io mi sono fatta quella!” Sente d’essere diventata lei la vera Cia, lei che aveva voluto riconquistarsi una vita pura con l’amore di lui.

     Atto III - La famiglia è tutta riunita, dalla scena manca L’Ignota: tutti parlano di lei, del suo coraggioso ritorno dopo l’orrore del passato. Finalmente arrivano gli ospiti: la Demente, che sin dal primo momento prende a dire una sola parola, forse l’ultima che le si impresse nella mente prima di impazzire, Le-na, spezzata nelle sue due sillabe, cioè il nome della zia, accompagnata da un dottore, da un’infermiera e da Carl Salter. Composto il quadro della famiglia, compare anche L’Ignota, scesa in ritardo proprio per dare a Carl Salter il tempo di fare il suo colpo senza essere disturbato da lei. In tutti nasce il dubbio che la vera Cia possa essere la povera Demente, un dubbio che L’Ignota stessa alimenta con le sue parole: “Qualunque certezza può vacillare, appena il minimo dubbio sorge e non ci fa credere più come prima!”. Sono i fatti che si affermano; anzi, si vendicano dei pensieri umani, travolgendo credenze e certezze. Così come la Demente chiama chissà da quale momento felice della sua vita cui è rimasta sospesa, mentre nessuno le può più dar nulla, nemmeno un poco di pietà. Alla fine L’Ignota chiede a Salter di portarla via, abbandonando la casa dove era naufragato il suo sogno di purezza, risolvendo molti dubbi sulla identità della Demente, che ha persino un neo sul fianco sinistro come la signora Lucia, non più rosso ma nero, anche leggermente spostato, ma sicuramente una ennesima prova della sua possibile identità.

 

     Alla fine di febbraio del 1930, dunque, si rifugia di nuovo a Berlino. dove si trattiene fino a giugno, quando pone fine al suo “volontario espatrio” berlinese per stabilirsi a Parigi, nauseato dal comportamento di Berlino dove all’improvviso si sente come in Italia, tanto da mormorare sconsolato: Forse è giusto così: che me ne vada dalla vita, così, cacciato dall’odio dei vili trionfanti, dall’incomprensione degli stupidi che son la maggioranza.
     Il 1930 è indubbiamente caratterizzato dalla messa in scena del terzo «dramma da fare» Questa sera si recita a soggetto, nato dalle considerazioni sul rapporto tra opera scritta e operazione teatrale, tra rispetto del testo e libertà di reinterpretazione sia sul piano della recitazione che su quello della messa in scena. L’opera viene rappresentata per la prima volta, e con grande successo, a Königsberg alla fine di febbraio; e il successo è tale che la recita tiene il palcoscenico per parecchie settimane. Ma quando viene rappresentata a Berlino il successivo 31 maggio al Lessing Theatre con la cattiva regia di Gustav Hartung, al terzo atto alcuni spettatori, sobillati dal nemico Feist e da un gruppo di accesi nazionalisti, insorgono trasformando il teatro in una vera e propria bolgia. Pirandello aveva riposto nel successo berlinese di questo lavoro tutte le sue speranze per una ripresa delle rappresentazioni delle sue opere in Germania: si aspettava denaro in abbondanza e una stima e un’accoglienza che lo avrebbero fatto sentire in una nuova patria. Aveva attentamente curato ogni dettaglio per un’affermazione clamorosa: le anteprime di Königsberg, un regista di fama, la scelta del teatro e degli attori, una certa aspettativa nella stampa (Ortolani, cit.). Il fiasco lo coglie quasi di sorpresa, anche se qualche avvisaglia l’aveva avuta da gente pratica del posto, e soprattutto dallo sceneggiatore della Tonfilm, Adolf Lantz, che aveva assunto come aiutante e segretario personale a Berlino: Ho presentito la tempesta. Ho pensato anche al Feist; ero stato messo sull’avviso che qualche cosa si preparava contro di me e contro il lavoro. Non ho voluto far nulla per impedirlo, per non scendere al livello di quella sporca gente, scriverà a Marta Abba: ma erano accenni cui non si dava molta importanza perché mai nessuno avrebbe potuto immaginare la spudoratezza e l’odio con cui Hans Feist, traduttore delle opere di Pirandello in tedesco e ormai divenuto un acerrimo nemico, avrebbe agito, dicendo perfino alla stampa che la commedia era contro Reinhardt, grande attore e regista di teatro, al quale lo stesso Pirandello aveva dedicato l’opera come ultimo affronto. In Italia arrivano perfino notizie che in quell’infausta sera Pirandello era stato cacciato dal palcoscenico.
     Il fallimento di Questa sera si recita a soggetto al Lessing Theater segna una svolta nella sua posizione riguardo all’esilio volontario in terra straniera, ritenendosi osteggiata dalla sua patria: credeva di aver trovato una seconda patria, ma si ritrova con un pugno di mosche in mano.
     Così ne scrive nella sua lettera a Marta Abba il giorno dopo:


     Marta mia,

     dunque, come Ti telegrafai, serata tempestosa. M’è parso di ritornare alla “prima” dei “Sei personaggi” a Roma. Ma la tempesta di quella serata memorabile fu scatenata da nobili passioni, fu l’urto violento dei giovani contro i vecchi; iersera invece fu l’osceno livore d’una masnada d’invertiti che si scatenò aizzata dal Feist, dalla sua famigerata cugina, e da altri del gruppo Reinhardt e da altri avversarii dell’Hartung e del Saltenburg. Questa oscena gente, ostensibilmente, nel foyer del teatro, prima che cominciasse lo spettacolo, ha fatto la prova dei fischietti di cui s’era armata venendo a teatro. Parecchi son corsi in palcoscenico a darne l’annunzio e il panico s’è diffuso tra gli attori. Più di tutti se ne spaventò l’Andersen che faceva la parte di “Rico Verri”. Eroica fu invece la Lennartz che difese e sostenne fino all’ultimo il lavoro, trascinando tutta la sala ad una impetuosa e veemente reazione. Purtroppo il lavoro offriva il fianco ai nemici per la sua pessima iscenatura. Te n’ho parlato jeri. Tutto lo spirito dell’opera era smarrito nell’incomprensione assoluta dell’Hartung, tutto il brio perduto, ogni particolare slegato, guizzante di per sé scompostamente, come un pezzo di serpe staccato. Chi conosceva la commedia per averla letta non sapeva più riconoscerla alla rappresentazione. Ogni senso, ogni valore era scomparso. Tutto è sembrato arbitrario; nessuno, anche per il panico degli attori, capiva più perché tutte quelle scene si susseguivano senza nesso, pazzesche. Pareva un’orchestra in cui, cacciato via il direttore, ogni strumento si fosse messo a sonare per conto suo. E i fischietti del pubblico sonavano dal canto loro, guazzanti in una gioja che non Ti dico. Io, guardando dal palco, mi divertivo un mondo. Alla fine, la reazione della maggior parte del pubblico (più dei tre quarti del teatro) prese il sopravvento, e allora scoppiò un delirio d’applausi, un uragano d’ovazioni; ma solo per me, per me e per la Lennartz che, come Ti dicevo, fu eroica, perché fu l’unica a non smarrirsi, e di questo il pubblico volle rimeritarla. Le chiamate non potei contarle; non finivano più! I malintenzionati, fatto il guasto che volevano, se n’erano andati; e allora si vide com’erano pochi, perché il teatro rimase pieno ed erano tutti in piedi a gridare evviva e a rompersi le mani applaudendo.

     Come puoi figurarti, non ho provato alcun compiacimento per tutta questa dimostrazione. Il lavoro, per me, era stato ucciso dall’Hartung. Mancandomi il palcoscenico, ero disarmato e sconfitto. Per me aveva vinto chi aveva fischiato; avrei fischiato anch’io, in luogo d’inchinarmi a quegli applausi e a quelle ovazioni, che volevano farmi piacere e m’urtavano.

     Vedi, Marta mia, che avevo tutta la ragione di sentirmi agitato. Ho presentito la tempesta. Ho pensato anche al Feist; ero stato messo sull’avviso che qualche cosa si preparava contro di me e contro il lavoro. Non ho voluto far nulla per impedirlo, per non scendere al livello di quella sporca gente. Avrei voluto la sicurezza del palcoscenico; e questa mi mancava, per difendermi e andare contro il pubblico, come sono sempre andato. Non mi restava altra arma che la serenità della mia coscienza, e questa l’ho conservata intera, fino all’ultimo, fino a respingere, nel mio intimo, sdegnosamente tutto quel trionfo finale, fatto alla mia persona e non all’opera mia orribilmente ferita e mancata.

     Questa è Berlino. M’è parso jer sera d’essere in Italia. Non so più ormai dove me ne debba andare. Gli odii m’inseguono da per tutto. Forse è giusto così: che me ne vada dalla vita, così, cacciato dall’odio dei vili trionfanti, dall’incomprensione degli stupidi che son la maggioranza; e in punizione di tanti miei peccati che Tu, spirito veramente eletto, mi hai sempre rimproverati.

 

     È indubbiamente un momento particolare che per qualche momento sfugge alla possibilità di essere razionalizzato; ma lo salva l’orgoglio. Anche nel suo rapporto con Marta c’è questo scatto d’orgoglio:
 

     Berlino 2. VI. 1930: Di questo tanto livore contro me e l’arte mia la mia Marta non deve più soffrire. Io Ti faccio, Marta mia, veramente male, non male alla Tua grandezza, ma male al riconoscimento della tua grandezza. Io dovevo notare l’ingiustizia dell’appunto, ma io stesso ti dico (e già ebbi a dirtelo un’altra volta) che - dato che io sono tanto odiato e inviso a tutti - non so perché - è bene, è bene sì che d’ora in poi mi lasci da parte anche Tu. Per chi si ama come io Ti ama è una gioia anche morire.
 

     Pirandello forse non si rende conto di subire per la prima volta proprio uno dei dilemmi tanto cari alla sua arte: essere e vivere secondo la propria natura o essere e vivere secondo le regole della massa e della società e le regole della massa e della società stanno per un attimo avendo il sopravvento. Ma è solo un attimo: il suo amore per Marta Abba, per quella luce che crede unica nella sua vita, dimenticando affetti e famiglia, lo ha umanamente accecato: tutto è visto in funzione dell’attrice, per la quale è disposto a buttare a mare anche la sua arte, se questo potesse donare a lei un po’ di gioia o di serenità o di tranquillità. Da questo momento non vedrà che nemici che tramano contro di lui e contro Marta, mentre sembrano scomparire Fausto e Stefano e soprattutto Lietta, che era arrivata persino a tentare il suicidio per parare i colpi contro di lui della follia della madre.

     Il 13 giugno parte da Berlino; due giorni dopo è sulla banchina a Genova ad aspettare Lietta che colla motonave Virgilio arriva dal Cile; le aveva pagato il viaggio, aiutandola a trovare una soluzione alle difficoltà che incontrava in famiglia col marito Manuel. Lietta non si aspettava nulla (M.L. Aguirre), voleva solo stare accanto al padre, ricostituire ciò che aveva lasciato nel 1922 e che nel 1926 si era spezzato per sempre. Ma l’incontro è breve.
     Sull’incontro Pirandello scrive a Marta Abba, nella sua lettera del 23 luglio, poche e asciutte parole: Lasciai a Genova la Lietta con Stefano. Sono partiti per Positano dopo di me. Niente di tragico. Prima della partenza marito e moglie si sono riconciliati. Il marito venderà là a Santiago il villino, liquiderà la pensione di colonnello e verrà tra qualche mese a raggiungere la moglie con l’altra figlia. Pare che abbiano intenzione di stabilirsi al sud della Francia, sulla Costa Azzurra, presso Cannes. Tanto meglio così. Ci sentiamo un po’ di freddezza; o per meglio dire: tanta disattenzione, perché il suo animo ormai veleggiava verso spiagge lontane. Non c’è una vera riconciliazione tra padre e figlia, il momento della chiarezza non è ancora giunto.
     Per andare incontro alla figlia, e soprattutto perché doveva comparire di persona a Roma in Corte d’Appello nella causa contro il Pilotto, Pirandello aveva lasciato Berlino forse il 13 giugno, e questa volta l’addio alla capitale tedesca sarà definitivo: vi ritornerà ancora qualche volta solo per brevi momenti. In Italia resta fino al 22 luglio, trascorrendo la maggior parte del tempo accanto a Marta, ma questa vicinanza lo aveva confermato che quel sentimento di prima da parte di lei era davvero finito, gli dice chiaramente che non lo vuole vicino per le vacanze estive che avrebbe trascorso a Caspoggio vicino Sondrio.
     Pirandello parte per Parigi per incontrarsi con l’impresario americano Shubert. Sono giorni intensi: deve recarsi anche a Berlino e poi a Londra. Ma sono anche giorni drammaticamente dolorosi, come ci attestano le lettere che scrive a Marta: Non voglio affliggerti; ma d’altra parte, se non ho di vivo in me altro che questa disperazione senza rimedio; e tutto il resto, le notizie che potrei darti, le cose che m’avvengono, i casi che mi càpitano, non hanno più per me né senso né valore? La vita mi s’è come spenta, dopo quanto m’hai detto e lasciato intendere chiaramente, e il vuoto più orrendo mi s’è fatto dentro e intorno. Non so quanto potrò durare in questo stato. Sono come un morto che cammina che fa atti tanto per farli, che dice parole tanto per dirle: senza vederne più né lo scopo né la ragione. Oggi o domani mi stancherò di stare in piedi e stramazzerò a terra. Aspetto quest’estremo di stanchezza, se la disperazione, prima, cogliendo qualche momento più atroce, non mi vincerà, armandomi la mano per farla finita. È forse la più drammatica, carica inconsciamente di altri ricordi (Lietta?) che sembrano buttati nel dimenticatoio e che invece riaffiorano.
     Verso la metà d’agosto (venerdì 15 col treno “Pullmann”) ritorna in Italia, si ferma due giorni a Milano, quindi si reca a Positano, dove si trovano i suoi tre figli, per mettere in chiaro la situazione di Lietta (Dovrò fare certamente una scappata di pochi giorni a Positano per stabilire qualche cosa circa alla situazione di mia figlia in attesa del ritorno in Italia del marito. Mi toccherà consultare Marchesano, scrive il 30 luglio.) I figli già da qualche settimana si trovano a Positano, Lietta e Stefano vivono nella stessa casa, Fausto poco lontano, discutono, si riappacificano dopo la tremenda serata del 1926, quella di un altro agosto, mese davvero infausto per la famiglia; forse la vendita del villino di via Onofrio Panvinio ha fatto capire molte cose.
     Quando Pirandello arriva dai figli trova certamente umori e sentimenti contrastanti, e ben presto la discussione passa dalla situazione di Lietta, che con una figlia si trova in Italia separata dal marito che ha tenuto con sè l’altra figlia, alla situazione del rapporto tra il padre e i figli, alla presenza e all’influsso di Marta nella vita di ciascuno e soprattutto nella vita di Luigi che ormai conduce una vita penosamente raminga mentreavrebbe potuto convivere tranquillamente con uno dei figli e con Lietta in particolare. Certamente si trascende, come racconta Maria Luisa Aguirre: Era un incontro atteso, attesissimo: fu un incontro breve e burrascoso. Si levarono alte le loro voci nella notte, tanto che la piccola Lietta si stringeva impaurita alla cuginetta Ninnì. Pirandello se ne fuggì presto da Positano.
     Dell’episodio non abbiamo traccia nell’epistolario pirandelliano. Ritorna a Milano, cercando di riacquistare un po’ di quiete, e in questo sicuramente Marta l’aiuta. Trascorrono molto tempo insieme per preparare la tournée che Marta di lì a poco avrebbe intrapreso con la sua nuova Compagnia che fa il suo debutto a Brescia il 23 settembre.
     Il 9 ottobre è di nuovo a Roma, ospite del figlio Stefano in via Piemonte 117, per partecipare alla rituale riunione annuale dell’Accademia del Littorio, durante la quale tenta di far eleggere Ojetti e Bontempelli: gli va bene per il primo e quasi per il secondo, ma bisognava assecondare il desiderio del “Capo del Governo”, cioè di Mussolini ed eleggere F.M. Martini, mutilato di guerra. In quei giorni viene proiettato il film La canzone dell’amore, del regista Gennaro Righelli, la cui sceneggiatura è liberamente tratta dalla novella di Pirandello In silenzio, pubblicata per la prima volta nel 1905 in «Novissima», Albo d’arte e lettere: è il primo film sonoro prodotto in Italia col parlato in italiano e riscuote un certo successo inserendosi nel mercato internazionale.
 

     A fine settembre la famiglia di Marta si stabilisce nel nuovo appartamento al n. 26 di via Aurelio Saffi. Lo stato di depressione diventa quasi una condizione naturale della sua esistenza e in lui subentra lentamente uno stato di coscienza delle cose: Pirandello sa e si rende conto della sua situazione, come uno qualunque dei suoi personaggi. Conosce bene il passaggio dall’avvertimento del contrario al sentimento del contrario attraverso la riflessione; la sua situazione sa bene che è anormale e inaccettabile per la massa, ma riferita a se stesso diventa normale e fonte di sofferenza, perché sente che non può realizzare il suo grande e unico desiderio, quello cioè di vivere accanto alla donna che vede come la sola sua luce e felicità. La coscienza di questo stato è testimoniata in parte proprio da una lettera che scrive a Marta da Roma il 16 ottobre mentre lei si trova a Venezia:
 

     Ma è sempre al solito: le esigenze dell’arte e le ragioni dello spirito non son vedute, e son sacrificate alle esteriori comodità della casa. Forse ha ragione chi vede soltanto queste, e noi siamo due poveri pazzi. Io almeno, per conto mio, mi stimo tale: senza più casa, senza più nulla; ho dato a tutti tutto quello che avevo; disposto a dare ancora e sempre tutto quello che ho, nessuno più [mi] vuole, tutti, dovunque vada, mi fanno capire che sono di più, e che è bene che me ne vada e stia lontano. Me ne andrò. Devo morir solo: voltare la faccia al muro e chiudere gli occhi per sempre, se non voglio più vedermi e sentirmi attorno questa disperata solitudine e quest’orrendo abbandono. Ma dove andare? Ricevo, da Torre, il biglietto che Ti accludo. Vado a Parigi perché, a restare in Italia, sarebbe veramente troppo questo strazio d’esser privato dell’unica ragione di vita che ormai mi resta, quella di almeno vederti e sentirti, separato non dalla distanza, ma da un’altra ben più grave ragione, che mi sta facendo morire: il Tuo cessato sentimento per me. Perdonami, Marta mia, questo sfogo che mi è venuto, senza volerlo. Se sapessi com’è gonfio d’amarezza il mio cuore, e in quali condizioni di spirito mi trovo! Non posso più lavorare; non so più che fare! Non ne fo colpa a nessuno; meno che mai a Te! È giusto, è giusto che Tu mi voglia lontano, perché è giusto veramente che io muoia. Troppo ho tardato. E la vita, che non mi doveva riprendere, è ormai tempo che si concluda così.
 

     Ecco la Teoria dell’umorismo, ecco il sentimento del contrario che va al fondo delle sensazioni e delle emozioni senza staccarsi dalla realtà; ecco la riflessione usata dallo stesso Pirandello, quella riflessione che lo porta alla coscienza di sè e tutto sommato ad andare oltre la depressione e oltre la sofferenza. E quando scrive nessuno più mi vuole pensiamo che si riferisca solo a Marta da un lato e dall’altro ai suoi avversari nel mondo del teatro in Italia, non ai figli e nemmeno agli amici che tanto avrebbero voluto e potuto fare per lui. Egli sa benissimo di essere oggetto di satira a volte anche feroce su certe pubblicazioni, oggetto di critiche più o meno velate nell’ambiente teatrale, di critiche anche da parte di Marta per il suo modo di starle troppo vicino, tanto da far pensare ai soliti maligni che il suo successo d’attrice sia dovuto in gran parte alla vicinanza di Pirandello: ecco quindi le distanze che prende dallo scrittore, che chiama affettuosamente ma soltanto Maestro, un atteggiamento condito con tutte le caratteristiche di un carattere indocile e facile all’abbattimento e preda degli sbalzi d’umore, che erano anche abbastanza frequenti.
     Pirandello sa che ciò che per lui è normale (ed è normale ciò che segue le norme), cioè il desiderio di avere Marta tutta per sè come lui si sente tutto di Marta sentendo la sua unione con lei come un organismo unico, è anormale (al di fuori delle norme) per la massa, perché le norme che segue lui per realizzare i suoi più profondi bisogni sono diverse da quelle che uniformemente segue la massa per realizzare i propri; e ciò che è normale per la massa, è anormale per lui. Ed è proprio questo suo essere anormale per la massa che lo spinge ad andare lontano, ad “espatriare”, a conquistare quella ricchezza che gli permetta di tornare in patria da vincitore in grado di mettere tutti a tacere e di avere tutti ai suoi piedi: è il suo modo profondo di essere decisionista, così simile a un altro decisionista che in quel momento dominava l’Italia.

 

 

VI-c. Parigi: espatrio parte seconda

 

     Due giorni dopo, il 18 ottobre, ritorna a Milano, non solo per mettere a posto alcuni suoi affari ma soprattutto per aiutare Marta nel difficile inizio della sua stagione teatrale e nell’esordio al teatro Manzoni di Milano del 12 dicembre con Madame Legros di Heinrich Mann. Ma Pirandello non vi assisterà, perché Marta non lo vuole vicino per troppo tempo; si sente quasi costretto a riprendere ancora una volta la via del volontario “espatrio”, e già il 5 lo troviamo a Parigi, e, dopo pochi giorni al solito Hôtel Vendôme, va ad alloggiare, in un appartamentino al piano terra di una palazzina in Rue Victor Emmanuel III, cercando di sviluppare al meglio i suoi contatti internazionali, che incontrano però seri ostacoli a causa della gravissima crisi economico-finanziaria originata dal crollo di Wall Street del ’29.
     Il 1930 comunque si chiude per Pirandello col trionfale successo a Filadelfia di Come tu mi vuoi (in inglese As you desire me), pubblicato da Mondadori, che era appena diventato il suo editore sostituendo la Bemporad di Firenze.
     Quelle festività tra Natale e Capodanno sono molto tristi; mentre la “sua” Marta è in tournée nelle maggiori città italiane, lui è solo a Parigi, occasionalmente invitato da qualche amico, spesso insieme a persone dell’ambiente teatrale. La notte di capodanno va a trovarlo Guido Torre che per un paio di anni aveva rappresentato a Parigi i suoi interessi, portando con sé anche Paola Masino, la giovane amica di Massimo Bontempelli, come scrive a Marta il giorno di Capodanno:

 

     per dirmi che partiva questa sera per l’Italia, e propriamente per Torino, dove domani dovrà incontrarsi proprio con Massimo, che ritorna dalle sue conferenze in Egitto. Mi ha detto che si propone di venire una sera a trovarti con Massimo Bontempelli al “Carignano”. Ha per Te una grande ammirazione e una vivissima simpatia, non che riconoscenza per aver portato al trionfo, Tu sola, la “Nostra Dea”. È innamoratissima di Massimo, tanto che a costo d’una vera tragedia suscitata in casa sua e tuttora accesa, ha abbandonato i genitori, la casa, per vivere con lui, pur sapendo di non poterlo sposare. E non si può dire davvero che non sia una bella ragazza, e giovanissima: ha poco più di vent’anni; mentre Massimo ne ha già 52.
 

     La situazione affettiva di Bontempelli riproduce la sua, ma Marta non avrà mai la forza di prendere il coraggio a due mani per andare a convivere con lui, per realizzare il suo grande e unico desiderio: ad altri è data in sorte la possibilità di essere felice che lui si sente negata.
     Anche la salute comincia a fare i capricci, dopo quel che aveva sofferto a Berlino qualche mese prima: seri disturbi, probabilmente di origine cardiaca, lo affliggono, con le frequenti emorragie le forze cominciano ad abbandonarlo, e di pari passo aumenta la sofferenza della solitudine e della lontananza di Marta, che, ancorata sanamente alla realtà, nella lettera che gli scrive il 5 gennaio dà al Maestro un consiglio ragionevole: “Le raccomando ancora una volta di curarsi, e se vuole il mio consiglio, vederla all’estero non mi va, preferirei saperla a Roma, nella sua città fra gente che ancora le vuol bene! Ma lei non crede a nessuno!”. Ma Pirandello non ci sente; anzi le parole di Marta aggiungono dolore a dolore, come le scrive l’8 gennaio:


     Tu devi perdonarmi, Marta mia, se spesso Ti affliggo col lamentarmi di non ricevere Tue lettere e Tue notizie; non sono mica rimproveri, i miei; son l’espressione di quel che soffro così lontano, senza vederti, senza sapere per giorni e giorni più nulla; Tu devi compatirmi, intendendo perché lo faccio e immaginando quale può essere il mio dolore. Dici che io “non credo a nessuno”; questo sì, vedi è un rimprovero; come non credo? e di che vivrei, così lontano e solo, se non credessi? Posso ancora resistere in vita, anzi solo per questo: perché credo. E mi è sonato come un’irrisione il consiglio di starmene a Roma “fra gente che ancora mi vuol bene”! Se dovessi affondarmi a considerare tutto il senso contenuto in questo consiglio che mi dài, forse riconoscerei la tremenda pazzia di sentire come sento e di vivere come sto vivendo... o non vivendo!
 

     In queste condizioni, sapendo ormai dell’irrealizzabilità del suo desiderio, anche il conforto dei figli, che vivono a Roma, si impedisce, benché Marta lo inviti a dedicar loro più tempo proprio per trovare un po’ di serenità e di sollievo e avere persone care che in ogni frangente avrebbero potuto aiutarlo. Il suo animo ci è rivelato da una delle rare lettere indirizzate quasi sempre ai tre figli insieme: ecco una lettera del gennaio del 1931:
 

«Ah figli miei che vi siete messi ciascuno per sé nella sua vita, come avete voluto, o era destino che fosse, come posso volervi più io e che altro volete ormai più da me? Io sono condannato a questa atroce solitudine, e affogo in una tristezza senza più riparo né altro scampo, fuori che nella morte. Voi non potete darmi ajuto, né io posso darvene, per il male che tutti staccandoci per forza ci siamo fatti. Né a tornar col pensiero a quando si era tutti insieme, c’è da esser lieti: quanto male anche allora, che ancora duole! Per un disperato è già qualche cosa non aver da rimpiangere, ricordando. Disperato fisso, senza né su né giù di provvisorie altalene.»
 

     Queste parole rispecchiano l’animo di Pirandello verso la vita e verso la famiglia. Ritiene che sia un destino dell’uomo l’atroce solitudine o che sia un suo destino? Il farsi reciprocamente male è un destino della famiglia o è un destino della sua famiglia?
    

     Pirandello scrive ancora: Nulla ho più di quel che volevo; e così senza più nulla, seguito a vivere per gli altri e non più per me (è una frase contenuta in un’altra lettera che cito più avanti). Possiamo pensare che il desiderio di Luigi sarebbe stato di avere attorno a sé un più sereno mondo affettivo? Possiamo spiegarci così, solo così, l’amarezza di quegli anni? Amarezza che si vede nei ritratti e che si legge nelle sue lettere. La vita gli è rimasta deserta (un’atroce solitudine, ripete a Bontempelli). Non ha nulla di quel che voleva. E così, pur senza nulla, seguita a vivere, a vivere per gli altri, non più per sé. Pirandello vivrà per gli altri ma il vero, felice appassionato donare sarà solo per la donna che ama. Che ama e che amerà fino alla fine dei suoi giorni. Solo da lei può venirgli il bene: prova ancora momenti lieti quando le è vicino, vicino e in pace.
 

     Con gli altri, Pirandello è cambiato. I rapporti con Lietta sono tornati normali, apparentemente. Ma solo apparentemente: lei sa che tutto è cambiato perché è cambiato il suo grande interlocutore. È cambiato anche per gli altri figli. È cambiato perfino con gli amici, non appena gli amici contrastano la posizione d’eccezione che egli vorrebbe per la sua attrice: in quei momenti non c’è più traccia, in lui, della amarissima serenità conquistata, come dirà in un’altra lettera. (M.L. Aguirre, cit., p.145-147)
 

     Nel suo animo serpeggia sempre la speranza di poter conquistare Marta sull’onda dei grandi successi economici che gli permetterebbero di poter allestire una Compagnia solo per lei, in modo da non dipendere più da nessuno. Per questo spesso nelle trattative con Shubert mette in mezzo anche una tournée della sua attrice in America.
     Intanto cominciano ad andare a gonfie vele, le varie trattative per la vendita dei diritti delle singole opere, pur nelle difficoltà create dalla recente crisi economica mondiale, che si accompagnano ai grandi successi in teatro della sue opere. In gennaio viene allestita a New York con grande successo la prima di Come tu mi vuoi (As you desire me) al Maxine Elliott Theatre di Broadway che sarà replicata per ben 142 volte. In febbraio cede i diritti di Come tu mi vuoi per la versione cinematografica alla Metro-Goldwin-Mayer per la somma di quaranta mila dollari, allora enorme, con la quale Pirandello può cullare il sogno americano di un arricchimento lauto e rapido vendendo i diritti delle sue opere alle case cinematografiche. Soprattutto si aprono orizzonti nuovi di lancio della sua opera nel mondo in traduzione inglese (È un’opera colossale di lanciamento in tutto il mondo. Quello che non è stato mai fatto finora per me, sarà fatto: tutto il corpo delle novelle, dei romanzi, del teatro, tradotto in tutte le lingue e diffuso da per tutto; sviluppati tutti i soggetti capaci di sfruttamento cinematografico.). Da tutta Europa e dall’America numerose sono le richieste di rappresentazione delle sue opere; perfino la Comédie Française si dimostra propensa ad aprirgli le porte, e sarebbe la prima volta per uno scrittore non francese vivente dalla Rivoluzione in poi (prima c’era stato Goldoni). La Società degli Autori Francesi lo elegge membro effettivo, un onore raramente concesso; da Berlino gli arrivano attestati numerosi di stima quasi a dimenticare lo sgarbo della terribile serata della prima rappresentazione di Questa sera si recita a soggetto. In marzo si incontra ancora con Shubert, e questa volta, insieme alla vendita dei diritti de La nuova colonia, cerca di intavolare una trattativa per una tournée americana di una Compagnia italiana con protagonista ovviamente Marta Abba per interpretare soprattutto opere di Pirandello.
     Il tangibile successo gli ridona entusiasmo e lo spinge a rimettere mano alla scrittura, a cominciare da I giganti della montagna che girano nella sua mente già da un po’.
     La tournée di Marta in Italia copre tutti i primi cinque mesi dell’anno, e si chiude a fine maggio a Napoli con gravi preoccupazioni finanziarie e una condizione fisica molto precaria. Dopo una quindicina di giorni di riposo a Milano, l’attrice raggiunge lo scrittore a Parigi il 14 giugno e si intrattiene con lui fino al 16 luglio, prima di ripartire e lasciare di nuovo il Maestro, come veniva chiamato affettuosamente da Marta, solo con la sua angoscia: “per me che vivo soltanto, sempre, dei Tuoi ricordi e della Tua Immagine, il dolore più forte è quello di non poterti immaginare nei luoghi che non conosco, dove non sono mai stato con Te. Mi pare di perdermi, come chi non sappia più dove volgersi a cercare una persona cara che gli sia sparita davanti. Ah, Marta mia, provo ormai da anni questo dolore; e Tu non sai che sia, e Ti auguro di non saperlo mai! Con esso è entrata per sempre l’angoscia nell’anima mia. Me ne libero soltanto quando, di tempo in tempo, Ti rivedo. E in questo momento, che ho finito or ora di rivederTi, la sento più forte che mai, fino ad averne la gola serrata.” (22 luglio 1931).
     Da Milano Marta va a trascorrere le vacanze a Genova; al Maestro descrive le sue giornate, le sue gite, assumendo perfino l’aria di una scrittrice: “Caro Maestro, lo sente il fragore delle onde che sbattono qui sotto, sugli scogli che ieri e l’altro ieri ho conosciuto anch’io nei miei brevi bagni? E il vento che si fa sentire nei capelli col calore caldo e umido del mare? No, purtroppo, che non la può sentire quest’aria e questo sole del nostro mare e del nostro cielo rinchiuso in quel tetro appartamentino suo.” Ma Marta sa già che quell’appartamentino tetro verrà lasciato alla fine del mese da Pirandello che dal primo agosto va ad abitare in Rue La Pérouse, vicino all’Arc de Triomphe, in un appartamento situato al quinto piano, in piena luce.
     Le vacanze di Genova per Marta si concludono in un modo inaspettato: un’ora prima della partenza per Milano, su consiglio di un parente (Abba Pin) si fa visitare da un medico, il prof. Capocaccia, per un disturbo che la perseguita ormai da molto tempo. La diagnosi, confermata qualche giorno dopo da un altro medico, è allarmante: i bronchi contengono un focolaio di infezione e potrebbero guarire con tre o quattro mesi di cure e di riposo assoluto, così scrive a Pirandello il 16 agosto, in un atteggiamento che denota da un lato un profondo sconforto e dall’altro una grande forza di volontà che le permette anche di fare dello spirito:
 

     “È doloroso piú che il fatto della mia malattia, tirare i conti, di ciò che dopo tanti anni di sacrifici, di lotte, di lavoro, m’hanno dato. Tanto e tanto uguale a... bronchite cronica, se non vogliamo chiamarla con un altro brutto nome. Si spera che si sia presa in tempo... e pensi Maestro per un puro caso. Poche ore prima della mia partenza... A Londra certamente avrei avuto il tracollo. Ricorda l’ultimo raffreddore di Parigi portato a Londra? Certamente che se io dopo la fine della compagnia mi fossi veramente curata in campagna senza portarmi per due mesi di qua e di là, avrei almeno ripreso di piú le mie forze, ma non è il caso ormai di fare recriminazioni. Martedí saprò con precisione, e spero che me lo diranno con franchezza, come sono le mie condizioni. Condizioni che purtroppo risalgono a ben quattr’anni fa. Ricorda quel raffreddore alla Nuova colonia e quelli di Berlino? Il Capodanno a letto? e quella tosse che io credevo nervosa. [ ... ] Io dopo essere stata sottoposta alle cure piú urgenti e dopo aver fatto la diagnosi mi troverò un posticino qui in riviera... a Nervi forse... da poter stare in questo assoluto riposo di cui abbisogno. Ecco uno spunto Maestro, romantico se vogliamo... ma vero... di una bella commedia.”
 

     Secondo il prof. Capocaccia, dopo quattro mesi di cura si sarebbe rimessa del tutto e avrebbe potuto tornare al lavoro e a un metodo di vita teatrale non affaticante. Pirandello abbandona ogni impegno per accorrere a Genova e assistere l’amata, dove restano fin verso la fine del mese per andare poi prima a Milano e quindi a Caspoggio, vicino Trento per un paio di settimane.
     Verso la metà del mese deve tornare a Parigi per prepararsi a un viaggio già programmato a Lisbona per partecipare ai lavori del V Congresso internazionale di Critica. Le accoglienze sono trionfali: il vero punto di riferimento a livello mondiale del teatro ormai è lui. Merita un racconto tratto dalle stesse lettere di Pirandello a Marta:
 

     [...] Tutta la prima parte del viaggio, fino alla frontiera spagnuola è stata scomodissima; poi ho avuto il mio singolo in una bella vettura-letto di nuovo modello e mi son potuto coricare. Due giorni e una notte in treno, attraversando un paesaggio monotono, prima, poi nella Spagna, arido e desolato, sono ben lunghi e difficili a passare. Il paesaggio s’è fatto bello nel Portogallo appena è apparsa la vista del fiume Tago, che è uno dei più grandi d’Europa, tutto percorso da piroscafi, da bastimenti e da barche dalle vele arancione. A una stazione prima di Lisbona, di cui non ricordo più il nome, mi è venuto incontro il Ministro d’Italia accompagnato da un segretario della Legazione, per porgermi il saluto e invitarmi ad alloggiare alla Legazione; ma il Presidente del Congresso, Antonio Ferro, quello stesso che Tu hai conosciuto a Parigi, pregò il Ministro Conte Valentino di lasciarmi ospite del Comitato del Congresso stesso, che mi aveva preparato - come t’ho detto in principio - due alloggi; uno qua all’Estoril, e un altro a Lisbona. Il Ministro allora m’invitò a colazione almeno per la domenica, che è oggi. Ho viaggiato con la Commissione della critica drammatica e musicale francese, che mi ha usato un mondo di cortesie e circondato di cordiale e rispettosa devozione. Ci sono i critici dei più importanti teatri francesi. Nel Portogallo ho trovato ammiratori entusiasti in tutto il giornalismo portoghese. Sono stato nominato Presidente Onorario del Congresso internazionale della critica di tutti i paesi d’Europa e d’America, accolto dal Presidente della Repubblica, dal Ministro della Pubblica Istruzione e dal Ministro degli Esteri, e salutato da unanimi applausi da tutto il teatro Nazionale dove si tengono le sedute del Congresso. Ma il programma, così dei lavori, come delle feste, dei ricevimenti e delle gite, è schiacciante. Banchetti e 2 discorsi senza fine. Mi trattano come un re. Ti dico queste cose, Marta mia, perché so che Ti fanno piacere. Una delle “comunicazioni”, che saranno fatte al Congresso è sul mio teatro, e la farà il più intelligente dei critici drammatici portoghesi, che ha un nome italiano, Scarlatti, il quale mi sta attorno e mi adora come un Dio. Domani sera al “Teatro Nazionale” rappresenteranno “Sogno (ma forse no)”, tradotto in portoghese. Ho visto già una prova, che lasciava molto a desiderare; ho fatto le mie osservazioni e spero che avranno giovato. L’attrice è molto brava, l’attore è mediocre, la messa in scena, difficilissima, è così così. Speriamo che vada bene; ma io ho tolto naturalmente ogni importanza alla cosa, benché veramente a quanti hanno assistito alla prova il lavoro è piaciuto moltissimo. [...] (Estoril 19. IX. 1931)
 

     [...] Ti scrivo questa seconda lettera prima di partire da Estoril per Oporto. Non so più nulla di Te; so che sei partita da Caspoggio e che da lunedì sei a Milano; non altro; e questa mancanza di notizie dell’unica persona al mondo che m’interessi, tra tutti questi festeggiamenti qua, che non m’interessano affatto, mi cagiona un fastidio irritato, un’insofferenza, che riesco a vincere a stento per non parer scortese. Mi hanno resi onori regali. Il Presidente della Republica, dopo la rappresentazione al Teatro Nazionale del “Sogno (ma forse no)” mi ha insignito della più alta onorificenza portoghese “la gran Croce di San Giacomo della Spada” che il Ministro della Pubblica Istruzione mi ha appeso al collo, pronunziando un discorso d’occasione. Tutto il teatro era in piedi, e non Ti dico le ovazioni fino al delirio. Sono stanco morto. Visite, banchetti, escursioni senza fine.

Ho visto a Villafranca la caccia dei tori selvaggi. Cose interessantissime, piene di calore. L’esaltazione degli animi, qua, è lo stato normale. Ma è un popolo veramente ospitale e generoso. Sono stato assistito in modo mirabile dal Ministro d’Italia, S.E. il Barone Valentino e dalla Ministressa, che m’hanno messo a disposizione la magnifica sede della Legazione e la loro automobile. Mi hanno offerto un the tanto il Ministro degli Esteri quanto quello della Pubblica Istruzione, quanto quello della Marina. Tutti i discorsi erano in mio onore, e insomma tutto il Congresso è consistito sulla mia presenza a Lisbona. Ho saputo dai varii congressisti di tutti i paesi d’Europa di tante recite di miei lavori di cui non ho avuto mai notizie, e questo mi servirà per la causa contro quel mascalzone di Nulli. [...] (24.IX.1931)


     Il 28 settembre ritorna a Parigi, frastornato dalla calda esperienza portoghese, ma col pensiero sempre rivolto a Marta, tanto che la sua stessa popolarità ha una ragione d’essere solo se può apportare dei frutti alla donna che sente intimamente sua, come l’organizzazione di una tournée in Spagna-Portogallo (Il mio nome è divenuto adesso popolarissimo in tutto il Portogallo e sarà facilissimo ad Antonio Ferro preparare laggiù la Tua tournée, che fino all’ultimo momento mi ha data per sicura; naturalmente andrà di persona a Madrid e a Barcellona per concertare la tournée anche in Spagna, senza la quale non sarebbe possibile quella del Portogallo a causa del lungo viaggio. Mi domandò, prima della partenza, quando Tu saresti stata disposta a questa impresa e io gli ho risposto dal dicembre al marzo.) Così le scrive da Parigi.
     Ma la tournée non verrà effettuata. Il 9 ottobre le fa la proposta di recarsi a Parigi per recitare in francese al teatro Saint-Georges interpretando la parte della «virtuosa signora Perella» nella commedia L’uomo la bestia e la virtù. Le perplessità di Marta sono parecchie (la mancanza di conoscenza della lingua, la parte che non è di quelle importanti per un’attrice), però alla fine le remore sono superate: Ma non importa, - scrive Marta - il piú è recitare a Parigi in una commedia del mio grande Maestro e fare un successo vero. Questo è ciò che conta. [...] Penso che la vita o meglio le grandi cose son fatte per chi osa. E io devo osare! Se la vita mi offre questa possibilità io non la devo ricusare. È una rara occasione per affermarsi anche a livello internazionale: accetta e parte subito per Parigi, dove comincia immediatamente le prove, mai sperimentate prima, in una lingua che non conosce e che ha solo di tanto in tanto ascoltato in casa. L’interpretazione riscuote un grande successo di critica e di pubblico.
     Per alcuni giorni Pirandello lascia Parigi per recarsi a Roma e nella sede dell’Accademia d’Italia il 3 dicembre tiene una conferenza commemorativa su Giovanni Verga, che il giorno dopo uscirà sulla rivista «Il Tevere». In essa distingue due categorie di scrittori: da un lato Dante Machiavelli Ariosto Manzoni Leopardi Verga ai quali sempre si ritorna con studio e con amore, scrittori costruttori “dallo stile di cose”; dall’altro Petrarca Guicciardini Tasso Monti D’Annunzio, scrittori riadattatori “dallo stile di parole”: Dove non c’è la cosa, ma le parole che la dicono, dove vogliamo esser noi per come la diciamo, c’è, non la creazione, ma la letteratura, e anche, letterariamente, non l’arte ma l’avventura, una bella avventura, che si vuol vivere scrivendola, o che si vuol vivere per scriverla. La conferenza desta clamore per il suo attacco a D’Annunzio che era uno dei fiori all’occhiello del regime fascista e godeva di una grande popolarità non solo per le sue opere (La figlia di Jorio rappresentata ripetutamente in quegli anni, era stata allestita con la regia dello stesso Pirandello) ma anche per le sue azioni e le vicende della sua vita.
     Il 17 gennaio seguente Marta lascia Parigi alla scadenza del suo contratto col teatro Saint-Georges e raggiunge Milano. Pirandello resta ancora una volta solo e ben presto sfoga la sua disperazione più nera e spaventosa rinnovando idee di suicidio. Marta, forte del successo parigino, desidera essere ricevuta dal Duce (bisogna che gli sappia dire e gli faccia sentire come siamo stati trattati) che le dà udienza; il telegramma di comunicazione è firmato da Arturo Marpicati, Vice Segretario del P.N.F. È un momento molto atteso, che può spianare la strada verso quei sogni a lungo cullati e che non si sono potuti realizzare per l’avversione di un nutrito numero di persone che si trovano ai vertici della grande baracca del teatro italiano. Pirandello nelle sue lettere le suggerisce il comportamento da tenere davanti al Capo del Governo, con quali parole esprimere l’oggetto della sua visita (“Eccellenza, in questo momento che tante compagnie francesi vengono in Italia, scritturate, a rappresentare lavori francesi e stranieri, essendo io la sola attrice italiana, scritturata in Francia per rappresentarvi un lavoro italiano, ho desiderato cogliere questa occasione per presentare il mio omaggio d’attrice e d’italiana alla Eccellenza Vostra”), l’atteggiamento da tenere (“occhi asciutti e alteri”) e le parole con cui congedarsi (“Ringrazio V.E. d’avermi ricevuta e Le porgo il mio più devoto ossequio”). Cerca perfino di tranquillizzarla dicendole che la sollecitudine con cui ha accettato la sua visita dimostra la buona disposizione del Duce verso di lei.
     Il ricevimento avviene il tre febbraio e viene così descritto nella sua lettera a Pirandello del giorno dopo, scrive:
 

     Caro Maestro,

     eccomi all’indomani del colloquio. La sua lettera o meglio il suo espresso mandatomi al Plaza, contrariamente alle sue previsioni, m’arrivò ieri mattina dunque prima e non dopo, come lei supponeva, del ricevimento. In questi giorni ho una scarica d’elettricità addosso e ora dopo il passo me la sento ancora piú viva e dolorosa. Non ho dormito questa notte pensando a ciò che avrei potuto dire e che non ho detto, all’impressione ricevuta da quest’uomo tragico, ancora sofferente (visibilmente) del dolore recente patito. Il colloquio che era nel telegramma per le 18 era stato rimandato alle 18,30, ma io entrai soltanto alle 7. Rimasi credo quasi mezz’ora, mi domandò e delle commedie e quante rappresentazioni avevamo fatto, e perfino quanto avevo guadagnato. Io subito porsi la questione del mio scoramento passato e me ne domandò il motivo. Sapeva tutto della stampa, che del resto l’anno scorso aveva letto e appena io toccai il tasto del teatro mi fermò: «Ah lo sappiamo, la bestia nera del Giordani»

     Ho capito insomma che la gente che ha in giro e l’assenza di chi ha tutte le ragioni aveva molto nociuto. Lui sa ormai soltanto ciò che gli vogliono dire. Venuti a parlare di Lei, disse che ha un brutto carattere: «Io gli ho reso tutti gli onori perché lo stimo un genio, ma ha un brutto carattere». Anche il discorso che ha fatto all’Accademia per onorare Verga, non è piaciuto, quell’attacco a D’Annunzio non è piaciuto ed era per lo meno inopportuno. In questo, Maestro, purtroppo Lei sa come la pensi io, e non gli dò torto, Lei grande fra i grandi doveva essere generoso e non dire cose che anche agli stessi antidannunziani sono spiaciute.

     Mi ha domandato che intenzioni avevo. Gli dissi che avrei riformato compagnia in settembre: «Ah soltanto in settembre?» E se avrei ampliato il repertorio. Gli dissi che già l’avevo ampliato: Molnàr, Mann, e allora fece le sue riserve su Mann, non gli piaceva forse. Basta, in conclusione, quando io ho capito quanto l’avevano accerchiato e mutato mi son sentita cadere le braccia. Gliel’ho detto: «È l’eterna storia, ecc... da una parte ci sono i nobili e i puri... e dall’altra...»

[...]

     Conclusione, sono e mi sento, benché mi ha trattata con una gentilezza magnifica, quasi scoraggiata per non aver cercato di scuoterlo con parole vive, scoraggiata che la parola di fede che m’aspettavo non è venuta. Hanno ragione gli altri? Non bisogna forse lasciare e abbandonare cosí la partita? Non so, non so piú nulla...

 

     Pirandello le risponde, manifestando tutto il suo risentimento e l’amarezza per una situazione, ma mette anche in chiaro qual è la situazione in cui versa e il suo strano rapporto col mito Mussolini che lui stesso tende a creare; eppure è un mito che non lo rende servo del regime: Ho per me bisogno di levare in alto il suo mito. Ma perché prova questo bisogno, lui che è sempre stato lontano dalla politica sia intellettualmente che moralmente? Perché levare in alto il mito di una persona che viene definita: ruvida e grossolana stoffa umana, fatta per comandare con disprezzo gente mediocre e volgare, capace di tutto e incapace di scrupoli?


     Ho letto, come puoi immaginarTi, con la più viva ansietà quanto mi riferisci del Tuo colloquio, dell’impressione che ne hai avuto e dello scoraggiamento che in fine Ti ha preso per l’esito di esso. Chiunque non accetta - perché non può accettare - quanto si perpetra oggi in Italia a danno dei valori morali e spirituali, ha “un brutto carattere”. Hai “un brutto carattere” anche Tu, Marta mia, se intendi seguitare ad agire nobilmente e rettamente; ne avrai uno bellissimo, invece, quando Ti accomoderai a tutte le camorre, quando t’assoggetterai a tutte le prepotenze, e accetterai tutte le sopraffazioni e Ti sottoporrai al giogo e andrai dove loro vorranno e farai quello che loro t’imporranno. Allora sì, Marta Abba avrà un bellissimo carattere. Pirandello ne ha uno “brutto” perché, chiamato a onorare Giovanni Verga, ha il coraggio di denunziare pubblicamente la persona e la ragione che per tanto tempo impedirono che Giovanni Verga fosse onorato, come meritava, dagli Italiani. Pirandello ha “un brutto carattere” perché trattato come è stato trattato dal suo paese, ha avuto resi, come egli dice, “tutti gli onori” (io vorrei sapere quali, forse l’Accademia insieme con Marinetti, Formichi, Angiolo Silvio Novaro e compagnia bella?); ma poi escluso da ogni rappresentanza attiva, escluso dal teatro, escluso dalla Società degli Autori, bersaglio d’una lotta accanita d’un malfattore che ha distrutto il teatro italiano, ha dovuto riparare all’estero per guadagnarsi da vivere. “Brutto carattere” veramente questo Pirandello, che seguita intanto a dir bene di Lui, a esaltarlo come un salvatore del suo paese, come un genio costruttore a cui l’Italia deve tutto mentre l’Italia a Pirandello taglia i viveri, e lo vessa di tasse, e rischia di farlo morir di fame. - Lasciamo andare! Io ho per me bisogno di levare in alto il suo mito; anche se lui mi dice che ho “un brutto carattere”. Questo carattere me lo tengo con il più legittimo orgoglio, qualunque sacrifizio mi possa costare, anche il sacrifizio della mia stessa vita.
 

     Lo scoraggiamento di Marta, comunque, non è ben fondato, perché Mussolini cercò di muoversi in suo favore presso la CINES cinematografica, per la quale reciterà in due film.
     La lontananza di Marta, lo stato di depressione e di sofferenza feroce che prova nella sua solitudine parigina, unita forse al dolore per essere stato definito una persona dal brutto carattere, lo fa star male: la sera del 15 febbraio viene colpito da un attacco cardiaco di cui non si rende subito conto, scrivendone a Marta il giorno dopo come di una «esplosione di gas»: mi sono sentito tutt’a un tratto soffocare, per un’interminabile esplosione di gas dall’interno che m’urgeva senza fine alla gola e m’impediva di respirare o mi mandava in gola anche il cuore, che mi faceva un tale rombo da averne intronate le orecchie; ero congestionato; ho provato ad alzarmi e sono caduto, le gambe non mi reggevano più; mi sono tirato su, fino ad andarmi a buttare a letto, dove sono rimasto fin verso le due vestito, credendo di morire soffocato da un momento all’altro; era una cosa terribile questo fiotto di gas continuo che mi scoteva tutto. Forse con questo attacco comincia, insieme alla nuova situazione creatasi intorno al suo nome, come vedremo, a fargli lentamente cambiare idea sul suo esilio, o allontanamento volontario dall’Italia, e a pensare a un ritorno in Italia, a Roma in particolare, ad avere più stretti contatti coi figli, che avverrà nel tardo autunno dell’anno.
     Sente la “necessità di partire per cercare di riprendersi. Il 2 marzo da Parigi parte per Milano, per restare insieme a Marta Abba per qualche giorno prima di ripartire alla volta di Roma e partecipare alle riunioni annuali dell’Accademia del Littorio che sarebbero cominciate il 7. Pensando di fermarsi solo per qualche giorno, andando ad abitare insieme al figlio Stefano in via Piemonte 17, vi resterà invece fino alla fine di aprile per fare ritorno a Parigi e predisporre tutto per il rientro definitivo in Italia. Durante i lavori dell’Accademia, s’incontra con Marpicati, a quale spiega il suo atteggiamento e ciò che gli altri in quegli anni hanno tramato contro di lui. Ed è proprio Marpicati che nei giorni seguenti gli fa ottenere un incontro col Duce, che vede male il suo soggiorno all’estero, specialmente in quella Parigi che si pone come centro vivo della cultura e del rifiuto di ogni fascismo, cui si accorre da ogni parte dell’Europa.
     Il 13 marzo viene ricevuto dal Duce; così il giorno dopo descrive a Marta la sua visita:
 

     Ho tardato un giorno a risponderti perché per jeri sera era fissato il mio colloquio col Duce, e, scrivendoti, volevo informarTi dell’esito di esso. Magnifico. Sono stato accolto con la massima cordialità, e trattenuto a parlare di tutto per circa un’ora. Appositamente il colloquio era segnato in fondo alla nota della giornata, perché, essendo l’ultimo, potesse durare più a lungo di tutti gli altri.

     “Oh Pirandello, finalmente vi si rivede! Godo di trovarvi più fresco e più giovine che mai! Sedete.” Queste sono state le sue prime parole. Notai subito, fin dalla sua prima domanda: “Che contate di fare?” che egli voleva veramente entrare a parlare con me di cose precise e interessanti, e non tenere il discorso sulle generali, parlando del più e del meno, senza alcun vero interesse. E allora presi a dirgli tutto quello che avevo in animo di dirgli - tutto - dall’a alla zeta - mi svuotai - sentendo, man mano che parlavo, che tutto ciò che dicevo era giusto, col tono appropriato, altero e sereno, ogni cosa guardata dall’alto, non dettata da un interesse particolare, da un risentimento meschino. Tanto è vero, che mi lasciò parlare e parlare, senza interrompermi mai, se non con brevi esclamazioni di consenso - “è vero” - “è così” - “senza dubbio” - gli occhi acuti e lucidissimi fissi nei miei, e il bel sorriso intelligente sulle labbra, che dava a vedere il godimento di sentirmi parlare così. Tu puoi bene immaginarti, Marta mia, tutte le cose che gli dissi, in un’ora di conversazione; non tralasciai nulla, nulla. Sarebbe lungo esporti tutto per filo e per segno; te lo riferirò a voce al mio prossimo ritorno a Milano. Ti basti per ora sapere che a un certo punto, quando gli parlai del mio progetto dei dieci teatri regionali presentato alla Società degli Autori perché gli fosse rimesso, batté un pugno sul tavolo irosamente, esclamando: “Voi potete ben credere che codesto progetto non mi è stato rimesso! Ne domanderò conto e ragione alla Società degli Autori.” E prese subito l’appunto. Volle esposto da me particolareggiatamente il progetto col più vivo interesse, e alla fine mi disse: “Credo veramente che sia la via più giusta per risolvere la questione del teatro in Italia. Non dubitate, Pirandello, studierò questo vostro progetto e vi saprò dire quello che penso”. Queste furono le sue ultime parole. Io sono uscito dal colloquio molto contento di lui e di me. E ne sarai contenta anche Tu, Marta mia, quando Ti riferirò tutto a voce, punto per punto. [...] Sono pieno di fede e di fervore. Spero veramente che questa mia venuta a Roma porterà frutti da far cambiare le sorti del teatro italiano. Forse farò una scappata a Milano per intendermi con Te, e poi ritornerò qua a Roma dove la mia presenza è utilissima in questo momento.
 

     Cominciano giorni frenetici di abboccamenti coi gerarchi fascisti, con Bottai, l’allora Ministro delle Corporazioni e degli Esteri sul problema del Teatro in Italia, e sull’attuazione di un progetto che andava accarezzando da parecchi anni, quello della fondazione del Teatro Drammatico di Stato, che in quei mesi sembra trovare uno sbocco definitivo; ma sarà ancora una illusione, perché il regime si pone altri obiettivi. Migliora anche la salute; lentamente supera l’attacco di cuore, grazie anche alla grande iniezione di entusiasmo determinata dalla visita al Duce. Si progetta un futuro non più lontano dall’Italia. In aprile Marta Abba compra il villino Mezzaluna al Lido di Camaiore e alla fine del mese Pirandello partecipa a Roma al Congresso Internazionale del Teatro, durante il quale viene rappresentato con grande successo Pensaci, Giacomino! e il Maestro riceve importanti attestazioni di stima e di ammirazione da personalità del teatro provenienti da tutto il mondo. In questa occasione si incontra anche con Max Reinhardt, il regista della contestatissima rappresentazione di Questa sera si recita a soggetto, di Berlino, di cui abbiamo parlato.
     Il 3 maggio rientra a Parigi, dopo aver trascorso qualche giorno nel nuovo villino di Camaiore con Marta, che verso la metà del mese, accompagnata dalla madre, lo raggiunge a Parigi per aiutarlo ad organizzare il trasloco alla fine di maggio da Parigi a Roma, dove temporaneamente si stabilisce presso il figlio Stefano. Finisce così ufficialmente il lungo esilio o espatrio volontario.
     Il 1932 è anche l’anno del film, che ottenne un considerevole successo, As you desire me, (Come tu mi vuoi) girato dalla Metro Goldwin Meyer con la regia di George Fitzmaurice con un cast d’eccezione: Greta Garbo, Melvin Douglas ed Eric von Stroheim
     L’ultima opera scritta all’estero, elaborata a partire dal 1930, è conclusa verso la fine di maggio, è La favola del figlio cambiato, tre atti in cinque quadri o episodi, condotta avanti come preparazione al mito de I giganti della montagna, ed è imperniata sul tema della maternità, che per Pirandello assume un valore altamente sacro. L’opera diventa un libretto per il Maestro G.F. Malipiero, al quale l’Autore dà ampia facoltà di ritoccare il testo secondo le esigenze musicali e della sua ispirazione, facoltà di cui il musicista non si avvalse; verrà pubblicata nel 1933 e rappresentata per la prima volta a Braunschweig l’anno dopo.


     La favola del figlio cambiato - È la storia di una madre che crede che il figlio le sia stato cambiato, in fasce, quando aveva sei mesi. C’è in tutta l’Italia meridionale la credenza popolare che le notti d’inverno, le notti di vento e senza luna, vadano per l’aria le streghe, certe streghe dette “Le Donne”, che si introducono nelle case per la gola dei camini e per gli abbaini, e alle povere mamme che dormono tolgono d’accanto i bambini, o intrecciano loro sul capo certe treccine che non si possono più disfare, e guaj a toccarle col pettine e a tagliarle con le forbici: il bambino ne morrebbe; o passano sulle palpebre chiuse delle creaturine la punta delle dita sottili, e la creaturina la mattina apre gli occhi, e li ha storti; oppure fanno l’orribile dispetto di cambiare il figlio a una mamma: cioè le portano via il bimbo bello e gliene lasciano uno brutto, andando a portare il bello a un’altra madre in cambio del brutto. Questo è capitato alla madre di quella mia novelletta. E da qui ho tratto il dramma. Hanno fatto credere a questa povera madre che il suo figlio bello sia stato portato dalle streghe in una casa reale, e che il suo figlio sia stato dunque cresciuto e allevato come un figlio di re: un re del Nord, come l’Islanda, o la Finlandia. Ora avviene che nella riviera ove questa madre vive, arriva un giorno col suo seguito un principe giovinetto, malato, che ha bisogno per cura del nostro mare e del nostro sole. Dicono appunto che questo principe giovinetto sia il figlio d’un re, mandato in Italia per curarsi, in incognito. Il regno è lontano, fosco di nebbie e di geli, e torbido d’invidie e di passioni politiche. Qua c’è la serenità d’una eterna primavera, il sonoro riso del mare, il voluttuoso tepore del sole. Viene un giorno la notizia che il re, nella capitale del regno, sta per morire. Il principe giovinetto deve ritornare lassù per cingere la corona, alla morte del padre. Tu già immagini che quella madre ha creduto fin dal primo momento dell’arrivo di quel giovine principe, che questi sia il suo figlio, quello che le fu rapito in fasce. Ella si è cresciuta e allevato un mostriciattolo, che tutti chiamano per scherno “il figlio del re” e va girando con una corona di cartone dorato sul testone ciondolante. Ora il conflitto nasce tra questo mostriciattolo deriso e il principe giovinetto, condannato ad andare a morire sul trono, se lascia il paese del sole; con questa madre di mezzo, che riesce a trattenere presso di sé quello che crede il suo vero figlio, e lascia andare al trono il mostriciattolo. (dalla lettera a Marta Abba del 30/4/1930)

 

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Inizio Pagina

 

VII. Il tramonto e il mito-testamento

 

VII-a. Anni tormentosi

 

     Pirandello si trattiene a Roma fino alla fine di giugno, quando va a Lido di Camaiore ospite di Marta nel Villino Mezzaluna, dove resta fino alla fine di luglio quando va a Castiglioncello, ospite del figlio Stefano nel villino Conti, circondato dall’affetto dei figli e dei nipotini e dei tanti amici. Qui resta per il resto dell’estate, fino ad ottobre. A metà settembre finisce Trovarsi, che aveva già cominciato quando si trovava a Parigi, dedicato a Marta, che è veramente l’ispiratrice del dramma, tanto che Pirandello, avendo avuto la sensazione che il terzo atto non le fosse piaciuto, cerca di cambiare la scena finale, consapevole, come le scrive da Castiglioncello il 9 settembre 1932, che il difficile è trovar l’assoluto, con una donna che è attrice e che vuol essere donna, e come donna non si trova e rischia di non trovarsi più come attrice, e poi come attrice si ritrova, ma non ritrova più l’uomo che la faccia essere anche donna... Eh, perché il vero assoluto inaccettabile nella vita - è quello che dice Salò nel primo atto: o donna, o attrice; che è poi quello che ho detto sempre io, per me: “la vita, o si vive o si scrive”. Ma Donata è giovane, è bella, e vuol anche vivere... Il suo dramma è questo, e tanto più complicato, in quanto non sa chiudere gli occhi; e la volta che li chiude, rischia di morire e non vede più nulla... Come “trovarsi” così? Ci si perde e non ci si trova; o a volta a volta ci si perde e ci si ritrova; e allora come le altre... - e nulla più d’assoluto! Questa mancanza d’assoluto fa che Donata non possa essere un’eroina; è la crisi d’un’attrice, che non si supera, perché lei stessa non vuole o l’una cosa o l’altra, vuole insieme le due cose, che non sono possibili se non relativamente e dunque senza conclusione vera.

     È evidente come il dramma ricalca il tormentato rapporto tra Pirandello e Marta: proprio partendo dalla sua esperienza, dai ripetuti colloqui con Marta sulla condizione dell’attrice nei suoi rapporti da un lato coi personaggi che interpreta e dall’altro con le persone reali, nei suoi sentimenti espressi come personaggio e come persona, Pirandello cerca di capire la dualità attrice-donna, la crisi di una donna che nella vita è anche attrice e quindi inevitabilmente la capacità di rappresentare sulla scena la vita e i sentimenti e le azioni di altre donne si riflette sulle sue azioni e sui suoi sentimenti di donna nella comune quotidianità, e un’attrice che sul palcoscenico è anche donna e quindi nella rappresentazione porta il suo bagaglio di esperienza e di sentimenti di donna. Il tormento di Elj e Marta diventa il tema della commedia, come l’autore stesso scrive a Marta l’11 febbraio:


     Approfondendo, vedo che, come non sarà possibile per lui che divenga “tutti”, così non è possibile per lei che divenga “una”, per cui né lei potrà “trovarsi” nel solo amore di lui, rinunziando all’arte, né lui potrà “trovare” in sé d’esser “tanti” per riempire tutta la vita di lei che non può esser “una”.
 

     Pirandello ama perdutamente la donna e nello stesso tempo concorre a crearla come attrice. Questo dramma rappresenta la sua dedizione, l’unica cosa veramente assoluta.

 

     Atto primo - atrio della villa Arcuri in Riviera

    Tema: presa di coscienza di Donata Genzi, sollecitata da Salò che le dice di averla vista recitare le parti più opposte, tutte con lo stesso calore di verità; l’attrice non può essere sincera e vive il suo momento più drammatico quando rientra in camerino, smette di recitare una parte e non ritrova più se stessa. Donata in casa dell’amica conosce Elj, un personaggio un po’ ribelle, che non ha mai potuto soffrire il teatro e le attrici, orfano, cresciuto con lo zio. L’incontro tra i due è dirompente: decidono di scappare con la barca già pronta anche se la notte è buia e tempestosa.

     Atto secondo - Stanza nel villino di Gianfranco Mora in Riviera

     La tempesta si abbatte sulla barca, i due fanno naufragio e riescono a salvarsi a stento: Elj porta in salvo Donata. La scena si apre con Donata in via di guarigione che nella convalescenza prende veramente coscienza di se stessa, sente di essere stata sì sempre vera, ma mai per se stessa; ora vuol essere vera per sè e avere una vita che sia sua. Questo significa “trovarsi”, mentre prima la vita la trovava in altre creature che l’avevano, create dalla fantasia, alle quali aveva dato la verità del suo corpo e della sua voce e trovarsi significa risolvere la confusione tra donna ed attrice. Ma la vittoria ha un prezzo ed è sentita da Marta come un insulto da patire nella solitudine: Non aver mai potuto tollerare questa confusione - della donna e dell’attrice - l’aver voluto salvare l’orgoglio dell’attrice che vuol vincere sola, per quel che vale - questa presunzione di credere che quanto c’era in me di nuovo, di vivo nella mia arte, questo soltanto e nient’altro mi dovesse bastare per vincere... - ho vinto, sì, ho vinto sola - oh, sola come in cima a una montagna, nel gelo... - mi sveglio, apro gli occhi in mezzo a un silenzio e a una luce che non conosco, e a cose che per me non hanno senso... - che donna sono più? com’è? com’è? che sento? dove mi trovo? che ho nelle mani, che non ho più nemmeno la forza di sollevarle? quest’orgoglio d’aver vinto? sì, come un macigno, buono soltanto da legarmelo al collo per affogare: ecco tutto, quando non se ne può più! Vi giuro che si pensa alla fine, si pensa se ne valeva la pena! Bisogna che la dia alla fine qualche cosa la vita, la dia, la dia... - io ho dato tutta me stessa... sempre, senza mai pensare a me... - e vedermi trattata come se non dovessi sentir nulla, come se fossi di marmo... o con certe impudenze... cose, sa? di quelle che torcono le visceri dentro, come una fune; ... e notti, notti, a piangere lagrime di sangue, senza veder più la ragione di star perdendo così gli anni migliori della vita... senza un conforto, senza una gioja... In tutto questo monologo finale del II atto troviamo non il personaggio, ma la stessa Marta, la sua vita, le parole che effettivamente diceva parlando col Maestro, le sue sensazioni, i suoi convincimenti di donna e d’attrice.

     Atto terzo - Camera d’un ricco albergo in una grande città

     Donata sente il bisogno d’una prova che confermi il suo essersi trovata: recitare un’ultima volta prima di abbandonare le scene per sempre ed essere definitivamente donna: la prova che può avere anche la vita.
     Elj assiste a una parte della recita, ma fugge inorridito dal teatro alla fine del secondo atto: Donata aveva recitato male fino a quel momento, perché i due ruoli di donna e di attrice erano troppo confusi. La visione di Marta, impiastricciata maschera, così diversa dalla Marta nuda e genuina che lui aveva conosciuto, crea nell’animo di Elj un profondo sgomento, e invano lo zio cerca di fargli vedere una realtà diversa. Elj fa le valige e scappa verso il mare. Sopraggiunge Donata, e sa che lui è fuggito. Resta sola e anche la camera d’albergo diventa un palcoscenico, quasi un sogno, una visione. Quando anche la visione sparisce, Donata si alza di scatto e dice aprendo le braccia: E questo è vero… E non è vero niente… Vero è soltanto che bisogna crearsi, creare! E allora soltanto, ci si trova.

 

     Nella prima settimana di ottobre finisce di scrivere Quando si è qualcuno: la commedia ha come protagonista lo stesso Pirandello, così come Trovarsi ha Marta come protagonista. La prima notizia che ne abbiamo, si trova in una lettera a Marta dell’aprile 1930: la commedia ha quindi una lunga gestazione e crediamo ragionevolmente che essa venga terminata proprio tenendo presente da un lato Trovarsi e dall’altro la propria vicenda esistenziale così come essa si stava sviluppando in quegli anni così tormentosi per lui.
     L’ideazione avviene nel clima della solitudine dell’esilio berlinese, quando Marta da poco l’aveva lasciato rientrando in Italia. Si era venuta in quei due anni lentamente formando nella sua mente, fino a quando, quasi di getto, la scrive, non senza un influsso dei miti che proprio in quei tempi gli giravano per la mente. E proprio lui stava assurgendo a mito, non solo nazionale, della drammaturgia internazionale, visti i successi con cui venivano rappresentate le sue opere e la stima affettuosa con cui, specialmente all’estero, era trattato. La lenta maturazione della commedia rappresenta la ricerca di un punto fermo, di una certezza nella dolorosità di un’esistenza “senza pace né alcuna possibilità di ristoro”, nella quale si sente senza patria e senza casa; così scrive a Lietta nel 1931 (Aguirre, op. cit. p. 148): “Una casa, una patria, non sono più per me. Il mio animo s’è ormai alienato da tutto e non trovo più contatto con nulla né con nessuno. Non tollero che le mie idee piglino alcun sesto; né ammetto che abbia alcun nesso la mia vita. E così tiro avanti giorno per giorno. Oggi, ancora qui, domani forse altrove. Non so io stesso come faccia a resistere in questo stato, né perché duri ancora; ma un altro ormai mi sarebbe impossibile. È così.” E rivolge alla figlia quell’invito che è rivolto anche a se stesso: “Cerca e trova in te una certezza, Lietta mia, e tienti ad essa aggrappata che non ti sfugga. Non potrai trovarla, se non te la crei. E dunque non cercare nulla che non ti venga da te. Un sentimento di te, della tua vita, che sia di qualche cosa, in cui tu possa consistere, certa.”

 

     La commedia pone al centro l’esistenza come punto focale, quindi, in queste articolazioni:

     1°) Pirandello e Marta Abba come Qualcuno e Veroccia: “il ritegno del pudore d’esser vecchio” per lei che è ancora giovane, l’atrocità che si insinua nel cuore di un vecchio quando prova la desolazione di vedersi così “e la vergogna dentro come d’una oscenità, di sentirsi, con quell’aspetto di vecchio, il cuore ancor giovine e caldo”, sentirsi fissato per sempre in una forma, mentre lei (Marta-Veroccia) può ancora mutare di momento in momento: siamo alla fine del secondo atto e Qualcuno parla a Veroccia assente dalla scena, ma come se fosse presente, come Marta è assente dalla sua vita ma è sempre presente davanti a lui: “Ti sei preso di me, cara, l’ultimo momento vivo; ma pénsaci! pénsaci! come te ne saresti consolata? solo col dirti che quest’ultimo momento non era quello di un vecchio qualunque, ma d’uno che era QUALCUNO … qualcuno che non può più vivere, cara, non può, se non per soffrirne.”

     2°) Pirandello e la critica: tutti credono che la raccolta di poesie sia stata scritta da un giovane, perché i sentimenti della vita che vi sono espressi potrebbero essere rivelati soltanto da un giovane; ma quando capiscono che l’autore non è un giovane, sentono in quelle medesime parole, in quelle medesime immagini, un che di falso e di artefatto.

     3°) Pirandello e il mito: l’inizio della seconda scena con Qualcuno in compagnia di Dante, Ariosto, Foscolo e Leopardi sembra riproporre scenograficamente in qualche tratto il mito che proprio in quegli anni stava tormentosamente componendo, insieme alla dolorosa fissità di Enrico IV. Il terzo atto è la consacrazione del mito dello scrittore, che viene insignito del titolo di Conte (equivalente del titolo di Accademico?) a conferma della fama raggiunta: ma la fama ha come conseguenza la fine della vita; onorato nell’ammirazione di tutti, venerato dalla famiglia e dal Paese tanto che nessuno lo può più toccare, ma la Vita non c’è più. Le ultime parole di Qualcuno “diventano di pietra, incidendosi in forma d’epigrafe sulla facciata della villa alle sue spalle via via che le pronuncia:
 

puerizia
arcana favola di ricordi
ombra chi a te s’avvicina
ombra
chi da te s’allontana.

 

     Fin da subito comunque ci sono resistenze, e si scoprirà poi che provenivano anche da parte del Regime, per una rappresentazione della commedia: lo stesso Ruggero Ruggeri, l’unico che avrebbe potuto ben interpretare la parte di Qualcuno, che più volte e da anni ne aveva sollecitato il testo, deve improvvisamente alzare le braccia in segno di resa, dicendo che la sua compagnia non era pronta per rappresentare un lavoro del genere, che presentava non poche difficoltà scenografiche insieme al fatto che alcuni attori erano inadatti alla parte, come la Borboni in quella di Veroccia. Qualche spiraglio si apre verso la fine dell’anno, per interessamento del banchiere Carlo Orsi che avrebbe forniti i fondi necessari ad una Compagnia con Remo Benassi protagonista e Guido Salvini come Regista, ma anche questa iniziativa si perde nel vuoto.
     Nella seconda settimana di ottobre Pirandello lascia Castiglioncello e raggiunge Roma e dopo qualche giorno si reca a Napoli per assistere Marta nella preparazione della Prima di Trovarsi, che avviene il 4 Novembre al Teatro dei Fiorentini.
     Riparte subito per andare a Parigi, dove il 7 assiste alla Prima di Come tu mi vuoi. L’accoglienza è trionfale e i festeggiamenti denotano il grande affetto della città per Pirandello, che così scrive a Marta il 25, il giorno prima di rientrare definitivamente in Italia: “Ho avuto molti inviti e ricevimenti, come T’ho detto; oggi, l’ultimo, alla Società degli Autori Francesi, dove il Presidente Kistermakers ha fatto in mio onore un discorso veramente magnifico e mi ha consegnato la medaglia di sociétaire. Ma Tu sai che tutti questi festeggiamenti, se d’un lato lusingano il mio amor proprio, poi in fondo mi seccano mortalmente e mi stancano. Dopo le formalità del ricevimento c’è stato un banchetto, a cui hanno preso parte i più reputati commediografi di Francia, e il banchetto è finito, figurati, alle quattro del pomeriggio.”
     Il 26 novembre torna definitivamente in Italia ristabilendosi a Roma, dove va ad abitare col figlio Stefano in via Piemonte 117.

     Il 3 dicembre riceve da Alessandro Chiavolini, segretario particolare del Duce, un telegramma che lo invita a recarsi l’indomani in udienza da Mussolini. È una chiamata urgente e inaspettata, quasi certamente spinta dal grande successo che Pirandello aveva riscosso nelle settimane precedenti a Parigi. La visita è “spaventosamente impressionante” e viene così descritta nella lettera a Marta Abba del 6/XII, che riportiamo quasi per intero:

 

     Dovevo sì, per come T’avevo promesso, dopo la visita al D., scriverTi; ma Ti confesso che me n’è mancato l’animo. Ho avuto di lui un’impressione, che addirittura m’ha gelato il sangue nelle vene. Dopo queste feste trionfali del Decennale m’aspettavo che mi sarei trovato al cospetto d’un Gigante (perché tale è l’immagine che si ha di lui all’estero); mi son visto davanti un malato, dalla faccia gialla, ingrigito, scavato, quasi spento; e non solo così nel corpo depresso, ma anche e più nell’animo. M’accolse al solito affabilmente, all’ora segnata per l’udienza, e mi domandò subito. “Che ha da dirmi, caro Pirandello?” Gli risposi che venivo per dovere di cittadino, a riferirgli del senso che la Francia espressamente aveva voluto dare agli onori che m’erano stati resi con tanta solennità e del messaggio che tutta l’intellettualità francese m’aveva incaricato di portare all’Italia. Soggiunsi che sapevo per quali ragioni politiche l’Italia non poteva in questo momento gradire simili sensi e simili attestati; ma che, non di meno, avendone ricevuto l’incarico, stimavo mio dovere farglieli conoscere. Mi lasciò parlare senza mai interrompermi, sino alla fine. Non mi rispose nulla. In questo momento, la sua bestia nera è la Francia. Evidentemente, che la Francia mi abbia trattato bene, anziché fargli piacere, gli ha fatto un grosso dispiacere. In politica, oggi, tutto quello che la Francia fa all’Italia non può essere che male. Dunque, silenzio. Parlai allora dei due incarichi che avevo avuto dal Ministero degli Esteri, l’uno di recarmi al Polo, cioè in Norvegia, e l’altro di recarmi, quasi contemporaneamente, all’Equatore, cioè in Egitto. Sorrise pallidamente, e mi disse che era meglio per l’Italia che mi recassi in Egitto. Gli parlai poi del mio progetto dei teatri, di cui non avevo saputo più nulla dopo le dimissioni del Bottai. Allora egli si mise a parlarmi come non mi sarei mai aspettato. Ciò che mi disse è veramente d’una gravità eccezionale. La situazione politica del momento in tutto il mondo è tragica; non è mai stata più tragica: tutto è possibile che avvenga da un momento all’altro, è anche imminente la probabilità d’una guerra. Parole testuali. Non c’è da pensare in questo momento che a questioni generali; le particolari di ciascuno Stato d’Europa e del Mondo, per necessarie che possano essere, debbono passare in seconda linea, tutte. Per ciò che riguarda gli spettacoli, il popolo bisogna che si contenti di quelli che può avere in massa, gli stadii e il cinematografo. Per tutto il resto, bisogna aspettare tempi migliori. Volle poi sapere dei miei lavori. Era informato del successo a Napoli di “Trovarsi” . Gli parlai di “Quando si è qualcuno” che doveva darsi a Roma e gli dissi perché non si dava. “Siamo al solito, eh? La Suvini-Zerboni?” - “No, - gli risposi. - Le condizioni presenti del teatro. Io non ho nulla da chiedere né da pretendere da quei signori.” E la conversazione finì così, né poteva finire altrimenti, dopo quello che m’aveva detto dello stato delle cose in tutto il mondo. Ci salutammo con la consueta affabilità da parte sua; e questo è quanto. Sono ancora angosciato dalla spaventosa impressione ricevuta. Non aggiungo altro, Marta mia. […] Scrivimi, per carità, fammi sapere qualche cosa di Te; mi pare che il mondo sia spento. Abbiti tutti i miei auguri e sentiti tutta, sempre, nel bene senza fine che Ti vuole il tuo Maestro
 

     Il problema del Teatro, così come l’aveva studiato Pirandello, non verrà mai più risolto. Come abbiamo già notato, gli interessi propagandistici del Regime si rivolgeranno verso la creazione di stadii (il gioco del calcio aveva ormai assunto un’importanza notevolissima e proprio due anni dopo l’Italia diventerà per la prima volta Campione del Mondo vincendo la coppa Rimet) e di cinematografi, la nuova arte che stava avendo un rapidissimo sviluppo tecnico. Pirandello resta come interdetto di fronte alla nuova sconvolgente realtà. Viene assalito da un senso di stanchezza, impazienza e delusione per mille impacci causati sia dai collaboratori che dalla situazione di tensione politica in Italia e all’estero. Le prospettive d’immensi guadagni, che apparivano sicuri pochi mesi prima, non si realizzano. Il lavoro per il teatro nazionale continua, ma nel cuore di Pirandello a poco a poco il dubbio si sostituisce all’entusiasmo: il Maestro incomincia a sospettare che, se il governo stanzierà capitali notevoli per il teatro, la solita «mangiatoia» dei soliti profittatori verrà a distruggere la riforma stessa (Ortolani).
     All’inizio di gennaio del 1933, finite le recite in Sardegna, Marta arriva a Roma, dove, senza riscuotere un grande successo, soprattutto economico, recita fino alla fine di gennaio; ai primi di febbraio parte per Torino dove rimane fino alla fine del mese. Dal 23 febbraio all’8 marzo troviamo Pirandello a Parigi, per cercare di liberarsi definitivamente del suo agente Saul Colin, che ne aveva combinata un’altra delle sue, tanto da far infuriare lo scrittore che minaccia: non la passerà liscia: O ripara o gli faccio un processo, si sfoga con Marta in una lettera del 3 gennaio.
     Quante cause ha in piedi il Pirandello, dal Feist al Nulli, al Colin, alla Cutti e a tanti altri? È la stessa situazione del personaggio de “La giara” . Pirandello diventa [un po’] don Lollò. Pirandello nella sua vita privata diventa una vittima dei suoi stessi personaggi? Credo proprio di sì; e d’altronde non potrebbe accadere diversamente: se i personaggi nascono dalla fantasia creatrice ed esistenziale di Pirandello, lo scrittore non può che farli vivere secondo il suo più intimo modo di essere e di porsi di fronte agli altri. Nessuna delle persone con cui viene a contatto lo soddisfa; dopo un certo periodo di conoscenza, inevitabilmente il rapporto diventa conflittuale e doloroso, soprattutto quando subentra il fattore economico: crediamo che sia proprio questa conflittualità a riversarsi nel rapporto che instaura con tutti i suoi personaggi; tra Pirandello e i suoi personaggi si instaura lo stesso tipo di conflitto che esiste con la sua coscienza così tante volte bistrattata (pensiamo soprattutto a Uno nessuno e centomila).
     A metà maggio partecipa a Bologna al Congresso degli scrittori: è una vampata di speranza per realizzare la fine del monopolio di Giordani sul teatro italiano, ma ben presto si rende conto che la fine di quel monopolio non significherebbe granchè, perché i sovvenzionamenti andrebbero a finire nelle tasche dei soliti profittatori e non a premiare gli artisti che impegnano la loro vita per il teatro. Discussioni e riunioni e incontri finiscono come al solito nel nulla.
     A giugno Marta si trova a Roma per girare Il caso del giudice Haller, film prodotto dalla Cines, con la regia di Alessandro Blasetti. Da luglio fino alla metà di agosto Pirandello soggiorna a Castiglioncello, dove lavora a I giganti della montagna e aiuta Marta a organizzare la nuova “Compagnia stabile San Remo Marta Abba” , finanziata dal commendator De Santis, “gestore” del Casinò Municipale.

     L’anno è caratterizzato dalla commedia Quando si è qualcuno: riceve la proposta di una prima a Buenos Aires con la sua presenza anche attiva. La trattativa si concretizza; così il 17 agosto parte da Genova colla motonave “Duilio” per il Sudamerica in compagnia di Massimo Bontempelli. Appena sbarcato va ad assistere alle prove dirette da Antonio Cunill Caballenas, ma cominciano subito i problemi (sappiamo quanto Pirandello fosse incontentabile!) sia per l’allestimento scenografico che per la recitazione, finchè decide di mettere lui stesso in scena l’opera che, tradotta da Homero Guglielmini, col titolo Cuando se es alguien, viene rappresentata, ovviamente con qualche giorno di di ritardo sul previsto, “estreno absoluto por primera vez en el mundo” il mercoledì 20 settembre al Teatro Ódeon colla regia di Horacio Martinez alla presenza del Presidente della Repubblica. È uno splendido successo, decretato anche dalla presenza del grande drammaturgo, la cui fama era divenuta profonda negli ultimi anni.
     Durante la tournée un caloroso clima di ammirazione, di amicizia, di simpatia avvolge Pirandello (Aguirre, op. cit. p. 284). Il 26 settembre, prima di imbarcarsi sulla motonave “Conte Biancamano” per far ritorno in Italia, al Teatro Solís di Montevideo, tiene una conferenza su Ariosto e Cervantes, pubblicata sul numero di ottobre del 1933 sul Supplemento della Rivista della Società Dante Alighieri, ed è tratta dal quinto capitolo della prima parte del saggio L’umorismo, intitolato: L’ironia comica nella poesia cavalleresca.
     Durante il soggiorno sudamericano, la figlia Lietta, che per la terza volta si trovava in Cile, lo raggiunge a Buenos Aires da Santiago, e “passa insieme al padre giorni indimenticabili. Un cartoncino giallo del ristorante Novelty ricorda un tavolo riservato per la signora «Lieta Pirandello»: porta tantissime firme e la “dedica” Alla mia Lietta con tutto l’amore che sa papà.” (Aguirre, Vivere con … cit., p. 158). Il nuovo distacco fa sentire Lietta travolta da un’insanabile tristezza.
     Tornato in Italia va a San Remo, dove si trova Marta con la sua Compagnia, trascorrendo con lei un mese tra ottobre e novembre anche per aiutarla nell’allestimento della Prima italiana di Quando si è qualcuno, che avviene il 7 novembre 1933 al Teatro del Casinò Municipale di San Remo con Marta nella parte di Veroccia e Romano Calò in quella di Qualcuno, affiancati da attori di buona qualità come Luigi Almirante, Rossana Masi, Luigi Cimara tra i più noti. Il pubblico applaudì con vivo calore e chiamò con insistenti acclamazioni l’autore alla ribalta (venti chiamate distribuite alla fine di ciascun atto, scrive Renato Simoni, in Trent’anni di cronaca drammatica, ILTE, Torino 1951-1960, vol. IV, pag. 64)
     Rientra quindi a Roma, e prende in affitto in via Bosio 15, un arioso villino, descritto nella novella Visita, pubblicata sul «Corriere della Sera» il 16 giugno 1936 (come fa notare Aguirre in Album Pirandello, pag. 316):
 

     Il mio studio è tra i giardini. Cinque grandi finestre, tre da una parte e due dall’altra; quelle, più larghe, ad arco; queste, a usciale, sul lago di sole d’un magnifico terrazzo a mezzogiorno; e a tutt’e cinque, un palpito continuo di tende azzurre di seta. Ma l’aria dentro è verde per il riflesso degli alberi che vi sorgono davanti.

     Con la spalliera volta contro la finestra che sta nel mezzo è un gran divano di stoffa anch’essa verde ma chiara, marina; e tra tanto verde e tanto azzurro e tanta aria e tanta luce, abbandonarvisi, stavo per dire immergervisi, è veramente una delizia.
 

     In via Bosio trascorrerà i suoi ultimi anni, stretto da un lato dal pensiero fisso all’irraggiungibile sogno di Marta, ed è un pensiero che lo spinge alla smania per il movimento, a non fissare mai la sua dimora in qualche luogo, e dall’altro avvolto dall’affetto e dalle premure dei figli e dei nipoti e dei numerosi amici che lo coccolano. In questa contrraddizione
 

si sentì sempre più prigioniero nello studio di via Bosio. Nel ’33 aveva scritto alla figlia: Guaj se mi s’affaccia l’idea che il soggiorno possa divenire dimora: me ne fuggo. Lo studio di via Bosio era divenuto dimora. E sognava, anelava di fuggirsene. (Aguirre, Vivere con … cit., p. 163)
 

     Il 1934 è un anno importante, che culmina con l’assegnazione del premio Nobel.
     Il 13 gennaio c’è la prima mondiale de La favola del figlio cambiato al Landestheater di Brunswick nella traduzione tedesca curata da Hans Redlich col titolo Die Legende vom vertauschten Sohn, musicata dal Maestro G.F. Malipiero, musicista d’avanguardia interessato alla musica atonale particolarmente apprezzata in Germania, al quale l’opera era stata offerta nel 1932. L’opera viene riprenentata a Darmstadt il 3 marzo, ma non viene replicata per un divieto delle autorità. Scrive Roberto Alonge:


     La Favola contrappone … la felicità delle Terre del sole alle brume del regno del nord del Principe, facilmente identificabile come area di lingua tedesca (i «marinaretti stranieri” del Principe gridano infatti nel terzo quadro: «Trinchevàine! Trinchevàine! / Mit Froilàine! Mit Froilàine!»). Il demente Figlio-di-re rispedito in patria come sovrano dell’imprecisato regno nordico poteva anche essere letto come un’irriverente e delittuosa allusione a Hitler. Per non dire dell’azzeramento dei valori della gerarchia, dell’autorità, della politica in genere, a favore di una irresponsabile regressione nel rassicurante cosmo uterino. Ce n’era abbastanza per spiegare la caduta dell’opera.


     L’allestimento della pièce in Italia avviene tra mille difficoltà, insidie e incomprensioni dovute a diversi fattori:
 

     §      gravi difficoltà economiche per Pirandello, a causa della diminuzione degli incassi sia dall’Europa, che attraversa una profonda crisi e economica, che coinvolge anche l’America che non è ancora riuscita a superare il crollo della Borsa del 1929, per cui Lee Shubert non riesce a mantenere più nemmeno gli impegni presi; così ne scrive a Marta il 24 febbraio: C’è qualche cosa più della mia salute che mi costerna gravemente in questo momento, Marta mia, ed è il momento particolarmente difficile che sto attraversando. Ormai da circa due anni non faccio più nessun affare, e il mio residuo al conto corrente è ridotto ai minimi termini; crescono tutte le spese, crescono le tasse (£. 5000 ogni bimestre), scema il reddito, scemano tutti i proventi, e io non vedo più come riparare; ho pensato finanche di smettere l’automobile, quantunque stando così lontano mi sia necessaria, ora che non ho più forza abbastanza per andare a piedi.
     §      crisi politica (ricordiamo l’ascesa di Hitler in Germania) che diventa sempre più vasta, nel senso che le nazioni coinvolte sono un numero sempre più elevato, e un preannuncio l’abbiamo visto già nel colloquio tra Pirandello e Mussolini di qualche mese prima.

 

     Il momento difficile si unisce ai problemi che Marta deve affrontare con l’amministrazione della sua Compagnia a San Remo anche a causa del comportamento piuttosto irresponsabile del ricordato De Santis.
     Il 18 marzo 1934 partecipa in camicia nera al grande discorso del Duce alla II Assemblea Quinquennale del Regime, e aggiunge, a proposito dell’ormai imminente prima italiana de La favola del figlio cambiato, che sta incontrando difficoltà incomprensibili sia per Pirandello che per Malipiero, e che escono in modo non sempre chiaro sulla stampa: La guerra che si fa al Malipiero è ignobile e veramente indegna d’un paese civile come dovrebbe essere l’Italia.
     Il 24 marzo al Teatro Reale dell’Opera di Roma, alla presenza di Mussolini, c’è la prima. Così ne scrive a Marta Abba il 29.III
 

     Sì, Marta mia, l’inimicizia preconcetta, l’ignoranza, la malafede, il proposito deliberato hanno avuto ragione d’una cosa bella, creata in purezza di spirito e in perfetta nobiltà d’arte. Il pubblico non mi aveva mai dato, come la sera del 24, un simile spettacolo d’inciviltà, che tanto più mi ha addolorato e offeso in quanto, attraverso la mia favola malignamente interpretata, s’è voluto colpire sopratutto il musicista contro il quale era il malanimo, anzi addirittura l’odio; e non si sa perché; o si sa benissimo, perché egli è, tra tutti i moderni musicisti d’Italia, quello che vale di più. S’è voluto enormemente gonfiare l’insuccesso, tanto che per ordine superiore si sono vietate le ulteriori repliche dell’opera. Così, le malignazioni ad arte e in antecedenza sparse sui giornali, che nella favola fossero contenute sconce situazioni e offese alla religione e alla monarchia, han trovato credito. Ora sta di fatto che il Malipiero, una ventina di giorni prima che l’opera fosse rappresentata, scrisse al Capo del Governo una lettera per domandargli se non stimava politicamente opportuno che egli, cioè Malipiero, ritirasse l’opera e non la facesse più rappresentare, dato che le si voleva dare una così arbitraria e maligna interpretazione. Ebbene, dopo 14 giorni (cioè con tutto il tempo di vedere e di considerare, se veramente nell’opera ci fosse un qualsiasi appiglio per quelle maligne interpretazioni) fu risposto dal Capo dell’ufficio stampa al Malipiero, che le sue preoccupazioni erano eccessive e lo si assicurava che la rappresentazione dell’opera sarebbe avvenuta in ambiente d’assoluta serenità. Puoi figurarti, dopo questo, come ci abbia addolorati e sorpresi la comunicazione del divieto delle repliche, per ordine del Capo del Governo. Tanto io che Malipiero gli abbiamo subito scritto una lettera per rimettere le cose a posto, ed esprimere il nostro dolore e la nostra sorpresa.
 

     L’opera è quindi un insuccesso annunciato, proprio per il boicottaggio contro Malipiero, un insuccesso che così viene descritto dall’Alonge: Giocò sicuramente anche il conservatorismo musicale del pubblico e una certa guerriglia degli ambienti tradizionalisti dei musicisti italiani, che avevano firmato nel ’32 un manifesto contro le posizioni d’avanguardia rappresentate, fra gli altri, proprio da Malipiero. Tale manifesto era stato appoggiato anche da alcuni responsabili fascisti. II giornale del Vaticano, «L’osservatore romano», non aveva mancato per parte sua di condannare come immorale la Favola. All’indomani del fiasco di Roma, Mussolini in persona diede l’ordine che non ci fossero repliche. L’umiliazione ferì profondamente Pirandello e peggiorò indubbiamente i suoi rapporti, già tesi, col fascismo.
     Arriva subito un ordine espresso di Mussolini che vieta le repliche dell’opera, interpretata dal regime e da maligni articoli critici pubblicati sulla stampa già da molti giorni, come offensiva per la religione e ancor più per la monarchia, che addolora profondamente Pirandello che ancora una volta resta sorpreso di fronte alle decisioni della politica che sono dettate da uno spirito così diverso dallo quello che anima la creazione di un’opera d’arte.

     Dopo aver affiancato Marta che recitava a Milano, standole vicino per quasi tutto il mese di maggio, quietando un nuovo sopravvenire di quella depressione, causata dalle ultime vicissitudini, che da anni ormai è abituale compagna delle sue giornate, Pirandello parte per Roma per preparare il Convegno Volta di cui era stato nominato presidente, e viene raggiunto dopo il 9 giugno dall’attrice che nella capitale deve girare il film Teresa Confalonieri di Rino Alessi, con la regia di Guido Brignone; il film viene proiettato per la prima volta al Lido di Venezia il 23 agosto e riceve il premio della Coppa Volpi nell’ambito del Festival Internazionale Cinematografico, mentre Pirandello si trova a Castiglioncello alle prese con la composizione di Non si sa come, che lo occupa per gran parte dell’estate e viene concluso ai primi di settembre. Il dramma risulta una sapiente combinazione dei temi di ben tre novelle: Nel gorgo (1913), La realtà del sogno (1914) e Cinci (1932).
 

     - Nel gorgo: un uomo e una donna hanno fatto all’amore sedotti da un attimo di rapimento improvviso e immediatamente rimosso dalla coscienza tanto da non provare nessun rimorso non solo davanti al proprio “partner” ma neanche di fronte a se stessi. Sul piano di questa rimozione il “crimine” diventa innocente, perché non la volontà era stata la molla del tradimento, ma il caso e un’attrazione irresistibile immediata e non ripetuta. Ma il pensiero che quel che è capitato a lui possa capitare anche a sua moglie fa impazzire l’uomo: il conte Romeo Daddi ospita Ginevra, moglie di Giorgio Vanzi, il suo più caro amico, quando questi si trova in missione, essendo ufficiale di marina: ma il giorno dell’arrivo di Giorgio, Romeo e Ginevra, rimasti soli in casa, si abbandonano a un irripetibile atto d’amore

     - La realtà del sogno: una donna ha tradito nel sogno il marito provando un vero e perfetto piacere fisico come mai era riuscita a provare col marito nei sei anni di matrimonio. Donna Bice Daddi in sogno tradisce il marito proprio con Giorgio Vanzi, il marito dell’amica Ginevra: lo scambio si è realizzato, anche se non proprio alla pari

     - Cinci: figlio di una prostituta, vive isolato da tutti, senza amici o parenti; un giorno, per un banale litigio, uccide un suo coetaneo; anche qui agisce il processo di rimozione di un atto che, violento e sanguinario, non è stato comunque voluto. Nel dramma il fatto fa parte del passato di Romeo Daddi, che si trova così a convivere con due rimozioni e due “crimini” , “innocenti” perché non voluti ma pur sempre al di fuori delle regole del vivere civile.

     Di qui la follia di Romeo, che potrebbe trovare quiete nella fuga, nell’allontanarsi da tutto e da tutti; nel tentativo di chiarificazione di ciò che è accaduto (finalmente gli altri protagonisti sanno cosa veramente è accaduto a Romeo), la vicenda sembra concludersi nella rinuncia di Romeo alla fuga, nel senso che potrebbe mettere tutti sullo stesso piano con l’equazione “tutti colpevoli = tutti innocenti” , perché tutto è umano. Ma la rivelazione finale getta una luce diversa sulla vicenda, Giorgio non ci sta e spara a Romeo uccidendolo, che accasciandosi su Bice mormora: “Anche questo è umano” .
 

     In estate corre voce che l’opera di Pirandello stesse per essere segnalata nell’«Index librorum prohibitorum» della Chiesa istituito a metà del ’500 dal Concilio di Trento; d’altronde i Gesuiti di Civiltà Cattolica, più vicini al Vaticano, fin dal 19 maggio 1923 avevano dedicato una seria attenzione all’opera pirandelliana e al suo evolversi, pubblicando articoli ora più ora meno polemici nei confronti dello scrittore girgentano che dimostravano una certa “irritazione delle gerarchie dell’Ordine nei riguardi del fenomeno Pirandello. Articoli che dimostrano il risentimento di fondo contro certe lezioni, impartite loro dal drammaturgo… Pirandello in principio vi è trattato da «originale» e da «stravagante» e quando viene pubblicato Lazzaro, i toni diventano aspri, perché i gesuiti ritengono l’opera come «la diffamazione, più odiosa e più assurda, della educazione cattolica e insieme della fede cristiana nelle sue verità fondamentali: l’esistenza stessa di un Dio personale e del fatto miracoloso come quello della Resurrezione.” (Giudice, op.cit., p.529)
     Allarmato l’amico dello scrittore Silvio d’Amico (leggiamo in L. Sciascia, cit., p. 19) scrive una lettera a Monsignor Montini, futuro Papa Paolo VI, che rispose: «non ho tardato ad occuparmi dell’oggetto della Sua lettera e La posso assicurare ch’essa è stata portata a conoscenza, con i commenti del caso, ad autorevoli persone dela S. Offizio, e ho ragione di pensare ch’essa abbia portato loro con soddisfazione preziosi elementi di conoscenza e di riflessione. Anche per cotesta opera buona quindi La ringrazio sentitamente». Così i libri di Pirandello non entrarono a far parte della schiera dei libri proibiti.

     Dall’8 al 14 ottobre Pirandello, dopo averli meticolosamente preparati insieme a Silvio D’Amico e a Guido Salvini come aiuto regista dello spettacolo che si sarebbe dovuto rappresentare in onore dei congressisti, alla presenza dei nomi più illustri della scena nazionale e internazionale, presiede, con F.T. Marinetti segretario, a Roma i lavori del Quarto Convegno della Fondazione Volta, promosso dall’Accademia dei Lincei, che per volere di Mussolini viene dedicato al tema Il teatro drammatico.
     Come rappresentazione Pirandello dà la preferenza al dramma La figlia di Jorio di Gabriele D’Annunzio, la cui scelta avrebbe rappresentato da un lato una sorta di riappacificazione fra i due scrittori dopo il crudo discorso su Giovanni Verga di Pirandello con la distinzione fra scrittori di parole (D’Annunzio) e scrittori di cose e di una rimozione dei risentimenti dei politici e degli intellettuali che gli erano ostili per la sua polemica antidannunziana, e dall’altro un rimettere in moto i rapporti con il fascismo turbati in qualche misura dalla rappresentazione de La favola del figlio cambiato. Il dramma, con scene e costumi del grande Giorgio De Chirico, fu rappresentato con la regia dello stesso Pirandello al Teatro Argentina. Accanto a Marta Abba (ovviamente invitata a rappresentare la parte di Mila di Codra) recitarono Ruggero Ruggeri (come trent’anni addietro in occasione della Prima assoluta nella parte di Aligi), Giulio Donadio (Lazaro), Teresa Franchini (Candia), Cele Abba, Elena Pantano, Franca Dominici (le tre sorelle), Achille Majeroni (un mietitore) e Gina Graziosi (la vecchia delle erbe).

 

 

VII-b. Il premio Nobel

 

     Sempre nel ’34 gli viene conferito il massimo riconoscimento mondiale: il premio Nobel.
     La prima volta che ne accenna è in una lettera che Pirandello scrive a Marta Abba l’ormai lontano 30 giugno 1929, come di una voce che correva a Berlino durante il suo lungo espatrio volontario (e chi sa che non verrà alla fine, a coronare tanta attività, anche il premio Nobel. Ne ho sentito parlare, di questi giorni, in Germania). La seconda volta è l’anno successivo, ed è più che una remota speranza che confessa a Marta il 4 marzo 1930:
 

Jersera è venuto a trovarmi il giornalista svedese Thorstad, che ha preso per la Danimarca, la Svezia e la Norvegia il “Lazzaro” e “Questa sera si recita a soggetto” . Mi ha detto che gli consta che è stato proprio Mussolini a impedire che il premio Nobel fosse dato a me “per non suscitare gelosie pericolose in Italia” (ed è evidente che sottintendeva quella di D’Annunzio) e “che fosse dato alla Deledda, che non avrebbe suscitato alcuna rivalità” . Mi disse che questo aveva fatto una pessima impressione in Svezia; e che è certo che il premio prossimamente sarà dato a me, per cui c’è una corrente favorevolissima. Egli, che [è] corrispondente berlinese del maggior organo della stampa svedese, scriverà in questo senso nella lunga intervista che ha avuto con me, jeri sera. Io gli ho detto che non muoverò un dito per avere il premio, e lui m’ha risposto che gli altri muoveranno le mani per darmelo.

Staremo a vedere. E forse la sorte muterà, allora! Ma ci vuole anche l’America! Sono pronto ad andare anche in America! Dovunque, dovunque...
 

     Nel marzo 1930 (vedi lettera a Marta del 4) il giornalista Thorstad, corrispondente berlinese del maggior organo della stampa svedese, (che aveva preso per la Danimarca, la Svezia e la Norvegia il “Lazzaro” e “Questa sera si recita a soggetto”) gli rivelava di sapere che era stato proprio Mussolini a impedire che gli fosse dato il premio Nobel per non suscitare gelosie pericolose in Italia, riferendosi a D’Annunzio e aveva preferito che fosse dato alla Deledda, che non avrebbe suscitato alcuna rivalità. Il 27 aprile dell’anno successivo rivela a Marta di essere a conoscenza che S.E. Rocco, uno degli uomini più ascoltati del Regime, ministro della Giustizia e Presidente della Società internazionale di cultura a Parigi, aveva scritto di sua spontanea iniziativa, proprio in qualità di Presidente, a Stoccolma perché gli venisse assegnato il Nobel; e sempre su invito di Rocco, la proposta viene caldeggiata dal Rettore dell’Università di Roma.
     Alla fine del 1932 viene invitato dalla Norvegia ad assistere a Oslo, quale rappresentante dell’Italia, alle onoranze del centenario della nascita di Bjornson Bjornstjerne, grande apostolo e retore degli ideali di libertà e di nazionalità, romanziere e drammaturgo, giornalista e direttore di teatro, e dopo Wegeland la maggior forza della rinascita e dell’indipendenza della Norvegia, premio Nobel per la letteratura nel 1903. La sua presenza fu caldeggiata anche dal Regime e avrebbe potuto essere il preludio all’assegnazione del Nobel per l’anno successivo, visto anche che òa sua candidatura era stata posta già da parecchi mesi dal Circolo di cultura fascista presieduto da Giovanni Gentile, che aveva mandato in Svezia il prof. Gabetti dell’Università di Roma a fare un ciclo di conferenze su di lui e sulla sua opera e a tessere contatti con i membri dell’Accademia Nobel.
     Il 5 aprile scrive a Marta: In grande confidenza Ti dico (ma bisogna tener la cosa in gran segreto) che il Gabetti mi ha confidato che per il Premio Nobel su dieci votanti, in primo scrutinio, ho avuto nove voti favorevoli, cioè la quasi unanimità.
     La confidenza del Gabetti si rivela esatta; il 9 novembre a Pirandello viene ufficialmente annunciata l’assegnazione del Nobel da un telegramma del Segretario generale della Reale Accademia svedese: «L’Accademia svedese ha stamani assegnato a Lei, signor Dottore, il premio letterario Nobel…»; era stato preferito a Paul Valéry e a G.K. Chesterton, candidati di quell’anno. A casa Pirandello è subito ressa di giornalisti e fotografi e “cinematografisti”, che gli chiedono una posa: egli sa già cosa fare: si siede come un bravo scolaretto alla scrivania, infila un foglietto nella sua inseparabile macchina da scrivere “Derwood standard portable typewriter”, e vi scrive sopra una sola parola: pagliacciate!, ripetuta per ben 27 volte, tanto lunga diventa la seduta e la serie di lampi al magnesio cui viene sottoposto. Ma c’è una sola persona colla quale vorrebbe trascorrere quei momenti, Marta, “la donna fulva che, come una premonizione, era apparsa a incarnare tanti suoi personaggi” (Aguirre, cit. 302), è nei suoi pensieri e purtroppo lontana, assente:
 

sono passati tanti giorni e non ho ricevuto di Tuo che una firma in una cartolina illustrata, tra tante altre firme, credo da Biella. […] Non mi son sentito mai tanto solo e tanto triste. Il dolce della Gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata. E poi, quando Ti arriva, se non sai più a chi darla, e che fartene?
 

     Così le scrive il 15 novembre, dopo giorni intensi in cui si è sentito “oppresso - è la parola - dai festeggiamenti che m’hanno fatto, dai giornalisti di tutti i paesi che m’hanno assediato, interviste e telegrammi, telegrammi, telegrammi; ne avrò ricevuto un mezzo migliajo a dir poco! da S. A. Reale Adalberto di Savoja-Genova alla tua ex-cameriera Lina! - Ne arrivano ancora da tutte le parti del mondo, e non so come fare a rispondere." Ma di Marta in questa occasione, solo una firma su una cartolina illustrata, quasi a volersi mimetizzare, mentre il mondo della cultura italiano ed europeo è in fibrillazione e Pirandello viene considerato ormai un autore da consegnare alla storia: da accettare, non più da discutere.
     Il calendario degli impegni è frenetico; ecco come lo presenta a Marta il 15 novembre:
 

Il 18 [novembre] sarò certamente a Milano e mi tratterrò fino alla sera del 19. Mi sarebbe tanto piaciuto vederTi e parlare un po’ con Te, Marta mia! Ma il giorno 20 devo essere a Parigi dove mi aspettano e dove bisogna che mi trattenga almeno una settimana. Il giorno 27 partirò per Londra dove mi tratterrò fino al 4 Dicembre. Da Londra ritornerò per due giorni a Parigi e poi, il 9 mattina mi troverò a Stoccolma per la Seduta Reale che sarà il 10 dicembre, resterò nella Capitale Svedese per tutti i festeggiamenti che mi faranno fino a tutto il 14 e poi il 15 partirò per Praga dove assisterò alla prima del “Non si sa come”, e terrò la conferenza.
 

     Le accoglienze a Parigi e Londra sono quasi trionfali e sensazionali e danno fastidio al Regime fascista, che comunque non vede di buon occhio tutto ciò che succede nelle due capitali europee. A Parigi al ricevimento del “Figaro” in suo onore partecipano 1500 invitati, tutte le personalità politiche e culturali sono presenti. Pirandello, al di là delle difficoltà di ogni genere, spera che Marta possa essere con lui a Stoccolma, ma il padre dell’attrice ha un banale incidente di macchina e il desiderato viaggio sfuma, anche perché l’amica che avrebbe dovuto accompagnarla all’ultimo momento si rifiuta adducendo una scusa.
     Il 10 dicembre c’è la solenne cerimonia di consegna della pergamena, della medaglia e del premio in denaro premio da parte del Re e il discorso, in cui mette in evidenza il concetto che gli errori dell’innocenza hanno finito per fare di lui un essere del tutto inadatto alla vita, e soltanto adatto a pensare e a sentire. Così descrive a Marta la giornata trionfale il 12 dicembre:
 

     Io sono addirittura stroncato da tutte queste feste. Ma ormai, se Dio vuole, il grosso è passato. Ho ricevuto il Premio dalle mani del Re nella seduta solenne, che ha veramente una grandiosità impressionante, con tutta la Corte e la folla degli invitati in tutto lo splendore delle decorazioni, Accademici, Ministri Generali e, sul palco, i candidati coi loro padrini. Te ne parlerò meglio a voce, e Ti mostrerò lo splendido diploma e la grande medaglia d’oro. Dopo questa cerimonia si va al banchetto nel magnifico Palazzo della Città: banchetto di almeno 500 persone, presieduto dai Principi Reali. Qui ho dovuto [fare] il discorso e m’è toccato farlo in francese per suggerimento del nostro Ministro, non essendo ammissibile che un interprete traducesse il mio italiano. Me la son cavata bene. Tutto jeri m’è passato a far visite di ringraziamento e puoi immaginarti come e quanto m’abbiano stancato. Jeri sera, pranzo a Corte, col Re e tutti i Principi Reali. Il Re è stato con me d’una cortesia senza pari; e uno dei Principi, il Principe Guglielmo, secondo Benito del Re, s’è intrattenuto con me tutta la serata. Stasera pranzo alla Legazione in mio onore; domani rappresentazione di gala del “Piacere dell’onestà” al Teatro Nazionale. La più grande attrice svedese, Tura Teje, interpreterà il “Trovarsi” in una tournée per tutti i paesi scandinavi; alla Radio hanno dato il “Vestire gl’ignudi”. C’è stato anche, la prima sera, al mio arrivo, un pranzo offerto in mio onore da tutta la federazione della stampa estera a Stoccolma. Quando penso che, appena finiti questi festeggiamenti svedesi, cominceranno quelli di Praga, mi vengono addirittura i brividi.
 

     Il 15 parte per Praga, dove il 19 al Teatro nazionale viene rappresentata la Prima assoluta di Non si sa come col titolo Clovek ani neví jak nella traduzione di Venceslao Jirina; la presenza del Maestro ne assicura il successo nella prima serata, ma l’opera viene in generale accolta con una certa freddezza. Difficile è l’espressione di intensa e furiosa passionalità della gelosia del protagonista Romeo, che oltretutto porta un nome che inevitabilmente evoca letterariamente una vicenda e un amore totale nel quale è del tutto assente proprio la gelosia.
     Il 20 finalmente può ritornare il Italia e rincontrarsi con Marta, e vicino a lei trascorre le feste natalizie.

 

 

VII-c. Il declino

 

    Ai primi di gennaio del ’35, convocato da Chiavolini, viene ricevuto in udienza privata da Mussolini: ci sono le congratulazioni del Regime, si parla del Nobel, si ritorna a parlare del progetto del Teatro Nazionale di Prosa e Pirandello promette di presentargli quanto prima il progetto. Si reca quindi a Parigi, dove lo raggiungono Marta e sua madre, trascorrendovi quasi tutto il mese. La serie dei festeggiamenti non è ancora finita, Parigi gli riserva ancora sorprese. Così Silvio d’Amico descrive la serata del 17 gennaio:
 

     « ... Pirandello è tornato a Parigi, per assistere a quel che l’Intransigeant gli aveva preparato, il grande gala al teatro dei Mathurins; dove Pitoëff ha messo in scena Ce soir on improvise, seguito da un insolito, bizzarro e gentilissimo omaggio di tutti gli interpreti parigini di Pirandello all’insigne autore, e dalla consegna della rosetta della Legion d’onore al festeggiato, fatta dal Ministro dell’Educazione Mallarmé... ». (Infatti Pirandello non si era occupato di ritirare la prima « rosetta » assegnatagli tanti anni prima). « ... All’annuncio di Gaston Baty si son visti sfilare a uno a uno, ciascuno col suo trucco e pronunciando parole appropriate,

     la Madre (Marie Kalff) e il Capocomico (Michel Simon) dei Sei personaggi,

     Baldovino (Dullin) del Piacere dell’onestà,

     la signora Frola (Madame Dullin) di Così è (se vi pare),

     Ersilia (Madame Simon) e i suoi compagni di Vestire gli ignudi,

     Fulvia (Paulette Pax) e Mauri (Clariond) di Come prima, meglio di prima,

     la Madre e la Suora (la Rivorin e la Bing) de La vita cbe ti diedi,

     Frida (Ludmilla Pitoëff) di Enrico IV,

     l’Incognita (Marguerite Jamois) di Come tu mi vuoi;

     e infine la nostra Marta Abba - che recitò a Parigi, in francese, L’uomo, la bestia e la virtù - nelle vesti della signora Perella, insieme con Paolino e col capitano Perella (Lefour e Pauley)... ».


     Il 27 gennaio Marta parte per Londra, per studiare e perfezionare la conoscenza dell’inglese con la prospettiva di recitare appunto in questa lingua, come già aveva fatto a Parigi. Pirandello resta di nuovo solo, si getta nel lavoro, ma è distratto dai tanti impegni “rappresentativi”; anche il Ministero degli esteri cerca di prenderne per lui, ma quasi sempre riesce a sottrarsi: ormai la sua figura è divenuta un simbolo, e il viale del tramonto lo rende un monumento da ammirare senza condizionamenti, anche se l’arte e il mondo del teatro hanno imboccato strade che ormai gli sono estranee.
     Nel mese di febbraio due sono gli eventi importanti, che sembrano vicini alla conclusione ma che si riveleranno ancora una volta deludenti e privi di sbocchi. Il primo riguarda la possibilità di stringere un ricco contratto con un certo Reece ideatore di una società anonima, che si sarebbe chiamata “Compagnia Pirandello” con sede a Londra, con capitali di importanti finanziatori inglesi, con lo scopo di diffondere in traduzione inglese nel mondo l’opera del Maestro che si sarebbe visto garantire un introito eccezionale, come scrive a Marta il 3 febbraio:
 

     Io ho avuto qua a Parigi tre giorni di conferenza con Reece e alla fine s’è messo su il progetto che egli presenterà a Londra a Sir Edmond Davis. Questo progetto è per una Compagnia Pirandello, compagnia nel senso commerciale e inglese della parola, cioè Società per lo sfruttamento dell’opera, passata presente e futura, di Pirandello, con capitale di 4 milioni, di cui tre andranno a me, alla firma del contratto, e un milione servirà per le spese d’esercizio. Io cederò tutto, libri, teatro, cinematografia, finché l’anticipazione globale di tre milioni non sia recuperata; poi avrò il 60% dei proventi e lascerò alla Società il 40%. Ma l’organizzazione della Compagnia, che sarà presieduta e diretta dal Reece stesso, sarà complessa, perché avrà tante branche sia in Europa, sia in America. Siamo stati a lavorare in questi tre giorni più di 8 ore al giorno e spero che nel progetto si sia contemplato tutto; naturalmente, prima di passare alla firma del contratto consulterò un avvocato di prim’ordine, come Marchesano. Reece ha già chiesto da qui udienza al Davis; ma per raccogliere tutti i finanziatori del suo gruppo ci vorrà per lo meno una settimana; quando tutti potranno riunirsi il Reece sarà avvertito a Grasse e si recherà a Londra per trattare; ma egli è già sicuro dell’affare, perché il Davis è già prevenuto in massima e disposto a trattarlo. Tu capisci, Marta mia, che per me sarebbe una vera fortuna, mettermi tranquillo per questi ultimi anni che mi restano da vivere (seppure saranno “anni”), senza più pensieri, a lavorare a ciò che più mi piace!
 

     Il secondo riguarda l’ormai annoso Progetto Pirandello per il Teatro: il 18 febbraio viene ricevuto dal Duce a Palazzo Venezia per la presentazione del progetto, al quale si era dedicato molto nelle ultime settimane, dall’ultimo colloquio, ed ormai pronto nei minimi dettagli, con tutti i costi ben dettagliati, la formazione della compagnia, perfino i nomi già pronti. Così ne scrive a Marta il giorno dopo:
 

     Ma veniamo alla grande notizia. Dunque, jeri, alle 17 e 30, sono stato a Palazzo Venezia col mio bravo progetto sotto il braccio per l’istituzione d’un teatro nazionale di prosa in Roma. Sono stato introdotto subito, e subito il Duce, con la sua solita mirabile prontezza di spirito, s’è interessato alla “premessa” introduttiva, intitolata “Il teatro al popolo”, senza perder tempo in disquisizioni inutili. Ha cominciato subito ad approvare quanto man mano leggeva; ha scorso tutto il progetto, intramezzando qua e là, qualche osservazione, qualche rilievo, per esempio, se non conveniva meglio chiamare l’istituzione “Teatro Reale di prosa”, anziché “Teatro Nazionale di Prosa” e poi osservando lui stesso “ma forse ’Reale di prosa’ suona male” e troncando: “basta, studieremo”; disse a un certo punto ch’era bene si trovasse oggi al posto di Governatore il Bottai che sarà certamente un collaboratore adattissimo al progetto; insomma ho avuto la precisa impressione che la cosa è fatta; figurati che alla fine mi disse: “Sarebbe bellissimo cominciare quest’anno stesso, ad ottobre!” Ora questa è perfettamente nel Suo stile, quando vuol fare una cosa. Oggi stesso Egli vedrà Bottai, e son sicuro che ne parlerà con lui e studierà con lui, se sarà possibile, dati i lavori di riadattazione che ci saranno da fare al Teatro Argentina, cominciare veramente in ottobre. Gli è piaciuta moltissimo l’idea di iniziare l’anno comico il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma, con un lavoro vincitore d’un concorso internazionale, per far che Roma ridiventi centro mondiale delle arti e della coltura.

     Appena ritornato, felicissimo, a casa, mi sono attaccato al telefono per comunicare la notizia a Bottai, che se ne mostrò entusiasta: “tanto per il teatro” disse “quanto per te”. Insomma, Marta mia, pare che al nostro sogno siamo finalmente arrivati! jeri sera erano tutti in gran festa da me, D’Amico e tutta la redazione di “Scenario”, Bontempelli, Alvaro, e tutti parlavano di Te e dicevano che senza Te, costituire la compagnia, non sarebbe in alcun modo possibile. Il problema da risolvere sarà trovare qualcuna che possa starli accanto! Ma di tutto questo parleremo prossimamente nell’occasione della mia venuta a Londra, che è stata rimandata circa al 9 o 10 di Marzo. Mi ha scritto il Reece che la conferenza dei banchieri finanziatori dell’affare non potrà aver luogo costà prima del 4 o 5 Marzo; che in seguito a questa prima conferenza egli il giorno 8 al più tardi mi telegraferà da Londra e che intanto io mi tenga pronto a partire per il 9 o il 10. Forse, verso la fine di Marzo, con l’affare concluso e con la prospettiva dei grandi lavori per il prossimo Teatro di Stato, formazione della Compagnia, formazione del repertorio, noi, Marta mia, potremmo ritornare insieme in Italia.

 

     E ovunque giri la mente, il suo obiettivo è sempre lo stesso: Marta e la possibilità di vivere “insieme” a lei: anche il progetto del teatro di Stato aveva questa nascosta finalità: “potremmo ritornare insieme in Italia”. Subito dopo l’incontro, con Bottai e altri gerarchi fascisti si getta nei preparativi per la realizzazione del progetto. Ma dopo le prime speranze (finalmente siamo sulla via di fondarlo sul serio e per sempre. Per incarico del Capo, Bottai già ne studia la fondazione sulle basi del mio progetto, senz’altre persone di mezzo, né Ciano, né la Corporazione, né la Società degli Autori, né l’Accademia. Così lo stesso Bottai m’ha annunziato per telefono. 4 marzo) contrari ai desideri e ai voti furono i fatti: già da metà aprile, pur rimanendo una certa fiducia nella positiva soluzione del progetto, i desideri cominciarono a sgonfiarsi, quando cominciano a verificarsi rinvii e dilazioni (realizzati perfino con la nomina del responsabile - prima Bottai, poi De Pirro poi Ciano - o col coinvolgimento prima solo di Roma e poi anche di Milano e Torino, che lentamente tirano per le lunghe la situazione e portano infine all’accantonamento stesso del progetto.
     Alla fine di Marzo Pirandello va a Londra, per curare alcuni affari e incontrarsi con Marta restandovi per una settimana. Al ritorno a Roma lo aspettano grandi festeggiamenti: il 24 aprile a Palazzo Ruspoli, nel cui salone, su un palco improvvisato, viene recitato L’uomo dal fiore in bocca; alla sera, banchetto in suo onore con la partecipazione di Galeazzo Ciano, al quale era stato dato dal “Capo” l’incarico d’occuparsi della fondazione del Teatro di Stato. Due giorni dopo nel Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio di Firenze inaugura il ciclo di Conferenze Internazionali d’Alta Cultura con una Introduzione al teatro italiano, presenti anche l’Ambasciatore e il Ministro della Cultura francesi.
     L’avvenimento più importante è senza dubbio il viaggio negli Stati Uniti. Parte il 13 luglio a bordo del Conte di Savoia e dopo una settimana di traversata giunge a New York, dove si trattiene per due mesi e mezzo. Grandi festeggiamenti ufficiali sia da parte della folta comunità italiana che da parte del mondo culturale americano, ma il tutto è condito da una certa freddezza dovuta da un lato all’appoggio che apertamente Pirandello - con interviste pubblicate sui maggiori quotidiani locali - dà al Regime fascista, che in America non gode di alcuna simpatia e che si era giocato la sua credibilità colla guerra di conquista dell’Etiopia, dall’altro la resistenza degli americani a firmare contratti per un “prodotto” che non avrebbe incontrato facilmente il favore delle masse. A questo si aggiunge l’atteggiamento generale tenuto da Pirandello nel suo rapporto con gli americani e con la cultura locale, soprattutto quella teatrale, che si era apertamente schierata contro ogni forma di fascismo e in particolare contro l’impresa etiopica. La speranza di stringere accordi e firmare vantaggiosi contratti va delusa, e cade il mito di una America come fonte di quella ricchezza sempre sognata negli ultimi anni e mai raggiunta.
 

Molte trattative imbastite, - scrive a Marta il 30 Agosto, - ma nulla di concluso finora! E già anche il mese d’Agosto è passato. Adesso è qui Talberg. Alloggia in questo stesso albergo, ma ancora non l’ho visto. Forse lo vedrò, uno di questi giorni; ma ormai non spero più nulla, tanto è lontano dalla mente di tutti questi produttori di film ch’io possa dar materia adatta al genere della loro produzione. Mi ammirano troppo, capisci? ammirano troppo l’altezza della mia arte e temono che non si possa abbassare fino alla mediocre comprensione delle “masse”.
 

     Amareggiato, si “abbandona a generalizzazioni che tradiscono la sua superficiale conoscenza della complessità del grande continente”. Doveva sentirsi un po’ disgustato e molto avvilito, quando decide di riprendere la strada per l’Italia. Avrebbe voluto partire già il 24 settembre, ma rimane ancora una settimana sempre nella speranza che qualcosa potesse succedere. Intanto i giorni passano inutilmente e nulla accade. Parte così il 5 ottobre e il 12 sbarca a Napoli, dopo una traversata tranquilla, ma viene colpito da un serio attacco cardiaco:
 

Proprio la mattina stessa dell’arrivo, quando eravamo già fermi nel porto di Napoli, dopo una magnifica traversata, e dal ponte del “Conte di Savoja” vedevo sulla banchina Stefano, Fausto, Francesco venuti ad accogliermi con un gruppo di giornalisti e d’amici, mi son sentito male improvvisamente: un dolore bruciante al petto, che mi toglieva il respiro e mi faceva mancar le gambe; mi videro tutti impallidire come un morto; e io mi sentii quasi morire veramente: avevo sulla fronte quel sudore di gelo che precede la morte. Ma invece d’avvilirmi, mi sono [fatto] forte, per resistere all’improvviso assalto del male. Gli amici e i miei figli sbigottiti mi hanno subito condotto all’“Excelsior”. Qui le pronte cure, specialmente alcune compresse calde al petto, mi hanno fatto rinvenire. Sono stato all’albergo, così curato, fino alle 3 e 1/2 del pomeriggio; poi mi sono messo in macchina, ancora non del tutto ristabilito, per ritornare a Roma. Durante il viaggio non sono stato tanto male; ma appena arrivato a Roma, verso le 8, mi son fatto mettere a letto, dove sono ancora, molto abbattuto, molto debole, ma credo ormai sulla via di riprendermi. Non so a che cosa attribuire questo grave disturbo improvviso. A New-York sono stato benissimo, e benissimo durante tutto il viaggio che, ripeto, è stato ottimo, con un mare tranquillo e delizioso. Sono stato, è vero, molto disappetente e ho mangiato a bordo, forse, troppo poco. Il male è stato forse provocato da un cucchiaino di bicarbonato preso a digiuno la mattina dell’arrivo per rimediare a un po’ di “bruciacuore” che mi dava fastidio. Mi ha cagionato un tal fermento di gas nello stomaco, che il diaframma si dev’esser sollevato fino a disturbare seriamente il cuore, che a un certo momento minacciò d’arrestarsi. Basta, ora sto meglio e spero che tra qualche giorno potrò rimettermi del tutto.
 

     L’attacco cardiaco si ripete più violento qualche giorno dopo nella sua casa di Roma. Le cure sono abbastanza pronte ed energiche. I troppi viaggi, le emozioni dell’ultimo anno, il troppo fumo, la delusione americana, la gioia di rivedere i propri cari dopo giorni di depressione e solitudine sulla nave, trascorsi con certi pensieri fissi che sarebbe facile immaginare: tutto concorre a creare quello stato di stress che si conclude con gli attacchi cardiaci. Lentamente si rimette: il pensiero di Marta lo fa sentire vivo, sentire la sua voce al telefono
 

che gioja udire la Tua cara bella voce viva l’altro jeri al telefono! Come ho fatto presto a riconoscere e a sentire in tutto il sangue, in tutte le fibre del corpo, in tutti gli angoli più riposti dell’anima che la sorgente della mia vita, di quella poca che ancora mi resta, è in Te, Marta mia. Udendo la Tua voce, sentendoTi parlare mi sono sentito tutto ravvivare, e mi ha fatto più bene la Tua voce, che tutte le cure, che tutte le medicine e le attenzioni dei medici. (a Marta 22.X.35)
 

e leggere le sue lettere sono veramente l’unico balsamo per la sua anima, e in quei giorni di salute precaria contengono l’invito a lasciar stare le miserie quotidiane e a illuminare con la sua presenza il mondo del teatro e dell’arte. Riportiamo intera la lettera del 26 ottobre [’35]
 

     Caro, mio caro Maestro,

     sono arrivata in questo momento da Salso e trovo la Sua buona, addolorata lettera. Mi pento di essermi lasciata trasportare da un impeto di irritazione che in fondo era il dispiacere di vedere Lei ancora, dopo tanta esperienza di casi e di vita occorsi, occuparsi, dare un rilievo eccessivo a cose che non valevano il Suo rammarico o la Sua attenzione. Le assicuro, Maestro, che se non le volessi quel bene che le voglio, avrei diritta diritta passato sopra a questi suoi accenni, e avrei continuato a fare quello che stimavo giusto, secondo certamente il mio criterio.

     È perché voglio e desidero che Lei veda alto, secondo il suo sguardo e non si occupi che di fatti che Lei, grande, col suo grande spirito può accostarsi. E secondo il mio parere Lei non deve piú partecipare alla vita di palcoscenico, ma illuminare (soltanto perché Lei ha un godimento di vita o meglio d’arte) quei pochi attori che lo meritano. Ma deve pensare soprattutto a se stesso. Soltanto a se stesso.

     Se io Maestro, le ho detto qualche cosa di mia esperienza di questi giorni, fu soltanto perché Lei si guardasse da amici non sinceri. Ma questi amici non sinceri non meritano la sua passione. E se è per me Maestro, che ho ormai una dura esperienza, e una certa filosofia ancora forse giovincella ma robusta, non vale la sua passione ma la sua freddezza, e il suo cervello. E se è per il teatro (come è realmente), Maestro, per me e per tutti è Lei il teatro, è a Lei che guardiamo, che amiamo, che ci rappresenta il teatro, cioè la nostra arte.

     E se mi vuol fare felice, Maestro, sí li guardi pure con la sua sapienza, col suo disprezzo, con la sua bontà anche, ma non con il suo cuore. Non dia a loro il suo cuore. Lo tenga per chi lo ama, per chi lo vuole ancora per tanti anni, perché lei dica la parola sempre piú bella, sempre piú alta. E c’è tanto bisogno nel mondo di uno spirito come il suo. [...]

     L’abbraccio Maestro, con tanta tanta tenerezza e con gli auguri del mio cuore fervido

     Marta

 

     Il 29 ottobre alla presenza del Duce pronuncia un breve discorso per l’apertura della stagione di prosa al Teatro Argentina: adesso, come aveva detto Marta, Pirandello è il simbolo vivente del teatro italiano. Qualche giorno dopo viene raggiunto a Roma da Marta, che si tratterrà per circa un mese. Il 13 dicembre al Teatro Argentina c’è la Prima italiana di Non si sa come con un grande successo sottolineato dal pubblico con ovazioni all’autore che ormai appare vecchio e malato, come annota anche Corrado Alvaro nella sua Prefazione alle Novelle per un anno a proposito degli ultimi mesi della vita del Maestro. Ma il successo non soddisfa Pirandello:
 

È stato uno strazio da parte degli attori, a cominciare sopratutto da Ruggeri, che non ha inteso minimamente né lo spirito né la situazione del protagonista; non ha mai vibrato, non ha mai detto come doveva dire le sue parole. Prima di tutto, non le sapeva! Se il suggeritore non gliele soffiava, non andava avanti! E gli altri, che cani, Marta mia! Sì, il successo ci fu, e grande; ma che vuoi che m’importi del successo, se la mia opera mi è stata uccisa sotto gli occhi sulle tavole del palcoscenico? Il pubblico è stato generoso, e mi ha voluto solo alla fine per farmi un’ovazione interminabile, forse a compensarmi dello strazio che mi era stato inferto. Ci sono stato male due giorni; la stanchezza, la macerazione, mi hanno prostrato, finito. Non Ti dico che cosa è stato per me ricevere le congratulazioni di tutto un popolo dei varii Alfieri, Bodrero, Di Marzio e infiniti altri, alla fine del secondo atto. Quando sono rincasato, avevo la febbre, che m’è durata tutto ieri. Non ho potuto prendere un boccone e son rimasto tutto il giorno a letto. Ah, basta, basta col teatro…
 

     L’ovazione interminabile è un tributo di gloria da parte di tutto il mondo del teatro e della politica italiana al grande Maestro, le cui condizioni di salute sono già tanto precarie da destare in molti la coscienza che si sta avvicinando il momento finale.
     Il 1936 si apre con l’accantonamento del “Progetto per il teatro Nazionale” da parte del Governo, che intende “concentrare tutte le risorse nella costruzione di Cinecittà per produrre film di propaganda per le masse e Pirandello non ne potrà più vederne la realizzazione. Qualche riforma dovrebbe portare a una migliore situazione del Teatro in Italia, ma i risultati sono piuttosto scarsi anche perché i sussidi governativi, distribuiti apparentemente a caso, finiscono nelle tasche di capaci e incapaci e delle solite persone “profittatrici”, che sembrava avessero perso peso politico nelle ultime stagioni.
     Alla fine di gennaio Pirandello si trova a Milano, dove si trattiene fino a metà febbraio, per assistere al debutto stagionale di Marta primattrice al Teatro Lirico con Santa Giovanna di G.B. Shaw con la Compagnia dei Grandi Spettacoli d’Arte diretta da G. Salvini. A metà Marzo la Compagnia è a Roma al Teatro Argentina, che proseguirà poi prima a Bologna e poi a Firenze.
     Alla fine di marzo arriva a Marta una concreta possibilità di recitare in America, proposta da Gilbert Miller di New York, con un contratto che viene firmato il 7 maggio a Roma. Il 23 maggio Marta parte per Londra: comincia la sua grande avventura fuori dall’Italia. A fine maggio, tornando da Milano, Pirandello resta solo.
     Si reca ad Anticoli Corrado, nella deliziosa campagna di S. Filippo, in compagnia del figlio Fausto e della nuora Pompilia, trascorre molta parte dell’estate dipingendo paesaggi dolci e tristi, allontanandosi dalla pratica letteraria e mentre dipinge il pensiero può restare legato là dove da un decennio si è incatenato con una malia irresistibile: a Marta, che prepara il suo debutto a Londra in inglese. Come sempre nelle sue lettere descrive tutto della sua situazione alla donna. Verso la metà di giugno viene ospitato per qualche giorno nel villino Mezzaluna del Lido di Camaiore e il successivo 23 assiste alla Prima romana della commedia del figlio Un padre ci vuole. Da Roma riparte subito per Anticoli Corrado. Il 12 luglio, in una lettera a Marta, dopo averle annunciato che si sarebbe recato a Venezia, annuncia: al ritorno “non starò più con Stefano e Olinda, quando torneranno dall’Alto Adige. Loro se n’andranno ad abitare altrove, e nel piano di sotto abiterà, in ottobre, la mia figliuola Lietta che ritorna in Italia con le bambine, separata dal marito. Non ho voluto darTi prima d’ora, Marta mia, questa notizia che, son sicuro, Ti dispiacerà tanto per me. Cascherò dalla padella nella brace; mi cresceranno del doppio le spese”.
     Dal 15 al 18 luglio lo troviamo a Venezia per le rappresentazioni goldoniane allestite da Renato Simoni, quindi torna a Roma passando per Milano dove fa visita ai genitori di Marta. Da Roma riparte subito per Anticoli dal figlio Fausto, ma psicologicamente aumenta la stanchezza e la sua irrequietezza: potrebbe essere un momento di serenità, “Ma - scrive il 27 luglio a Marta - il mio animo è in continuo ribollimento, e la pace non è fatta per me. Bisogna che io vada fuggendo, per non sentire questa mia atroce solitudine e il tormento non meno atroce di dover nascondere la mia gioventù sotto questa apparenza di vecchio!”. È in questi giorni che prende la decisione di trasferirsi presto a Milano, come afferma Corrado Alvaro, per non cadere “dalla padella nella brace"; ma è un progetto senza convinzione, che testimonia la sua smania, ma non una reale possibilità di scelta.
     Verso il 20 agosto per un breve periodo di riposo, prima di partire per l’America, Marta ritorna in Italia reduce dai lusinghieri successi ottenuti a Londra: è l’ultima volta che Pirandello vede la sua “luce” prima che si imbarchi a Genova a bordo del Conte di Savoia, l’11 settembre, per New York, dove giunge il 17, per esordire il 15 ottobre al Plymoth Theatre con Tovarich nel ruolo della Granduchessa Tatiana Petrovna, una rappresentazione che la critica sui maggiori quotidiani ha definito come il primo grande successo della stagione: le recite proseguiranno per ben 45 settimane.
     Alla fine di settembre va per qualche giorno a Berlino con S. E. Alfieri e con Bodrero in commissione per il Congresso Internazionale della Società degli Autori ed Editori, tutto a spese del Ministero Stampa e Propaganda. Il nuovo regime nazista gli promette di favorire una ripresa del suo teatro in tutta la Germania, ritraducendolo integralmente, come scrive da Berlino a Marta il 29 settembre:
 

     Ho ritrovato Berlino press’a poco com’era, ma quasi spenta. La vita teatrale segnatamente. Non si produce nulla. Tuttavia, fin da jersera son venuti a trovarmi due agenti, Ahn e Simrok, divenuti ormai, col nuovo regime, i primi di Berlino e della Germania, i quali sono animati dal proposito di fare una rinascita del mio teatro qui e mi hanno offerto condizioni vantaggiosissime. Alfieri ha promesso loro che ne avrebbe parlato domani o doman l’altro col Göbells che gli si dimostra amico. Se verrà l’autorizzazione, l’affare è fatto. Qua ci vuole l’autorizzazione per tutto; e per tal riguardo si sta molto peggio che da noi. Il Göbells lo vedrò certamente anch’io. A Roma, quando lo vidi, mostrò d’avere molta simpatia e considerazione per me. Staremo a vedere. Ma ormai, Marta mia, poco m’importa di tutto. Se l’affare si fa, sarò contento; e se non si fa, non prenderò il lutto per questo.
 

     Per inciso ricordiamo che Ahn e Simrok erano suoi agenti a Berlino già nel 1929. La luce della sua mente sa ancora vedere la realtà sociale e politica, anche se la luce della sua anima è di molto offuscata perché la sua fonte è lontana troppe miglia: la critica al regime che tutto gestisce, per cui ci vuole l’autorizzazione per ogni cosa, anche per vivere, è lucidissima e pacata; la rigida forma non è più solo qualcosa che riguarda il personaggio nei suoi rapporti con gli altri personaggi, sventurati o sciagurati come lui nel fluire del tempo e del destino, ma comprende l’intera società: la forma stessa è diventata un regime, quello fascista, nel quale si sta male e nel regime nazista si sta molto peggio.
     La partenza di Marta lo lascia come stralunato e lo porta a vivere in una condizione mentale di sogno continuo, come ci è attestato dalla straordinaria lettera del 21 novembre: ancora una volta, come tante per il passato, cerca di “vedere” la città dove vive Marta, il quartiere, le strade, fin nei più minuti particolari…
 

     Tu avrai forse a quest’ora ricevuto la mia lettera indirizzata al “Plymouth Theatre” e quella di Graziadei indirizzata all’«Hôtel Pierre», prima che mi facessi conoscere la strada e il numero del Tuo quartierino. New York è come una scacchiera; e, conoscendola, mi posso render conto benissimo di dove abiti: so la strada 53ma, dove taglia la VI Avenue (West); non ricordo soltanto se i numeri dispari siano a destra o a sinistra della strada. A che piano stai? Posso domandarlo al portiere. Già ci sono. Salgo con l’ascensore. Suono il campanello alla porta. Mi si presenta una “magnifica” cameriera negra.

     - Miss Marta Abba?

     E odo dall’altra stanza il Tuo grido:

     - Maestro! Maestro!

     Marta mia, che sogno! Soltanto a farlo, mi sento tutto rinascere. Ti farei, prima di tutto, un grosso rimprovero amoroso, d’aver trascurato la salute. Tu vuoi che non Te ne parli; m’assicuri che ora stai bene, che avrai cura di Te, ora che Ti sei rassettata in codesto appartamentino, ma intanto la prima cosa ch’io notai, quando Graziadei venne a mostrarmi una Tua fotografia sulla rivista “Time”, dove insieme con Halliday sei ritratta nell’atto di sorridere mentre asciughi un piatto, la prima cosa che notai fu che - sì sei sempre tanto bella, tanto piena di grazia nella sapiente malizia del Tuo sorriso alle spalle del Tuo principe consorte - ma patita, patita, coi segni bene impressi d’una stanchezza fisica che non si vuol dare per vinta. So, so che hai avuto tanto da fare, che ciò che hai fatto ha del miracoloso, e che bisogna anzi ringraziar Dio che hai potuto resistere a tanto sforzo prodigioso e superarlo. Ma tutto sta ora a mantenere codesta resistenza, che non abbia a cedere tutt’a un tratto per l’abuso che hai fatto delle Tue energie! Mi raccomando, Marta mia!


     E continua dandole suggerimenti e consigli come solo con una figlia si può fare. E poi parla anche un poco di sé, ed è un parlare struggente, come di chi vive senza vivere ciò che gli sta attorno:


     Mi domandi di me, Marta mia, ti lamenti che non Ti parlo di me, di quel che faccio. Non faccio più nulla, Marta mia, sto tutto il giorno a pensare, solo come un cane, a tutto ciò che avrei da fare, ancora tanto, tanto, ma non mi pare che metta più conto di aggiungere altro a tutto il già fatto; che gli uomini non lo meritino, incornati come sono a diventare sempre più stupidi e bestiali e rissosi. Il tempo è nemico. Gli animi avversi. Tutto è negato alla contemplazione, in mezzo a tanto tumulto e a tanta feroce brama di carneficina. Ma poi, nel segreto del mio cuore, c’è una più vera e profonda ragione di questo mio annientarmi nel silenzio e nel vuoto. C’era prima una voce, vicino a me, che non c’è più; una luce che non c’è più... Non mi sento più di lavorare; eppure dovrei, ne avrò tra poco il bisogno, lavorare come per una condanna, cosa atroce, alla mia età, dopo aver tanto tanto lavorato. Il poco messo da parte s’assottiglia, le spese, coi nuovi carichi addosso, son cresciute, crescono sempre più, non so come andrà a finire. Ecco perché, Marta mia, mi vieto di parlarTi di me.
 

     E se da un lato “si annienta nel silenzio” (quante ore silenziose trascorse e come consumate nell’ultimo mese, anche quando c’è Lietta, o le bambine), dall’altro si lega alla stretta attualità quando scrive a Marta, ma solo per le questioni che riguardano lei.

     Un mese dopo aver accompagnato Marta che partiva per New York, il 14 ottobre Pirandello torna a Genova, questa volta per accogliere la figlia Lietta che rientra in Italia: Marta e Lietta, le due donne che, in modi diversi e contrapposti, avevano caratterizzato la sua vita negli ultimi dieci anni. Lietta tornava soprattutto per lui, per ritrovare quegli affetti familiari che sembravano perduti, che avevano subito non pochi colpi in quegli anni. Ma in fondo, anche nell’animo di Luigi Pirandello, nonostante l’irrequietezza manifestata negli ultimi tempi, non era cessato l’amore per la figlia, nonostante fosse stata l’unica a non aver accettato l’idea di vedere accanto a suo padre un’altra donna, nonostante il risentimento per la figlia che l’aveva duramente avversato, tanto che in un foglietto testamentario del 25 settembre 1926 l’aveva trattata molto male, rivelando la netta contrapposizione tra le due donne nel suo animo:
 

     « Nel caso (che mi auguro non lontano) d’una mia morte improvvisa, lascio le seguenti disposizioni: 1) che la metà di tutto quanto posseggo sia diviso in tre parti uguali tra i miei figli Stefano, Lia e Fausto; 2) che l’altra metà disponibile sia divisa anch’essa in tre parti uguali, ma la terza, per punizione, non vada a mia figlia Lia, bensì ad un’altra mia figlia d’elezione che volle col suo nobile e purissimo affetto confortare questi ultimi giorni della mia vita raminga, avendone in compenso la più vile e schifosa malignità: dico la signorina Marta Abba. I miei due figli Stefano e Fausto, coeredi con lei di questa metà disponibile se, come non ho mai dubitato, mi amano, la tengano cara come una vera sorella e le siano grati delle tenere cure filiali che ella ebbe per me. 3) A compensarla del tanto male che le è venuto dal tanto bene che mi fece, voglio inoltre che vadano soltanto alla signorina Marta Abba tutte le percentuali dei diritti di autore che verranno dalle rappresentazioni, sia in Italia che all’estero, di tutti quei lavori che, senza di lei, non avrei mai scritto, a cominciare da Diana e la Tuda. Fino ad oggi sono due Diana e la Tuda e L’amica delle mogli. Presto con la nuova colonia saranno tre. Potranno anche essere quattro o cinque. 4) Quanto verrà di percentuali per diritti di autore dalle rappresentazioni, sia in Italia che all’estero, dei lavori anteriori a Diana e la Tuda e dai romanzi e dalle novelle, sia diviso in tre parti uguali tra i miei tre figli Stefano, Lia e Fausto. Firenze 25 settembre 1926.

Luigi Pirandello ».
 

     Tornano a Roma; Lietta ha con sé le due bambine; prende casa a poca distanza da quella del padre, che va a trovare tutti i giorni. Il padre sta poco in casa, quando non lavora, e in quegli ultimi tempi, da quando Marta era partita, il lavoro si è allontanato da lui, che vive i suoi giorni un po’ distratto, tutto attento alle sensazioni che gli arrivavano dall’America. Il giorno dopo l’arrivo di Lietta a Genova, Marta esordisce con grande successo al Plymouth Theatre, un successo che riempie d’entusiasmo Pirandello, che non può più gioirne apertamente, anche per la grande lontananza, che attutisce tutte le sensazioni: una lettera impiega da 7 a 11 giorni per attraversare l’Oceano!).
     In questi ultimi anni della sua vita, Pirandello ritorna al silenzioso spazio della narrativa, scrivendo alcune delle sue novelle più suggestive: Di sera un geranio (1934), Il chiodo e Una giornata (1936). Ancora tutto preso dalla composizione del mito-testamento I giganti della montagna, il dramma incompiuto e artisticamente più valido per unanime consenso della critica.
     Negli ultimi tempi aveva preso ad andare ad assistere a Cinecittà alle riprese del nuovo film Il fu Mattia Pascal (col titolo L’homme de nulle part), che egli stesso aveva dialogato su riduzione di Pierre Chenal e altri, con gli interpreti Pierre Blanchard, Irma Gramatica e Isa Miranda. Un giorno, tornando a casa, sente dolori e malesseri strani; il cameriere gli prepara il letto avvertendo nel frattempo Lietta, Stefano e Fausto; siamo alla fine di novembre e nel teatro di prosa gli spifferi gelidi sono tanti, prende un’infreddatura e si ammala. Sembra una cosa da niente, uno dei tanti contrattempi, ma non è così: diventa una polmonite, che in pochi giorni gli distrugge i polmoni già tanto malandati per il troppo fumo. La fine è abbastanza rapida. “I senapismi non servirono, non servirono le sanguisughe che gli applicò un clinico illustre” (Aguirre, cit. p. 164).
     Pirandello si spegne di polmonite il 10 dicembre alle 8.55.
     Tra le sue carte si scoprono le sue ultime volontà, scritte su un foglietto ingiallito:
 

“ MIE ULTIME VOLONTÀ DA RISPETTARE ”
 

     I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzii né partecipazioni.

     II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso.

     III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta.

     IV. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.
 

     “Arrivò il rappresentante del Governo - scrive Corrado Alvaro - e lesse sbalordito quel mezzo foglio… Lesse e rilesse quel foglio, se lo copiò, e si domandava come avrebbe fatto a presentarlo al Duce. Un grande uomo, un uomo celebre che va via in quel modo, chiudendosi la porta alle spalle, senza un saluto, senza un pensiero, senza un omaggio sovratutto, chiedendo di essere coperto appena di un lenzuolo ma da nessuna uniforme, da nessuna camicia nera come era di rito, andare via come un povero, senza commemorazioni, senza feste. Il rappresentante del Governo era un bravo tipo e umano, ma doveva risponderne al suo capo, e il capo non poteva raggiungere un uomo nella morte; almeno la morte era cosa tutta privata; la sola, allora. Disse: « Se n’è andato sbattendo la porta ». Di fronte alla perplessità di quel funzionario, c’era da misurare una condizione umana, e veniva fatto di invidiare colui che era dileguato a quel modo con la sua morte, rifiutando quegli onori per cui gli artisti vanitosi si compiacciono di contemplarsi perfino nella morte, e senza paura delle vendette che si potevano fare sulla sua memoria. E fu istruttivo, in quelle ventiquattr’ore, sapere che sul tavolo del più potente tra i cittadini si battevano indignati i pugni, che ufficialmente era negato allo scomparso un discorso maggiore di quello consentito a un fatto di cronaca, che uno, autore di un racconto col titolo C’è qualcuno che ride, annunciava il nulla a tutta la gloria e a tutta la potenza, ed era lui che rideva. Pirandello, nel punto supremo del suo destino terreno, affermava di essere libero e solo. Affermò di essere libero soltanto nella morte.”

     Il giorno dopo, i funerali: un carro senza accompagnamento si avvia verso il cimitero del Verano, dove il 13 il suo corpo verrà cremato e le ceneri conservate per dieci anni, secondo le norme vigenti. “Chi fu incaricato di andarle a rilevare nel deposito del Verano stentò alquanto a ritrovarle” (Giudice, cit. p. 548). Era il 1946; scortate dall’on. Gaspare Ambrosini, deputato all’Assemblea Costituente, che aveva ottenuto le debite autorizzazioni ministeriali, le ceneri giungono ad Agrigento su una littorina appositamente allestita su preghiera dello stesso Ambrosini, dopo che i piloti dell’aereo, concesso dalle Forze armate americane si rifiutarono di prendere il volo, simulando un’avaria, intimorite da una voce che si era sparsa rapidamente: che la volontà di Pirandello di far spargere al vento le proprie ceneri dovesse realizzarsi proprio durante questo volo e per cause accidentali. Le ceneri, conservate in un’anfora greca prediletta da Pirandello stesso, furono conservate per 15 anni prima nel Museo Comunale e poi nella casetta del Kaos, che con Decreto del Presidente della Repubblica dell’8 dicembre 1949 (n. 1170) era diventato «Monumento nazionale». Infine sepolte in una roccia che si trova non lontano dalla casa, ombreggiata dal famoso «pino di Pirandello»

 

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