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Antonella Di Nallo -
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I
confini della scena.
La fortuna di Pirandello attraverso «Comoedia» e altri
saggi. |
Bulzoni editore
ottobre 2010
Collana La fenice dei teatri
pp.290
prezzo di copertina Euro 23,00
Recensione di
Andrea Gialloreto
da
progettoblio.com
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Il volume pubblicato da Antonella Di Nallo,
apparso nella collana
La fenice dei teatri
diretta da Franca Angelini e Carmelo Alberti, restituisce uno spaccato mosso
e dinamico delle interazioni tra la sintassi di una forma ibrida ma pur sempre
attinente alla vita scenica come quella teatrale e le implicazioni letterarie
focalizzate attorno alla specificità del testo, materia prima sulla quale si
fonda l’opera di attori, regista, suggeritore, scenografi.
Da tale duplice natura della rappresentazione origina il
compromesso, evidenziato da Pirandello, tra la forma «meno reale e tuttavia più
vera del poeta e la forma meno vera e tuttavia più reale dell’attore»; proprio
in virtù di questo patto che impegna le figure professionali investite della
responsabilità dell’allestimento di un lavoro letterario, la realizzazione delle
idee dell’autore trae la linfa del dialogo con il pubblico e con la critica.
S’incontrano al levarsi del sipario le esperienze più diverse, tutte segnate
però da una vocazione demiurgica che sconfinerà sovente nel mito (dalle pagine
della monografia si affacciano, impegnati in un fitto scambio, i maggiori
protagonisti del teatro primonovecentesco: il corego Bragaglia, Pirandello
drammaturgo e capocomico, Eleonora Duse e Sarah Bernhard, Max Reinhardt, Silvio
D’Amico e molti altri). La studiosa manifesta un interesse particolare ai «casi
di interferenza tra i generi, di "trascrittura" intesa nel senso di violazione
dei confini tra le discipline e dissoluzione di forme e canoni» e il saggio
offre piena conferma alla validità di un tale approccio anche grazie alla
duttilità degli strumenti metodologici di volta in volta adottati. Romanzo,
cinema, arti plastiche e figurative sono costantemente chiamati in causa per
meglio sondare le proprietà di quella chimerica entità rappresentata dal teatro
moderno, distaccatosi finalmente, grazie alla rivoluzione epistemologica e
tecnica novecentesca, dalle scaturigini classiche (permane tuttavia il nesso
inscindibile tra rito teatrale e orizzonte della polis, come ben testimoniano le
pagine dedicate alla discussione in epoca fascista di un progetto di teatro di
Stato tendente a superare l’elitarismo delle ricerche sperimentali condotte in
«spazi d’eccezione» quali il Teatro d’Arte o il Teatro degli Indipendenti). Lo
spazio scenico è un luogo di attraversamenti e di sconfinamenti: «se è vero che
la parola confine sta a significare propriamente separazione fra spazi contigui,
e frontiera, invece, soglia oltre la quale è pericoloso avventurarsi, principio
di un luogo estraneo, allora è possibile pensare alla storia del teatro come a
un universo da sempre segnato da confini e frontiere, linee mobili ma anche
sfrangiate, interessate da attraversamenti e incursioni. Spazio composito,
"scontornato perimetro gassoso", continuamente conteso, diviso fra linguaggi di
diversa natura, diviso prima di tutto fra i due poli del letterario e del non
letterario, fra ciò che è arte e ciò che - si suppone - arte non è» (p. 12, in
Premessa).
Crocevia di linguaggi e di storia, il teatro italiano della
prima metà del Novecento nella sua alterna vicenda d’impermeabilità e di
aperture agli influssi della ricerca teatrale in atto negli altri paesi europei
trova sedi appropriate di divulgazione e di dibattito tra conservatori e fautori
del nuovo in riviste come «Comoedia», oggetto del corposo studio dedicato alla
rassegna delle occorrenze pirandelliane (testi, articoli, recensioni e
polemiche) che hanno trovato larga ospitalità durante l’intero arco
cronologico,1919-1934, delle annate della prestigiosa testata diretta nei primi
anni da Umberto Fracchia. Segue, sempre nella chiave dell’esplorazione di
territori liminari (sopra e dietro il palcoscenico), un’incursione nel mondo in
via di liquidazione dei suggeritori con il capitolo
Fuori dalla buca e
dentro il testo. La figura del suggeritore fra teatro e letteratura nel primo
Novecento; sullo spunto del libro di memorie di
Achille Ponzi,
Dal buco del suggeritore, viene ripercorsa una gloriosa tradizione che fa di questa figura di servizio un mediatore con
l’universo testuale, ruolo particolarmente rilevante quando questo volto in
ombra sale sotto i riflettori e approda come personaggio nell’ambito degli
esperimenti metateatrali (oltre Pirandello, Di Nallo ricorda
Il suggeritore nudo
di Marinetti, impegnato a sabotare la fedeltà al copione
spingendo gli attori a dimenticare le battute). Chiude la prima parte un
documentato saggio sull’attività e i trascorsi italiani del drammaturgo croato
Milan Begović,
traduttore di Pirandello e collaboratore di «Comoedia», il cui dramma
L’avventuriero davanti
alla porta fu messo in scena a Roma da Bragaglia nel
1928. L’attività di questo intellettuale oggi quasi dimenticato è ricollegata
all’evoluzione dei rapporti tra cultura italiana e jugoslava e ai tormentati
svolgimenti della politica e della diplomazia italo-balcanica tra le due guerre
(cui contribuiscono anche iniziative come il convegno presso l’Accademia
d’Italia del 1934, dedicato al tema teatro e Stato, cui parteciparono oltre a
Begović
personalità del calibro di Craig, Maeterlinck, Gropius, Hauptmann).
Efficace, allo scopo di delineare la poetica dello scrittore, il raffronto col
più noto connazionale Miroslav Krleža, portavoce di una diversa sensibilità nei
confronti dell’impegno sociale e politico. La sezione centrale ospita due
contributi dannunziani che ci proiettano nelle atmosfere del teatro di poesia,
laddove vige l’imperativo del primato della parola sul gioco scenico. Nel primo,
un denso studio su
La città morta, si fronteggiano le visioni
contrapposte della classicità e del suo recupero teatrale riscontrabili in Rilke,
Hoffmansthal, d’Annunzio. Tragedia in accezione nicciana, bellezza, recitazione
ieratica improntata alla nobiltà della statuaria, estetica delle rovine sono
solo alcuni degli snodi dell’analisi che perimetra i termini antifrastici della
percezione del tempo come iterazione sacrale o come impermanenza e decadimento.
A dittico sta un altro confronto, questa volta tra la concezione suprema della
parola in d’Annunzio e la sua insufficienza a fronte della bellezza che dimora
nel fenomenico e vive del brivido dell’agonia e della morte in Mishima,
appassionato lettore dell’opera del vate e traduttore in giapponese de
Le martyre de Saint
Sébastien, immagine simbolica pregna di riferimenti
erotico-artistici che connotano l’immaginario del sublime dello scrittore
nipponico. La terza e ultima parte del volume, dedicata alle metamorfosi e ai
richiami tra i generi del romanzo e del dramma, ci introduce nell’officina di un
maestro del teatro di regia come Bragaglia, qui alle prese con una riduzione del
Mastro-don
Gesualdo figlia del rinnovato clima di adesione al
modello verghiano favorito dall’attenzione di critici come Luigi Russo e dalle
prove dei nuovi narratori degli anni Trenta. Infine è affrontata l’operazione
siloniana di adeguamento al mezzo teatrale dei motivi più autentici della sua
arte, su tutti la disposizione pauperistica e il tormento del problematismo di
ordine etico. Il romanziere abruzzese è ricondotto al filone del dramma di
coscienza, di cui sono stati antesignani in Italia Ugo Betti e Diego Fabbri,
incrociato con reminiscenze di carattere liturgico e rituale assimilate nel
corso dell’infanzia. L’alta cifra spirituale dell’Avventura
di un povero cristiano contraddistingue un testo che
naturalmente si colloca nella mente dell’autore in strutture drammaturgiche. Per
Silone, l’opzione teatrale non rappresenta il risultato di una scelta volta
all’ottimizzazione dei fattori tecnici nell’organizzazione della materia
letteraria: il dramma, piuttosto, si avvale della sua vicinanza all’apologo e
alle arcaizzanti favole popolari riuscendo così a calare nell’ambientazione
remota dell’età celestiniana l’eterno conflitto tra gli umili e il Potere.
Andrea Gialloreto
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