Luigi Pirandello 1867 - 1936

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Franco Zangrilli - La tavola mascherata. Immagini conviviali in Pirandello

 

Sciascia Editore

luglio 2011

pp.208

prezzo di copertina Euro 18,00

ISBN: 978-88-8241-326-2

 

Recensione di Silvano Demarchi

da altoadigecultura.org

Franco Zangrilli, docente d'italianistica all'Università di New York, da molti anni collaboratore del Cristallo, ha recentemente pubblicato un saggio di oltre 200 pagine sugli aspetti conviviali nell'opera narrativa e di teatro di Luigi Pirandello, un aspetto interessante a cui il lettore generalmente non presta attenzione.

Nell'introduzione l'Autore ci dà un'ampia panoramica sociologico-letteraria dell'importanza del cibo e della bevanda nella vita, partendo dalla Bibbia per arrivare ai nostri tempi, in cui l'alimento assume un importante risvolto economico essendo passati da una società agricola ad una industriale, in cui «si consumano sempre più prodotti surgelati» e in futuro basterà una pillola per tutta la giornata come attualmente fanno gli astronauti nei loro viaggi spaziali.

 

Dal punto di vista storico l'Autore passa in rassegna i banchetti descritti nei poemi omerici e quelli della commedia romana fino ai tempi nostri.

Ma veniamo a Pirandello e alla sua opera. Data la molteplicità dei riferimenti e dei passi riportati, ci limiteremo a parlare di alcuni fra i più interessanti.

Di sapore boccaccesco il racconto I galletti del bottegajo in cui la moglie, cha a Pasqua sta cucinando due galletti, dice al marito (che voleva invitare gli amici), che sono stati rubati e così può mangiarseli in santa pace.

Uno dei passatempi preferiti dei personaggi pirandelliani è quello di sedersi a tavola per mangiare e bere in compagnia: «Volle per forza che rimanesse a desinare con loro. E quanto lo fece mangiare, e quanto bere! Si levò ebbro più di gioia che di vino. Quando fu la sera però, appena giunto a casa, Marco Picotti si sentì male.»

L'esperienza conviviale, dice il critico: «le cui pietanze vengono elencate nei minimi particolari... si presenta come allegoria dei godimenti di gola.» Godimenti che fanno diventare obesi e insieme allegri: «Qui sta d'incanto! - esclamò, levandosi insieme con gli altri e prendendosi il ventre con le mani, soddisfatto, satollo.»

Non solo il cibo, anche la bevanda, il vino, entra in questi banchetti: «Voi, don Diego, non bevete? Domandò Titta. Grazie, prima del pasto mai, - si scusò l'ospite timidamente. - Eh via, per aprir l'appetito, - gli suggerì Nicola, dandogli in mano il bicchiere...» Quest'abitudine di trovarsi a banchettare rientra nelle abitudini siciliane e in genere meridionali dove la buona cucina si unisce alla spontanea tendenza di stare assieme rafforzando l'amicizia. Osserva il critico: «L'immagine del cibo, come si è visto, si rappresenta con ossessione», ad esso si accosta l'immagine del maiale a cui si avvicina una moltitudine di obesi che gli assomigliano nell'aspetto, ed ecco il contrasto tipicamente pirandelliano: «Quando lei mangia con bello appetito che Dio lo conservi sempre, per chi mangia lei? Mangia per sé, non ingrassa mica per gli altri. Il porco, invece, crede di mangiare per sé e ingrassa per gli altri.»

Lo scrittore non manca di descrivere il rito della macellazione che aveva nel popolo un carattere sacro d'immolazione. Un ritratto tra il serio e il faceto di tante abitudini popolari.

Bere, per chi è in fin di vita e va all'osteria per «cogliere la vita più vera e più reale, è un modo di esorcizzare la morte e di illudersi di vivere ancora. Il vino - osserva il critico - sembra una sostanza che porta all'intensità dei sentimenti e delle idee», che induce a meditazioni metafisiche in gente comune.

Il banchetto reale diventa per Pirandello il banchetto della vita al quale si accostano disadatti, sofferenti o mancanti di qualcosa che disperatamente cercano. Ciò rientra nella visione pessimistica o agnostica della vita propria dell'Autore.

Non si deve credere che, nella regione da cui Pirandello ha tratto gli spunti per i suoi racconti e i drammi, vi siano episodi che riguardano solo il godimento di lauti pranzi, vi è anche la fame e la miseria le cui vittime sono soprattutto i trovatelli e i bambini piccoli. Con amara ironia osserva Pirandello: «Questi strilli suscitano misericordia e compassione nei cuori dei vicini di casa che gli augurano una morte immediata...» I preti secondo lo scrittore non si curano molto di questi problemi; amano la pace e la tranquillità e avere cibo sufficiente.

Rileva Zangrilli a conclusione di questa particolare trattazione dell'arte pirandelliana che egli fu «il maestro capostipite di tanti argomenti e motivi della letteratura contemporanea... e che è plausibile che diversi scrittori abbiano sentito il suo influsso quando trattano il motivo del cibo, come una componente... della favola della vita.»

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Recensione di Andrea Cedola

da progettoblio.com

Il libro di Franco Zangrilli affronta la varia e ampia diffusione e articolazione – a livello sia realistico-funzionale sia allegorico-metaforico – del tema del cibo nell’opera di Luigi Pirandello. L’epigrafe biblica premessa al volume ne rivela il fondamento, l’innesco teorico, con l’identificazione cibo/conoscenza («Tu puoi mangiare liberamente di ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non mangiare!»): proprio la funzione culturale, e anzi gnoseologica (e rappresentativa-narrativa-evocativa) del cibo nell’arco della produzione poetica, narrativa e teatrale di Pirandello è il campo d’indagine di questa Tavola mascherata, campo attraversato dai motivi correlati della festa, dei riti, dei rapporti fra l’individuo e la comunità, del denaro e del sesso, e reso spesso fertile dalla simbolizzazione e dinamizzazione delle immagini trofiche. Cosicché, ad esempio, «si potrebbe dire che il desiderio di mangiare di certi personaggi [...] è parallelo al loro desiderio di sapere e di inquisire nel mistero delle cose» (p. 18); e il cibo «si rivela una componente chiave» dell’impostazione e per l’interpretazione di molti testi pirandelliani.

Il metodo di Zangrilli, qui come in altri suoi lavori comparatistici, è basato sul rilevamento dei singoli motivi e dei nessi tematici entro l’orizzonte allargato dell’antropologia culturale e della tradizione, dalla Bibbia e da Omero fino alla contemporaneità non solo letteraria (ma anche, per es. cinematografica). E dunque, nella Premessa lo studioso segna le coordinate del percorso interpretativo rilevando l’importanza primaria, il legame fondante del cibo con la vita e la società umana: «Da quando l’uomo ha preso coscienza del proprio corpo ha sempre avuto uno stretto rapporto con il cibo» (p. 9, dove Zangrilli già evidenzia uno dei tracciati continui del suo discorso: la preminenza del corpo, che è di per sé un motivo cardine in Pirandello). E ancora nella Premessa, altri elementi nodali, da cui altrettanti fili d’Arianna si dipartono attraverso la materia vastissima e labirintica, declinata nel libro a vari livelli (tematici, ma anche linguistici e figurativi); due concetti (più un corollario) solidi, che ordinano opportunamente le varie – ghiotte e numerose, quasi pullulanti – riflessioni: «Il cibo può diventare un linguaggio più efficace delle parole» (p. 10); pesce grande mangia pesce piccolo, anche nell’universo post-verghiano di Pirandello, che per mezzo della metafora trofica rappresenta il «mondo capitalista» come «un sistema in cui vivere è divorare o essere divorato» (p. 10); e appunto dai due giudizi sunnominati Zangrilli trae l’idea centrale del suo saggio, secondo cui «nell’arte figurativa» (e non solo) da sempre (e tanto efficacemente in Pirandello, com’egli dimostra con l’analisi di parecchi testi, soprattutto delle novelle) «la banalità del cibo si trasfigura in creazione fantastica [...] oltre che in discorso critico della società» (p. 12). D’altronde, se nella letteratura in generale, e tanto più in Pirandello, frequentemente le scene conviviali mirano «a sottolineare la differenziazione di classi sociali, di culture, di civiltà [...] e costumi» (p. 15), il cibo – rappresentato nei suoi diversi aspetti «con un realismo che sa farsi impressionistico e trasfigurarsi in dimensioni espressionistiche e grottesche» (p. 15) – acquista nello scrittore agrigentino connotati, secondo Zangrilli, polisemici e simbolici, oltre che umoristici, così da «trascendere il color locale ed innalzarsi a piani d’universalità» (p. 18).

Il volume è suddiviso in capitoli che trattano i vari aspetti del tema secondo le rispettive funzioni illustrative e di attivazione metaforica (fra loro distinte o sovrapposte): da quelle realistico-sociali, anche con venature satiriche (per es. la satira del mondo ecclesiastico, come nel trittico delle «Tonache di Montelusa», dove «la bramosia per la "roba", come in Verga, [...] fa tutt’uno con la voracità e l’amore per il cibo», p. 19 – né poi mancano allusioni all’incontinenza sessuale), fino all’evocazione dell’ombra attraverso il corpo, alla suggestione dell’oltre e di un più ampio, profondo – quanto meno esplicito e sanguigno – piano drammatico-esistenziale.

Altri topoi connessi al cibo in Pirandello: il mercato («metafora non solo dell’atmosfera carnevalesca ma anche del palcoscenico della vita», p. 21), la cucina («Un luogo dove [...] le rigide divisioni tra ceti sociali, padroni e servi, maschi e femmine, possono magicamente essere abbattute», p. 22), l’osteria (per es. in Un po’ di vino), la festa/sagra (cfr. Il signore della nave, con le figure realistico-allegoriche dei porci – uomini e bestie – alla festa). È ricorrente il caso in cui la festa/banchetto si rivela o si converte in rito funebre (o viceversa), alla lettera o metaforicamente (Prima notte, Visitare gl’infermi, Scialle nero, ma vedi anche una novella come Sole e ombra). Al centro, sempre, in un modo o nell’altro, il corpo, soprattutto quando suscita l’avvertimento, e poi il sentimento del contrario, comico e umoristico: corpo (spesso grosso e fuori controllo) vs anima, in funzione d’ossimoro (Scialle nero, "Leonora, addio!", Canta l’epistola, Piuma, Marsina stretta); è il tratto essenziale – mi pare – della fisiognomica umoristica del personaggio pirandelliano. E ancora, il cibo e gli animali: il porco, il gatto, il cane, persino la tigre – o donna-tigre, in Serafino Gubbio operatore (e il mangiare-divorare come azione metaforica: della vendetta, della rabbia, del pensiero, del fluire indifferente della vita, come nel Gatto, un cardellino e le stelle). Scopi umoristici Zangrilli scorge anche nell’ebbrezza dei personaggi, per eccesso di cibo o di vino: «Pirandello la adopera per rappresentare il sentimento tragico della vita, da cui si dirama il motivo dell’evasione e della supposta pazzia» (p. 99); e torniamo con questo al nucleo della poetica di Pirandello.

Sono immagini e sequenze, quelle analizzate, nelle quali peraltro Zangrilli suggestivamente riconosce l’influenza dei modelli della tradizione letteraria (ad esempio per l’osteria: «Come l’osteria in opere di Plauto, di Boccaccio, di Pulci, Cervantes, Manzoni, Belli, Trilussa, ecc., anche questa di Pirandello si fa simbolo del palcoscenico del mondo», p. 104). Ma un aspetto non meno essenziale, in uno scrittore dell’indole di Pirandello, è per così dire la funzionalizzazione metaletteraria del cibo, evidenziata dal critico nella Premessa e poi ripresa nell’ultimo capitolo: l’arte culinaria come metafora dell’arte di scrivere; i topi che divorano i libri nel Fu Mattia Pascal; la cinepresa divoratrice di vite nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Se ormai da lungo tempo le formule troppo rigide non funzionano con Pirandello, non riuscendo a condensare né a interpretare la complessità della sua opera, ogni ricetta potrebbe invece essere buona – come si vede da questa Tavola mascherata – a sedurre il lettore, e a fargli gustare le forse più di mille pagine in cui si celano i tesori del nostro maggior scrittore del Novecento.

Andrea Cedola

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