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Franco Zangrilli - La tavola mascherata. Immagini
conviviali in Pirandello
Sciascia Editore
luglio 2011
pp.208
prezzo di copertina Euro 18,00
ISBN: 978-88-8241-326-2
Recensione di Silvano Demarchi
da
altoadigecultura.org |
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Franco Zangrilli, docente d'italianistica all'Università di New York, da
molti anni collaboratore del Cristallo, ha recentemente pubblicato un saggio di
oltre 200 pagine sugli aspetti conviviali nell'opera narrativa e di teatro di
Luigi Pirandello, un aspetto interessante a cui il lettore generalmente non
presta attenzione.
Nell'introduzione l'Autore ci dà un'ampia panoramica sociologico-letteraria
dell'importanza del cibo e della bevanda nella vita, partendo dalla Bibbia per
arrivare ai nostri tempi, in cui l'alimento assume un importante risvolto
economico essendo passati da una società agricola ad una industriale, in cui «si
consumano sempre più prodotti surgelati» e in futuro basterà una pillola per
tutta la giornata come attualmente fanno gli astronauti nei loro viaggi
spaziali.
Dal punto di vista storico l'Autore passa in rassegna i banchetti descritti
nei poemi omerici e quelli della commedia romana fino ai tempi nostri.
Ma veniamo a Pirandello e alla sua opera. Data la molteplicità dei
riferimenti e dei passi riportati, ci limiteremo a parlare di alcuni fra i più
interessanti.
Di sapore boccaccesco il racconto I galletti del bottegajo in cui la
moglie, cha a Pasqua sta cucinando due galletti, dice al marito (che voleva
invitare gli amici), che sono stati rubati e così può mangiarseli in santa pace.
Uno dei passatempi preferiti dei personaggi pirandelliani è quello di sedersi
a tavola per mangiare e bere in compagnia: «Volle per forza che rimanesse a
desinare con loro. E quanto lo fece mangiare, e quanto bere! Si levò ebbro più
di gioia che di vino. Quando fu la sera però, appena giunto a casa, Marco
Picotti si sentì male.»
L'esperienza conviviale, dice il critico: «le cui pietanze vengono elencate
nei minimi particolari... si presenta come allegoria dei godimenti di gola.»
Godimenti che fanno diventare obesi e insieme allegri: «Qui sta d'incanto! -
esclamò, levandosi insieme con gli altri e prendendosi il ventre con le mani,
soddisfatto, satollo.»
Non solo il cibo, anche la bevanda, il vino, entra in questi banchetti: «Voi,
don Diego, non bevete? Domandò Titta. Grazie, prima del pasto mai, - si scusò
l'ospite timidamente. - Eh via, per aprir l'appetito, - gli suggerì Nicola,
dandogli in mano il bicchiere...» Quest'abitudine di trovarsi a banchettare
rientra nelle abitudini siciliane e in genere meridionali dove la buona cucina
si unisce alla spontanea tendenza di stare assieme rafforzando l'amicizia.
Osserva il critico: «L'immagine del cibo, come si è visto, si rappresenta con
ossessione», ad esso si accosta l'immagine del maiale a cui si avvicina una
moltitudine di obesi che gli assomigliano nell'aspetto, ed ecco il contrasto
tipicamente pirandelliano: «Quando lei mangia con bello appetito che Dio lo
conservi sempre, per chi mangia lei? Mangia per sé, non ingrassa mica per gli
altri. Il porco, invece, crede di mangiare per sé e ingrassa per gli altri.»
Lo scrittore non manca di descrivere il rito della macellazione che aveva nel
popolo un carattere sacro d'immolazione. Un ritratto tra il serio e il faceto di
tante abitudini popolari.
Bere, per chi è in fin di vita e va all'osteria per «cogliere la vita più
vera e più reale, è un modo di esorcizzare la morte e di illudersi di vivere
ancora. Il vino - osserva il critico - sembra una sostanza che porta
all'intensità dei sentimenti e delle idee», che induce a meditazioni metafisiche
in gente comune.
Il banchetto reale diventa per Pirandello il banchetto della vita al quale si
accostano disadatti, sofferenti o mancanti di qualcosa che disperatamente
cercano. Ciò rientra nella visione pessimistica o agnostica della vita propria
dell'Autore.
Non si deve credere che, nella regione da cui Pirandello ha tratto gli spunti
per i suoi racconti e i drammi, vi siano episodi che riguardano solo il
godimento di lauti pranzi, vi è anche la fame e la miseria le cui vittime sono
soprattutto i trovatelli e i bambini piccoli. Con amara ironia osserva
Pirandello: «Questi strilli suscitano misericordia e compassione nei cuori dei
vicini di casa che gli augurano una morte immediata...» I preti secondo lo
scrittore non si curano molto di questi problemi; amano la pace e la
tranquillità e avere cibo sufficiente.
Rileva Zangrilli a conclusione di questa particolare trattazione dell'arte
pirandelliana che egli fu «il maestro capostipite di tanti argomenti e motivi
della letteratura contemporanea... e che è plausibile che diversi scrittori
abbiano sentito il suo influsso quando trattano il motivo del cibo, come una
componente... della favola della vita.»
Recensione
di Andrea Cedola
da
progettoblio.com
Il libro di Franco Zangrilli affronta la varia
e ampia diffusione e articolazione – a livello sia realistico-funzionale sia
allegorico-metaforico – del tema del cibo nell’opera di Luigi Pirandello.
L’epigrafe biblica premessa al volume ne rivela il fondamento, l’innesco
teorico, con l’identificazione cibo/conoscenza («Tu puoi mangiare liberamente di
ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male
non mangiare!»): proprio la funzione culturale, e anzi gnoseologica (e
rappresentativa-narrativa-evocativa) del cibo nell’arco della produzione
poetica, narrativa e teatrale di Pirandello è il campo d’indagine di questa
Tavola
mascherata, campo attraversato dai motivi correlati
della festa, dei riti, dei rapporti fra l’individuo e la comunità, del denaro e
del sesso, e reso spesso fertile dalla simbolizzazione e dinamizzazione delle
immagini trofiche. Cosicché, ad esempio, «si potrebbe dire che il desiderio di
mangiare di certi personaggi [...] è parallelo al loro desiderio di sapere e di
inquisire nel mistero delle cose» (p. 18); e il cibo «si rivela una componente
chiave» dell’impostazione e per l’interpretazione di molti testi pirandelliani.
Il metodo di Zangrilli, qui come in altri suoi lavori
comparatistici, è basato sul rilevamento dei singoli motivi e dei nessi tematici
entro l’orizzonte allargato dell’antropologia culturale e della tradizione,
dalla Bibbia e da Omero fino alla contemporaneità non solo letteraria (ma anche,
per es. cinematografica). E dunque, nella Premessa lo studioso segna le
coordinate del percorso interpretativo rilevando l’importanza primaria, il
legame fondante del cibo con la vita e la società umana: «Da quando l’uomo ha
preso coscienza del proprio corpo ha sempre avuto uno stretto rapporto con il
cibo» (p. 9, dove Zangrilli già evidenzia uno dei tracciati continui del suo
discorso: la preminenza del
corpo,
che è di per sé un motivo cardine in Pirandello). E ancora nella Premessa, altri
elementi nodali, da cui altrettanti fili d’Arianna si dipartono attraverso la
materia vastissima e labirintica, declinata nel libro a vari livelli (tematici,
ma anche linguistici e figurativi); due concetti (più un corollario) solidi, che
ordinano opportunamente le varie – ghiotte e numerose, quasi pullulanti –
riflessioni: «Il cibo può diventare un linguaggio più efficace delle parole» (p.
10); pesce grande mangia pesce piccolo, anche nell’universo post-verghiano di
Pirandello, che per mezzo della metafora trofica rappresenta il «mondo
capitalista» come «un sistema in cui vivere è divorare o essere divorato» (p.
10); e appunto dai due giudizi sunnominati Zangrilli trae l’idea centrale del
suo saggio, secondo cui «nell’arte figurativa» (e non solo) da sempre (e tanto
efficacemente in Pirandello, com’egli dimostra con l’analisi di parecchi testi,
soprattutto delle novelle) «la banalità del cibo si trasfigura in creazione
fantastica [...] oltre che in discorso critico della società» (p. 12).
D’altronde, se nella letteratura in generale, e tanto più in Pirandello,
frequentemente le scene conviviali mirano «a sottolineare la differenziazione di
classi sociali, di culture, di civiltà [...] e costumi» (p. 15), il cibo –
rappresentato nei suoi diversi aspetti «con un realismo che sa farsi
impressionistico e trasfigurarsi in dimensioni espressionistiche e grottesche»
(p. 15) – acquista nello scrittore agrigentino connotati, secondo Zangrilli,
polisemici e simbolici, oltre che umoristici, così da «trascendere il color
locale ed innalzarsi a piani d’universalità» (p. 18).
Il volume è suddiviso in capitoli che trattano i vari aspetti
del tema secondo le rispettive funzioni illustrative e di attivazione metaforica
(fra loro distinte o sovrapposte): da quelle realistico-sociali, anche con
venature satiriche (per es. la satira del mondo ecclesiastico, come nel trittico
delle «Tonache di Montelusa», dove «la bramosia per la "roba", come in Verga,
[...] fa tutt’uno con la voracità e l’amore per il cibo», p. 19 – né poi mancano
allusioni all’incontinenza sessuale), fino all’evocazione dell’ombra
attraverso il corpo, alla suggestione dell’oltre
e di un più ampio, profondo – quanto meno esplicito e
sanguigno – piano drammatico-esistenziale.
Altri
topoi
connessi al cibo in Pirandello: il mercato («metafora non solo
dell’atmosfera carnevalesca ma anche del palcoscenico della vita», p. 21), la
cucina («Un luogo dove [...] le rigide divisioni tra ceti sociali, padroni e
servi, maschi e femmine, possono magicamente essere abbattute», p. 22),
l’osteria (per es. in
Un po’ di vino),
la festa/sagra (cfr.
Il signore della nave,
con le figure realistico-allegoriche dei porci – uomini e bestie – alla festa).
È ricorrente il caso in cui la festa/banchetto si rivela o si converte in rito
funebre (o viceversa), alla lettera o metaforicamente (Prima
notte,
Visitare gl’infermi,
Scialle nero,
ma vedi anche una novella come
Sole e ombra).
Al centro, sempre, in un modo o nell’altro, il
corpo,
soprattutto quando suscita l’avvertimento,
e poi il
sentimento del
contrario,
comico e umoristico: corpo (spesso grosso e fuori controllo)
vs
anima, in funzione d’ossimoro (Scialle
nero, "Leonora, addio!", Canta l’epistola, Piuma, Marsina stretta);
è il tratto essenziale – mi pare – della fisiognomica umoristica del personaggio
pirandelliano. E ancora, il cibo e gli animali: il porco, il gatto, il cane,
persino la tigre – o donna-tigre, in
Serafino Gubbio
operatore (e il mangiare-divorare come azione
metaforica: della vendetta, della rabbia, del pensiero, del fluire indifferente
della vita, come nel
Gatto, un cardellino e
le stelle). Scopi umoristici Zangrilli scorge anche
nell’ebbrezza
dei personaggi, per eccesso di cibo o di vino:
«Pirandello la adopera per rappresentare il sentimento tragico della vita, da
cui si dirama il motivo dell’evasione e della supposta pazzia» (p. 99); e
torniamo con questo al nucleo della poetica di Pirandello.
Sono immagini e sequenze, quelle analizzate, nelle quali
peraltro Zangrilli suggestivamente riconosce l’influenza dei modelli della
tradizione letteraria (ad esempio per l’osteria: «Come l’osteria in opere di
Plauto, di Boccaccio, di Pulci, Cervantes, Manzoni, Belli, Trilussa, ecc., anche
questa di Pirandello si fa simbolo del palcoscenico del mondo», p. 104). Ma un
aspetto non meno essenziale, in uno scrittore dell’indole di Pirandello, è per
così dire la funzionalizzazione metaletteraria del cibo, evidenziata dal critico
nella Premessa e poi ripresa nell’ultimo capitolo: l’arte culinaria come
metafora dell’arte di scrivere; i topi che divorano i libri nel
Fu Mattia Pascal;
la cinepresa divoratrice di vite nei
Quaderni di Serafino
Gubbio operatore.
Se ormai da lungo tempo le formule troppo rigide non
funzionano con Pirandello, non riuscendo a condensare né a interpretare la
complessità della sua opera, ogni ricetta potrebbe invece essere buona – come si
vede da questa
Tavola mascherata – a sedurre il lettore, e a fargli
gustare le forse più di mille pagine in cui si celano i tesori del nostro
maggior scrittore del Novecento.
Andrea Cedola